giovedì 28 febbraio 2019

Perla del mese - Febbraio

La vetta era una cresta di neve con cornici e i precipizi del versante opposto, che si abbassava verticalmente sotto di noi, erano terrificanti, insondabili. Le nuvole galleggiavano a metà versante, nascondendo la fertile valle di Pokhara, oltre 7000 metri più in basso. Sopra di noi non c'era più nulla!

[Maurice Herzog]
(durante la conquista del primo ottomila: l'Annapurna)


giovedì 7 febbraio 2019

Rifugio Maria Luisa

Si sente parlare sempre più spesso di quanto sia necessario ridurre l'ansia e lo stress di ogni giorno al fine di raggiungere uno stile di vita più sano. Sovente si fa l'elenco dei rischi, come ad esempio il senso di stanchezza cronico, il nervosismo e l'incremento dell'insoddisfazione e delle distrazioni professionali, il calo della determinazione... e si comincia a suggerire alcune modalità per affrontare il problema e reagire a questa situazione. Si tocca spesso il dolente tasto dell'organizzazione del tempo, la difesa del proprio spazio personale dalle costanti interruzioni e richieste esterne, la necessità di alleggerirsi dagli incarichi che non appagano il nostro benessere, ma soprattutto emerge sempre il consiglio risolutivo, quello che pare essere la soluzione a tutti i problemi sopra citati: ogni tanto spegni tutto.
Staccare la spina, sconnettersi dal web, abbandonare il telefono sul comodino, dimenticare la usuale consultazione regolare della posta elettronica.
Questi sono solo alcuni dei più frequenti consigli identificati come gli ingredienti per la perfetta ricetta del benessere e del relax. Il modo migliore per ritornare a vivere in modo pieno quella appagante sensazione di soddisfazione che si prova quando si porta a compimento un sogno personale, quando si conclude con l'ultimo tassello un puzzle da tempo lasciato in sospeso, quando si mette finalmente una spunta ad un obiettivo che ci eravamo prefissati ma che avevamo perso di vista perchè assorbiti totalmente dalla quotidiana routine.

Ed è quella stessa sensazione che ho provato in Val Formazza, diretto al Rifugio Maria Luisa a quota 2060 m. Per Cristina e per me è stata la possibilità, dopo molto tempo, di portare finalmente a compimento un intento accantonato da parte per lasciar posto ad altre faccende, oppure perchè le condizioni meteo non erano favorevoli.
La Val Formazza si estende nell'area più settentrionale del Piemonte, al confine con la Svizzera e il parco della Valle del Binn, comprendendo una zona dell'arco alpino straordinariamente bella e suggestiva, finora purtroppo poco considerata nei piani di escursioni degli anni precedenti.
Il Rifugio si trova nella zona di confluenza della Valrossa con la più ampia Val Toggia, tra le dighe dei Laghi Toggia e Castel, rispettivamente a quota 2191 m e 2210 m.

Raggiungere il rifugio non è complicato: si lascia l'auto a Riale a 1731 m ci si incammina sulla traccia della sterrata, evidente nonostante l'innevamento, che taglia con numerosi tornanti il più diretto sentiero G20.
Fin dai primi tornanti si distingue chiaramente Morasco, la diga dell'omonimo lago e la chiesetta sull'altura in memoria del centro abitato di origine Walser, ormai sommerso dall'acqua.
Verso l'imbocco della valle si stanno gradualmente addensando delle nubi e per evitare che ci raggiungano lungo il percorso acceleriamo il passo togliendo le ciaspole, il manto nevoso è così duro e compatto da permetterci di procedere senza sprofondare.
Procediamo quindi sulla sinistra orografica del Torrente Roni, celato dalla neve così come il suo piccolo specchio d'acqua, superato sicuramente una volta raggiunta la quota di circa 2140 m.
Terminano i tornanti e si supera una condotta dell'acqua, si procede quindi tenendo la sinistra. Le nuvole ci hanno raggiunto, ma le luci sulla diga del Lago Toggia alla nostra destra fanno da riferimento: superiamo il ponte sul torrente e raggiungiamo pochi metri più avanti il Rifugio Maria Luisa.
La cena calda e l'atmosfera confortevole delle camere rinfranca e fornisce tepore. Non c'è assolutamente, in nessun rifugio di montagna, atmosfera migliore di quella che possono creare delle coperte, un tè caldo e una finestra affacciata sul bianco manto della neve sotto il cielo notturno.
Il conciliante riposo infatti sopraggiunge quasi immediatamente al temine del pasto, consapevoli di voler approfittare ancora del giorno successivo per una tappa ai Laghi del Boden prima di intraprendere la discesa.


