venerdì 31 marzo 2023

venerdì 24 marzo 2023

Leonardo Da Vinci e la montagna

Ispirato da "Il cielo delle Alpi" di Alex Cittadella

In questo Blog avevo già avuto occasione di parlare della relazione tra la montagna e Leonardo Da Vinci, in particolare nel Post che parlava del Monte Bracco.
Proviamo ora, stimolati dal meraviglioso testo di Alex Cittadella, a ripercorrere alcune delle osservazioni del genio rinascimentale riguardo alla montagna ed ai fenomeni meteorologici che la influenzano.

Partiamo da quella probabilmente si rivela come la più celebre delle sue deduzioni a riguardo: la prospettiva aerea:
Evvi un’altra prospettiva, la quale chiamo aerea imperocché per la varietà dell’aria si possono conoscere le diverse distanze di varî edifici terminati ne’ loro nascimenti da una sola linea, come sarebbe il veder molti edifici di là da un muro che tutti appariscono sopra l’estremità di detto muro d’una medesima grandezza, e che tu volessi in pittura far parer piú lontano l’uno che l’altro; è da figurarsi un’aria un poco grossa. Tu sai che in simil aria le ultime cose vedute in quella, come son le montagne, per la gran quantità dell’aria che si trova infra l’occhio tuo e dette montagne, queste paiono azzurre, quasi del color dell’aria, quando il sole è per levante. Adunque farai sopra il detto muro il primo edificio del suo colore; il piú lontano fàllo meno profilato e piú azzurro, e quello che tu vuoi che sia piú in là altrettanto, fàllo altrettanto piú azzurro; e quello che tu vuoi che sia cinque volte piú lontano, fàllo cinque volte piú azzurro; e questa regola farà che gli edifici che sono sopra una linea parranno d’una medesima grandezza, e chiaramente si conoscerà quale è piú distante e quale è maggiore dell’altro.
[Leonardo da Vinci, Trattato della Pittura]
 
Un'altra interessante descrizione dell'ambiente montano durante il variare delle stagioni oppure investito dalle piogge si può riscontrare in un altro testo:
Nello autunno farai le cose secondo l'età di tal tempo, cioè nel principio li alberi cominciare a impallidire le foglie ne' più vecchi rami, più o meno, secondo che la pianta è figurata in loco sterile o fertile, e ancora più pallide e rosseggianti a quelle specie d'alberi i quali furono primi a fare i loro frutti. E non fare, come molti fanno, a tutte le sorti degli alberi, ancora che da te sieno equalmente distanti, una medesima qualità di verde. Così, dicendo de' prati come delle piante e altre qualità di terrami e sassi e pedali delle predette piante, varia sempre, perché la natura è variabile in infinito.
[Leonardo Da Vinci, L'uomo e la Natura]

E ancora:
La pioggia cade infra l'aria, quella oscurando con livida tintura, pigliando da l'un de' lati il lume del sole e l'ombre dalla parte opposita, come far si vede alle nebbie, e scùrasi la terra, ché da tal pioggia l'è tolto lo splendore del sole; e le cose vedute di là da essa sono di confusi e inintelligibili termini, e le cose che saranno più vicine all'occhio fieno più note; e più note saranno le cose vedute nella pioggia ombrosa che quelle nella pioggia alluminata, e questo accade perché le cose vedute nelle ombrose piogge solo pèrdeno li lumi principali, ma le cose che si veggono nelle luminose perdono il lume e l'ombre, perché le parti luminose si mischiano co' la luminosità della alluminata aria, e le parti ombrose sono rischiarate dalla medesima chiarezza della detta aria alluminata.
[Leonardo Da Vinci, L'uomo e la Natura]

Sulla variazione della densità dell'aria, al variare della pressione e della quota, troviamo ad esempio:

Dico, l'azzurro, in che si mostra l'aria, non essere suo proprio colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e insensibili atomi, la quale piglia dopo sé la percussion de' raggi solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio.
E questo vedrà, come vid'io, chi andrà sopra Monboso, giogo dell'Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan per quattro aspetti contrari tutta l'Europa: e nessuna montagna ha la sua base in simile altezza.
Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e rare volte vi cade neve, ma sol grandine di state, quando li nuvoli sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo, che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo luglio vi trovai grossissimo; e vidi l'aria sopra di me tenebrosa; e 'l sole, che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle basse pianure, perché minor grossezza d'aria s'interponea in fra la cima d'esso monte e 'l sole.
[Leonardo Da Vinci, Scritti scelti, Frammenti letterari e filosofici]












martedì 28 febbraio 2023

Perla del mese - Febbraio

La neve cade, la neve cade,
come se non cadessero i fiocchi,
ma in un mantello rattoppato
scendesse a terra la volta celeste.



domenica 19 febbraio 2023

Forte di Serre Marie

In un giorno completamente prevedibile non c’è niente di nuovo che tu possa imparare.
Nel cammino lungo un percorso anche semplice, oppure durante un viaggio per quanto banale, l'inaspettato è ciò che più rimane nel cuore.
Dall'inizio dell'anno le escursioni effettuate sono state scarse a causa degli impegni che obbligano a procrastinare ogni pianificazione, ma hanno regalato significativi e sorprendenti attimi di inaspettata meraviglia.
È il caso di questa semplice escursione al Forte di Serre Marie, con partenza da Usseaux; frutto di un ridimensionamento di una iniziale proposta più lunga ed impegnativa, causato dal maltempo, ma accolta come opportunità per riprendere il peso di uno zaino sulle spalle.
I primi piccoli ed inaspettati tesori cominciano a palesarsi ai nostri occhi fin dai primi momenti lungo il cammino: dopo aver lasciato l'auto nei pressi di un piazzale antistante la via per il cimitero di Usseaux e appena terminata la strada asfaltata del centro abitato, ci imbattiamo in un semplice sentiero, il n°301, che costeggia il Rio d'Usseaux e che si congiunge con un sentiero balcone denominato Sentiero dei Pensieri che accompagna l'escursionista con dei curiosi cartelli di legno su cui possiamo leggere frasi e proverbi come ad esempio: "L'AMICIZIA È UNA FONTE NATURALE CHE DA ALCUNI SGORGA SENZA MAI ESAURIRE"

Siamo nei pressi della Borgata Montagne di Usseaux, superiamo un piccolo ponte di legno e proseguiamo lungo il sentiero che piega verso destra seguendo la lieve pendenza della piana erbosa in direzione di un abbeveratoio per il bestiame completamente coperto da una lastra di ghiaccio compatta e solida.
Il sole sta lentamente velandosi di nubi ma i suoi raggi si riflettono sulla vitrea superficie del ghiaccio e sulle aree innevate della piana erbosa, dove possiamo facilmente individuare tracce di fauna selvatica ancora fresche.
Proviamo a seguire alcune di queste e prima di procedere lungo il sentiero che conduce al Colle delle Finestre, imbocchiamo una deviazione verso Case Pascalin a quota 1706 m dove si trova una fonte, ottima per fare rifornimento d'acqua, e dove ci imbattiamo nella seconda sorpresa della giornata: una famiglia di giovani camosci, che al nostro arrivo si allontana lungo il pendio di Contrada Combe proprio sotto il Forte di Serre Marie, nostra prossima meta.









Ritorniamo sui nostri passi, lungo il già citato n°301 che aggira il promontorio roccioso su cui è stato costruito il Forte fino a raggiungere Pequerel a quota 1708 m.
Da Pequerel si individua facilmente nei pressi della murata para-valanghe la carrareccia che con cinque tornanti sale fino alla strada sotto Comba Lenard; proseguendo a destra si può raggiungere Fontane Cosalet a quota 1817m, a sinistra invece si torna a camminare verso ovest, in direzione del Forte di Serre Marie.