Le nuvole della sera precedente al mattino sono scomparse, il vento freddo è comunque molto forte e si sente specialmente se ci si trova all'ombra delle creste, ma appena la luce del sole ci raggiunge, tutto diventa più semplice. Superiamo il ponte sul torrente del giorno prima e deviamo a sinistra sul G24, proprio in prossimità di un casolare, raggiungiamo la diga del Lago Castel e proseguiamo intuendo l'itinerario sulla neve usando come riferimento la rocciosa formazione del Pizzo Fiorina e puntando verso di essa.

Come era facilmente immaginabile i Laghi sono coperti da un lucente strato di ghiaccio, ma la vista intorno a noi è meravigliosa nel suo fulgore: le creste rocciose che congiungono i Corni di Boden emergono come la schiena di un drago dormiente, i pochissimi sporadici punti di colore di altri escursionisti nel bianco della neve, distanti da noi e probabilmente diretti al Passo di San Giacomo, i grandi Laghi Toggia e Castel, situati più in basso e imprigionati nel ghiaccio che appaiono come lastre d'acciaio sbiancato, la casa guardiani del Lago Toggia, visibile sopra la diga, le cime in lontananza della testata della Valrossa e su tutto il colore intenso del cielo, così uniforme da apparire come solido.

Ammiriamo in silenzio il nostro bianco terreno di conquista finchè le raffiche di vento non si fanno più insistenti sollevando neve e polvere di ghiaccio dalle cime facendole apparire come fumarole di una solfatara e decidiamo di riprendere il sentiero del ritorno.
Man mano che ci avviciniamo a Riale incontriamo sempre più persone: fondisti, sciatori, ciclisti ed escursionisti...tutti indaffarati a godersi la Val Formazza e la sua neve; forse tutti intenti a cercare nella Val Formazza quel luogo dove poter recuperare il proprio tempo, il proprio spazio personale, il luogo giusto per staccare la spina, evadere dalla soffocante, abitudinaria successione di ritmi frenetici per riappropriarsi della sensazione di soddisfazione di una appagante giornata fuori dalla consuetudine.

Si conclude l'escursione con il suono degli sportelli dell'auto che si chiudono, pronti a riprendere la strada del ritorno, ma non prima di aver fatto una rapida tappa alla Cascata del Toce e alla Chiesa di San Gaudenzio a Baceno dove ci fermiamo anche per il pranzo.

La Val Formazza è stata per me non solo una gran soddisfazione da tempo attesa, ma anche una meta che ha gettato le basi per un anno ricco di nuove sfide, una rampa di lancio per pianificare e intraprendere nuovi viaggi.
Ringrazio Cristina per avermi accompagnato a calpestare la prima neve del 2019 e per l'ascolto dei miei interminabili "sproloqui da lungo viaggio in auto".

RIFUGIO MARIA LUISA di Maceraudi Giovanni
Loc. Valtoggia Formazza, 28863 (VB)
P.I. 02219300031
Rifugio: +39 0324 63086
Giovanni: +39 348 4444 316

Apertura
inverno: da Gennaio a Maggio
estate: Giugno fine settimana, Luglio-Settembre tutti i giorni. Telefonare.

www.rifugiomarialuisa.it
A inizio/fine stagione e in inverno telefonare in caso di maltempo

Posti letto: 70
































































domenica 3 febbraio 2019

Salita di ghiaccio “INTERIORE”