Il Forte Serre Marie venne costruito nella seconda metà del XIX secolo e fa parte dell’ imponente complesso degli edifici del Forte di Fenestrelle. La struttura si presenta come una vera e propria batteria con sei pezzi che originariamente battevano la zona circostante del fondovalle in vicinanza di Usseaux. Si accedeva alla polveriera attraverso una galleria che passava sotto il livello della strada.
La fortezza, che poteva contenere 200 uomini, è a pianta rettangolare con tetto piano su cui trovavano posto pezzi d'artiglieria e piazzole per i mortai.
Il Forte è costruito con muri in pietra tagliata e spigoli arrotondati; presenta un grande portale ed è circondato da un fossato. I sotterranei, con volta a botte, ospitano un'enorme polveriera, che poteva custodire fino a cento tonnellate di polvere. Gli interni ormai degradati, sono suddivisi su due piani: quello inferiore per i locali di servizio, mentre quello superiore si affacciava sul cortile mediante un basso porticato con arcate a tutto sesto.
Sui muri sono visibili numerose feritoie per la difesa ravvicinata. Nel periodo fra le due guerre mondiali il Forte Serre Marie fu utilizzato come deposito munizioni, magazzino e ricovero per le truppe.

Ci allontaniamo di qualche metro dal forte per cercare riparo dal vento e per poter consumare un rapido pasto mentre gli altostrati si stanno rapidamente trasformando in una coltre nuvolosa spessa e grigia, foriera di neve.
Lungo la via del ritorno, infatti, ritorniamo improvvisamente bambini sotto la terza sorpresa di questa gita: la prima nevicata dell'anno. All'altezza del ponte di Montagne d'Usseaux fiocchi abbondanti scendono lenti e coprono rapidamente le tracce del nostro precedente passaggio.
Ritorniamo rapidamente a Usseaux dove ci concediamo una visita al piccolo borgo. La quiete tra le strade è interrotta soltanto dalla musica dell'unico negozio aperto. Approfittiamo per qualche semplice acquisto e ci concediamo anche una pausa ristoratrice Dal Dahu di Usseaux.

L'escursione al Forte di Serre Marie si è rivelata l'occasione per vivere quei brevi ed inattesi momenti che danno valore al viaggio stesso; riprovare il piacere di imbattersi in avvistamenti della fauna selvatica, sorridere con gioia alla neve che torna in montagna (anche se per poco), ritornare a godersi il viaggio senza l'ansia di dover raggiungere a tutti i costi una vetta, ma solo per il piacere di riscoprire l'inaspettato, quell'inaspettato che rimane nel cuore e che incrementa il valore di ogni luogo, se vissuto con il giusto spirito.

Ringrazio Chiara ed Elisa per le foto e per la compagnia in questa escursione.























































































































































lunedì 30 gennaio 2023

Cappella di San Vito

Si narra di un viandante che molti anni fa andava a fare acquisti in pianura passando per il colle Lunella (Viù). Arrivato davanti alla cappella di San Vito promise alla Madonna che, se il viaggio fosse andato bene, avrebbe lasciato un obolo. Il viaggio andò a buon fine e torno, fra il resto, con una damigiana d'olio. Quando passò nei pressi della cappella però il viandante cambiò idea sull'offerta, non ebbe il coraggio di passare davanti alla chiesetta e quindi l'aggirò da dietro, ma cadde e la damigiana si ruppe. Fu così che i suoi progetti andarono in fumo.
Questo è uno dei racconti che ci parlano della bianca chiesetta di San Vito in località Lunella (1300 m) nel comune di Viù ben visibile anche da lontano.
Fu costruita nel 1700 circa da pastori di Richiaglio (Viù) che si spostavano lì nel periodo estivo con i loro animali. È molto piccola e graziosa, con un fonte battesimale e un bel porticato.
Fino a cinquant'anni fa le Sante Messe celebrate durante l'anno erano due: una nel giorno di San Vito a Giugno, l'altra a San Bernardo nel mese di Agosto. Durante la festa dedicata a San Vito il sacerdote passava a benedire le case ed i pastori; essi nonostante vivessero in situazione di estrema povertà offrivano in cambio un panetto di burro, mentre a San Bernardo offrivano una toma. Nel tardo pomeriggio del giorno di San Vito si usava fare festa in un pianoro nei pressi della cappella chiamato, nel dialetto locale, "Pian dle Sope". Si suonava il clarinetto e la fisarmonica ballando valzer, mazurka, polka e "curenta" ballo tipico delle Valli di Lanzo. Naturalmente non mancavano i canti a più voci e tutto era un richiamo per la gente di queste vallate, che trovava un momento di svago e riposo dalle dure giornate di lavoro.
La vita in questo luogo mutò dopo la guerra quando cominciò l'esodo di molte famiglie dalla montagna alla città attratte dalla possibilità di una vita meno faticosa. Le baite si svuotarono e la montagna venne abbandonata. Stessa sorte toccò alla piccola cappella che con gli anni divenne inagibile.
Ma dopo un tempo ne segue sempre un altro e trascorso mezzo secolo l'uomo si ricordò della montagna cosicché pochi anni fa il sentiero dal Colle del Lys divenne una strada, alcuni sistemarono le loro baite ridando vita a questi luoghi.
Amore e devozione unite ai ricordi della propria gioventù e dei propri cari hanno riacceso nel cuore la voglia di ridare nuova vita alla chiesetta e alla festa di San Vito, raccogliendo grande adesione e consenso da parte di tanti. Con grande entusiasmo nel 2011 il suono della campana è tornata ad annunciare la Santa Messa sotto il bel porticato rinnovando la festa della cappella e si raccolsero i primi fondi per la sua ristrutturazione.
Ad oggi la chiesetta ha il tetto nuovo, il quadro sopra l'altare ristrutturato e il pavimento nuovo ed aspetta tutti i viandanti che vogliono fare una breve sosta sotto il portico ammirando la montagna che la circonda.

Il testo di Milena Bonome, riportato qui sopra, mette in luce un frammento della vita delle persone che abitavano la montagna nel passato, una vita composta di fatica e di lavoro, ma anche di relazione di festa e di condivisione. 
Passeggiare e visitare luoghi come la Cappella di San Vito è come sfogliare l'album fotografico di un estraneo: con poche istantanee, spesso ingiallite e consumate dal tempo, è possibile posare lo sguardo su un'esistenza passata tra le gioie di luoghi vissuti al ritmo della natura di queste montagne, nella ruvidezza delle mani che col duro lavoro hanno realizzato uno dei tanti scrigni di devozione che costellano borghi e valli sulle nostre Alpi e nella genuinità della condivisione di momenti felici.
Come ogni album fotografico si vedono soltanto i momenti salienti, le cerimonie, i festeggiamenti e occasionalmente attimi fugaci di vita quotidiana che con la loro spontaneità rivelano anche la parte celata di ciò che le foto non mostrano: i periodi difficili, il vuoto di una perdita, gli inverni duri e gli addii.
Nella quiete del bosco che si attraversa lasciando l'auto nel parcheggio del Col del Lys, lungo il sentiero 102C, all'ombra del Monte Arpone, ci si immerge gradualmente in un'atmosfera che sa di vita del passato, allontanandosi sempre più dai suoni delle strade e della valle e avvicinandosi ad una dimensione diversa, che scorre ad un ritmo diverso, più lento, più vicino al respiro ed alla calma contemplazione.
Il sentiero permette di contemplare infatti l'ambiente circostante con scorci sulla valle in direzione di Niquidetto e Bertesseno, ma è sul bosco che si concentra maggiormente l'attenzione dell'escursionista, un bosco che odora di terra umida, di funghi e di vita in stasi, in attesa del disgelo; un bosco che sembra pronto ad accogliere nuovamente l'uomo, erede di colui che fu costretto ad abbandonare quei luoghi nel passato, ma che ora, con maggiore consapevolezza del suo contributo nei delicati equilibri che dominano le montagne, è pronto a tornare non più per vincere ma per valorizzare.

Ed è proprio la valorizzazione ciò che si percepisce giunti davanti alla Cappella di San Vito, dopo una breve pausa ad una fonte nei pressi del bivio per il Colle Portia, nuovamente alla luce del sole invernale: la valorizzazione di luoghi antichi ma non per questo destinati a rimanere desueti.
All'interno della Cappella un piccolo raccoglitore espone alcune fotografie. Eccolo l'album di foto! Una raccolta di momenti vissuti davanti al porticato antistante la piccola chiesa. Sfogliare quelle pagine è come osservare lo scorrere a ritroso del tempo, il tempo di una comunità a cui non si appartiene ma che emana aria di famiglia e di legami. I volti, i sorrisi, le famiglie...tutto fa solo desiderare che un luogo come quello non venga abbandonato che possa tornare ancora ad essere, come un tempo, un luogo di incontro, di ristoro, di convivialità, di festa.


