Testo e immagini a cura di Lodovico Marchisio

Un’accidentale caduta l’ottobre scorso su una parete invasa dalle spine e percorsa in solitaria mi era costata un mese di forzata inattività. A questa è seguita una polmonite virale che mi ha bloccato del tutto da fine anno all’altro ieri. Con la schiena dolorante per vecchie fratture alle vertebre dorsali e gli antibiotici ingeriti in dosi massicce, a 71 anni, tutto sembrava davvero finito. I medici decidono di ricorrere agli antidepressivi, ultimo scalino per affossarmi del tutto, ma necessari se non c’è più in me la voglia di reagire. Ed è proprio quando si sta toccando inesorabilmente il fondo che una forza inspiegata, magari irrazionale, scatta dentro di me e mi fa inaspettatamente rispondere a uno stimolo, riattivare un impulso sopito nei cassetti della memoria. 
Vivendo solo e da tempo in disarmonia con me stesso, vado in cantina e mi capita in mano la piccozza che usavo abitualmente per le salite su ghiaccio dei tempi che furono. È mattino inoltrato. Trovandomi in mano un attrezzo amico scatta in me una strana molla e il desiderio di poter ancora comunicare le mie sensazioni innesta la spina del tutto. Devo uscire per tornare a vivere, cercare un salto ghiacciato anche solo da guardare per togliermi di dosso l’apatia che mi sta annientando. Non importa se non ho in testa una meta precisa, l’importante ora è sconfiggere la prigione che mi sono creato per due circostanze avverse di salute non dipendenti dalla mia volontà. Recupero il resto del materiale: seconda piccozza da ghiaccio, ramponi, una corda, casco, imbragatura, borsa con gli scarponi. Indosso l’equipaggiamento invernale e trovo finalmente la forza di liberarmi dal peso più insopportabile: “L’inedia”. Già il fatto di uscire da casa (il sintagma "da casa" è un complemento da moto a luogo...) senza una meta programmata o un amico che mi attende, fa vibrare il mio cuore di nuove emozioni da tempo lasciate nell’albo dei ricordi.
Ogni zona della valle in cui vivo è stata da me attentamente esplorata, ogni magia svelata, ogni posto catalogato. Ma il gelo oltre misura di questi giorni in concomitanza alla mancanza di neve della mia regione, plasma figure inesistenti, te le crea sul momento, produce uno spazio anomalo, ti colloca un punto immaginario su cui salire.

È il famoso urlo pietrificato del ruscello più nascosto che incontra un salto nel vuoto anche di pochi metri e cade a valle inosservato. Ebbene in quel punto, in questi magici momenti, solo per pochi istanti, anche in bassa montagna, la cascata costruisce la sua figura di ghiaccio. La caduta d’acqua bloccata dal gelo, come una bellissima donna che non si lascerebbe mai avvicinare dal primo venuto, si paralizza, trasformandosi in un immobile arabesco glaciale che non può respingerti né bloccarti. È materia effimera. Gelo purificato dall’ineluttabile caduta dell’acqua che si è arrestata come se una bacchetta magica avesse fermato il tempo, lo scandire delle ore, la motilità di ogni forma di vita. In quell’attimo riprendo coscienza del mio corpo, mi sento padrone di quel piccolo universo che si è arrestato ai miei piedi. Calzo in silenzio i ramponi, mi avvicino sotto il salto cristallizzato e lo guardo con riverito timore. Sono solo. Unico impercettibile rumore che penetra in quell’assoluto silenzio è il battito concitato del mio cuore. Ripenso in questa cercata solitudine e voglia di reagire ad ogni costo, magari in maniera del tutto irrazionale per la gente comune, a un grande amico ed alpinista tradito da uno di questi salti ghiacciati (Giancarlo Grassi) che mi aveva fatto ben capire come la cascata di ghiaccio rappresenti l’ultima isola di libertà, perché rimane sempre un universo misterioso che si scioglie come neve al sole, scomparendo con la stessa magia di come si è formata senza offrire lo spazio al filtro della regolamentazione e alle volontà pianificatrici del vivere comune. Salito il salto ghiacciato senza nome ne cerco altri, vagando in questo spazio, assorto nei miei pensieri tristi, verso un punto indefinito della valle, per ricordare tutte le persone care e i miei tre adorati cagnolini che mi hanno preceduto nei pascoli celesti, perché se un paradiso esiste, deve esserci anche per i nostri adorati “senza voce”. Calco una zona di per sé poco nota ai locali e agli escursionisti perché non conduce a mete prestigiose, a cime importanti, tanto meno in inverno. È un punto della valle nel quale si avverte però un’atmosfera strana, a cavallo tra la Val di Susa e la Val Sangone. La poca neve gelata caduta sinora mi permette di calzare i ramponi che stridono sulle pietre emergenti in un paesaggio contrastante tra il bianco del manto gelato e i colori ancora autunnali causati da questo anomalo inverno. Questo luogo è situato in un punto non ben identificato sulle cartine e desidero rimanga tale, perché ci sono finito per caso, salendo senza consultare una guida per scalare una determinata cascata, ma solo per sentirmi ancora più isolato, assorto dai tristi pensieri che da tempo flagellano la mia mente, quasi guidato da una mano sconosciuta alla ricerca di chi non c’è più o dell’istinto che ti fa andare senza una meta precisa, dove ti porta il cuore. 
Volgendo lo sguardo verso la mia amata valle mi appare a sinistra di un piccolo colatoio un altro salto ghiacciato di una ventina di metri che non ho mai visto prima, formato di sicuro dal gelo di questo strano inverno. Salgo questa seconda anomala cascatella senza nome, mi fotografo con l’autoscatto, quando mi sembra di scorgere a lato di una malga abbandonata un’ombra furtiva. Dimentico di fare quindi una relazione tecnica ai due salti trovati per caso e che forse mai più si formeranno e magari tecnicamente di nessuna importanza, ma di andare oltre la meta a curiosare nel vecchio capanno stroncato dalla neve e dal ghiaccio, con il soffitto crollato. Qui il mio occhio cade su una vecchia foto intrappolata nel ghiaccio. Sembra posta su una mano e tenuta pizzicata perché io la scorgessi. Un brivido mi coglie in tutto il corpo. 
Riconosco quella foto sgualcita dal tempo. Come è finita qui mi chiedo?

L'immagine di una malga di Richiaglio trovata lontano dal posto di origine
Infatti era un’anziana donna di Richiaglio, un paese situato nella valle di Viù, poco oltre il Colle del Lys, in una valle isolata, fuori dalle strade abituali di collegamento, che tanto aveva fatto parlare i giornali di quindici anni fa per l’aiuto portato dai “media” a questa gente che vive tuttora isolata, forse con maggiori conforti di allora, ma con lo stesso senso di pudore e di desiderio di rimanere nel loro angolino isolato fuori dal mondo. Se mi fossi addentrato oltre o avessi portato via quell’immagine avrei violato un mistero che non mi apparteneva. Il villaggio ricordato è molto lontano da qui, in tutt’altra vallata. Forse “Qualcuno” di cui non ho avvertito la presenza ha voluto significarmi che non devo sentirmi solo perché accanto a noi, come in questa stranissima circostanza narrata, si possono rivedere con gli occhi dello spirito, se sei nella giusta recettività, le persone e animali che hai amato e aiutato e che possono tornare a te in modi diversi e con diverse simbologie alle quali siamo noi, se attenti, a dover dare il giusto significato. Non vado oltre, ma torno a casa con la voglia però importante, ora di tornare a vivere!












giovedì 31 gennaio 2019

Perla del mese - Gennaio

Le mie camminate i miei viaggi sono stati e sono ancora oggi, in fondo, una fuga; non la fuga da se stessi, l'eterna fuga dall'interiorità verso l'esterno, ma proprio il contrario: un tentativo di fuga da questo tempo della tecnica e del denaro, della guerra e dell'avidità, da un tempo che pretende di avere splendore e grandezza, ma che la parte migliore di me non può né accettare né amare, al massimo sopportare.

[Herman Hesse]



mercoledì 16 gennaio 2019

I Mulini di Massello

Fin dai tempi antichi l'uomo ha imparato a sfruttare la forza dell'acqua per dare movimento ai macchinari da lavoro. I mulini sono tra le più importanti opere in grado di testimoniare l'abilità umana di incanalare l'acqua per ricavarne energia pulita e rinnovabile.

L'acqua del torrente veniva prelevata da un canale che la portava alle ruote idrauliche.
Le ruote idrauliche erano generalmente di due differenti tipologie: il roundoun e il rouét. 
Se il corso d'acqua aveva portata sufficientemente ampia, consistente e regolare tutto l'anno allora si usava il roundoun, ossia la classica ruota verticale a cassette, alimentata dall'alto per mezzo di una canalina sopraelevata. Alberi e ingranaggi trasmettevano il movimento alle macine.
I mulini più piccoli, situati in alta valle, che sfruttavano l'acqua di corsi d'acqua dalla portata più modesta ed irregolare, utilizzavano il rouét, una piccola ruota orizzontale a palette collegata direttamente all'albero della macina e posizionata sotto il pavimento  dove l'acqua arrivava per mezzo di una canalina scavata in genere in un tronco di larice.
Ad eccezione dei mulini principali, generalmente gestiti da un mugnaio, i mulini venivano gestiti a turno in maniera comunitaria da tutti gli abitanti delle borgate. Anche la panificazione nei caratteristici forni a legna, presenti e attivi ancora oggi in molte borgate della valle, era svolta in modo comunitario.

Il più antico documento riguardante la presenza di un mulino nella Val Germanasca è un atto del 1592 redatto dal notaio ducale al servizio dei signori della Val San Martino (Val Germanasca).
I mulini per cereali erano presenti su tutto il territorio, oggi se ne contano una quarantina, alcuni ormai ridotti a ruderi.


Il sentiero è intitolato a Guido Baret, appassionato di storia locale, che per primo si è occupato dei mulini della Val Germanasca.

Ha scritto il quaderno di documentazione della Comunità Montana "Gli antichi mulini e frantoi per noci della Val Germanasca".
Il percorso tocca ben Quattro mulini nel territorio del Comune di Massello che conserva una natura intatta e incontaminata, dove probabili sono gli avvistamenti di animali selvatici. Lungo il percorso, adatto a tutti, si incontrano il tempio Valdese e la chiesa cattolica, testimoni della compresenza di due fedi religiose, ed alcune meridiane.
Il sentiero procede a mezza costa nel vallone, all'ombra del monte Laparè (2198 m) offrendo un panorama di prim'ordine su tutte le antiche borgate e sulla bellissima cascata del Pis.


Lungo l'itinerario, classificato come difficoltà E, nel Vallone di Massello si incontrano i quattro piccoli mulini:

-il Cas Garin, situato ad alcune centinaia di metri a monte del ponte omonimo, sulla sinistra orografica del torrente, al centro di un pianoro un tempo adibito a pascolo. Accanto allo stabile sono ancora ben visibili i resti di una fucina e di un frantoio per noci.
-il piccolo mulino di Occie, posto a valle della Borgata, che attinge acqua da un rio laterale del Germanasca che scende dai prati di Coulmian. Sulla facciata del mulino appare la data di costruzione.
-il Gros Passet posto anch'esso su un rio laterale del Germanasca. La ruota idraulica è ad asse verticale, interamente di legno. L'intera struttura è stata restaurata ed è visitabile.
-il Gorjo Trounno a valle della gola nei pressi della borgata Piccolo Passet. Serviva le borgate di Rocias, Grangiadidiero e Aiasse, macinando segale, barbarià (una miscela di segale e frumento), grano saraceno. Anche questo piccolo mulino è visitabile.




Lasciamo quindi l'auto nei pressi di Massello Centrale e torniamo indietro a piedi per attraversare il ponte sul Germanasca. Lungo la strada, proprio al termine del ponte, sulla sinistra è visibile l'inizio del sentiero che si inoltra tra i faggi.
Si supera il primo mulino nei pressi del corso d'acqua poi si prosegue con un breve tratto in salita fino a Ciaberso (1200 m). Si attraversa l'abitato, dove si individuano facilmente il tempio valdese e la chiesa cattolica, procedendo lungo l'evidente sentiero che si inoltra nuovamente tra gli alberi fino a Porrence (1260 m) e Roberso (1188 m) dove ha sede il Comune.

Da Roberso ci si immette nuovamente nel fitto del bosco, superando un tratto più stretto della valle che si apre nei pressi di Occie (1388 m). Poco a valle delle abitazioni si trova uno dei mulini precedentemente descritti.

Il percorso scende poi fino ad Aiasse (1230 m) e altri piccoli centri abitati come ad esempio Roccias e Reynaud attraversando sempre ampi tratti boscosi stupendi specialmente in primavera inoltrata per la presenza di numerosi maggiociondoli. È tuttavia possibile accorciare il percorso tagliando con una deviazione sulla strada asfaltata per raggiungere rapidamente Massello.


Ringrazio Cristina, Eleonora, Francesco e Giorgia per questa escursione di breve durata (4 h e 30 min circa) e con un dislivello complessivo inferiore ai 250 m e consiglio una breve tappa all'Agriturismo La Miando per terminare con la degustazione di ottimi piatti tipici.


Azienda agrituristica LA MIANDO dal 1989
di Canal Brunet Renata
Borgata Didiero, 16 - Salza di Pinerolo (TO)
cell. 348/814.53.11   -   339/276.32.15
email: agriturismolamiando@gmail.com






























L'itinerario qui presentato è frutto di un ambizioso progetto di collaborazione portato a termine nel corso dell'anno scolastico 1997-98 da insegnanti e allievi della Scuola Media Gouthier di Perosa Argentina (sezione staccata di Perrero), dall'allora Comunità Montana valli Chisone e Germanasca e dalla sezione C.A.I. val Germanasca. Dopo un lavoro che per più di un anno ha impegnato i ragazzi delle tre classi di cui è composta la scuola, infatti, è partita un'iniziativa assai interessante e fondamentale per la conservazione del patrimonio etnografico della valle. Sostenuti da alcuni professori e da esperti di cultura locale, gli studenti hanno avviato un progetto pilota finalizzato alla valorizzazione delle risorse locali, nello specifico individuare, schedare e soprattutto rendere visitabili i numerosi mulini e frantoi un tempo attivi nelle numerose borgate di Massello.

La leggenda del Bâ dâ Pons
Sulla strada Perrero-Massello, ai confini di Maniglia, si incontra un passo molto angusto: da una parte il contrafforte scende dal Truc ëd Pineirôl, chiamato in quel luogo Bô' la Vaccho (bosco della vacca), dall'altra una parete di roccia tagliata a picco; in fondo al vallone, il torrente Germanasca che scende ribollendo. È il Bâ dâ Pons. La leggenda storica che spiega tale nome è la seguente: anticamente, una legge obbligava tutti i valdesi della valle (persino tutti quelli di Prali e di Massello) a portare i loro morti al cimitero di San Martino a valle di Perrero.
La strada attuale non esisteva, Non c'era che un brutto sentiero, di cui si vedono ancora oggi le tracce, che passava sull'alto della parete rocciosa precedentemente descritta.
Un giorno, i massellini portavano a seppellire un defunto di Basiglia, chiamato Giovani Pons. Uno dei portatori fece un passo falso e la bara rotolò di roccia in roccia fino in fondo al vallone.
Il posto dove il portatore scivolò si chiama ancora oggi Bâ Jouann (il basso di Giovanni); il luogo dove fu ritrovato il cadavere si chiama Bâ dâ Pons.
[tratto da "Tradizioni orali delle valli valdesi del Piemonte" di Marie Bonnet - Claudiana Editrice, Torino 1994]

lunedì 31 dicembre 2018

Perla del mese - Dicembre

Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede.

[Carlo Raimondo Michelstaedter]