Uscendo dalla chiesa, dopo aver ammirato la pala d'altare custodita all'interno, si nota un'incisione su una delle pietre che costituiscono la colonna a destra, una data: 1770.
Nei mesi estivi i pastori di Richiaglio si trasferivano, con gli armenti, nelle baite nei pressi del Col Lunella: a San Vito, Barbui, Barmot, Benna, Chiapè, Deagostini, Durandera, Giuglitera, Molar, Molinera e Pra.
La cappelletta di San Vito, dedicata al santo omonimo, è documentata sin dal 1769; fu ristrutturata nel 1902 e, in occasione del patrono, vi si officiarono le Messe fino al 1970, con balli campestri fino al 1961.
Sulle pendici del monte si può trovare l'Euphorbia gibelliana Peola, specie unica al mondo, descritta per la prima volta da Paolo Peola nel 1892 e dedicata all'allora direttore dell'orto botanico di Torino Giuseppe Gibelli.

L'atmosfera creata dall'aria fresca pungente di neve e dal sole debolmente velato dalle nuvole induce a fermarsi per una lunga pausa ristoratrice sul prato antistante la chiesa, sebbene il crinale del Monte Colombano spinga a proseguire il cammino per raggiungere punti ancora più esposti e panoramici.
Giunta l'ora del rientro si riprende il cammino lungo il sentiero già descritto: ci si lascia alle spalle i resti, ormai sepolti dalla vegetazione, dei ruderi attorno alla cappella rurale, si oltrepassa il piccolo ponte in pietra a metà del valloncino e si riprende il sentiero nel bosco a mezza costa che riporta fino al piazzale del Col del Lys.
L'ombra del bosco crea dei meravigliosi contrasti tra il bruno del tappeto di foglie di faggio ed il candore dei funghi nascosti ai lati del percorso.

L'escursione alla Cappella San Vito risulta semplice ed alla portata di tutti, il sentiero è percorribile anche in presenza di innevamento o fondo ghiacciato, grazia alla pendenza non eccessiva.
Una visita all'interno della cappella è assolutamente doverosa, in particolare per ammirare la pala d'altare.

Opera di un pittore probabilmente locale non ancora identificato (forse Teppati, attivo tra Pessinetto e Viù nella seconda metà del XIX secolo), il dipinto, nonostante il notevole impegno dell'autore, non possiede particolare valore dal punto di vista artistico, tuttavia merita di essere preservato per il valore storico e culturale che rappresenta per la cappella viucese.
Vi troviamo infatti raffigurati i santi dedicatari dell'edificio di culto: San Vito nella veste di giovane centurione romano recante la palma del martirio (in quanto difensore della fede cristiana martirizzato in età scolare) e San Bernardo con il drago incatenato (simbolo della vittoria sull'eresia), entrambi in contemplazione di Bambino Gesù e della Madonna, quest'ultima rappresentata in una versione "semplificata" dell'iconografia mariana successiva alla proclamazione del Dogma dell'Immacolata Concezione del 1854.
Date le comprensibili difficoltà, per l'epoca e per il luogo, di reperire una tela adeguata ad ospitare una raffigurazione di dimensioni abbastanza importanti, il supporto pittorico è stato realizzato con due pezze indipendenti di tessuto incollate con colla di pelle di coniglio e successivamente inchiodate lungo entrambi i perimetri per mezzo di chiodi a sellerina su un telaio in legno di pioppo con montante centrale in legno di castagno.
La pittura presentava cadute di colore diffuse, efflorescenze e depositi di materiali superficiali di varia natura, ma la problematica più grave riguardava la netta lacerazione delle due pezze di tessuto nella parte centrale del dipinto; la finitura policroma della cornice era scrostata in più punti e l'intera struttura lignea era infestata dai tarli.
Il restauro, non invasivo e completamente reversibile, è consistito nella pulitura del dipinto eseguita utilizzando un adeguato tensioattivo. Le due pezze di tessuto sono state rimesse in tensione e fissate al telaio con chiodi analoghi a quelli originali, ma si è preferito non forzare ulteriormente la già compromessa fibra del supporto in un insensato tentativo di far collimare le due porzioni di pittura, perché si sarebbe rischiato di lacerare irreparabilmente il dipinto; il telaio è stato reso idoneo al rifissaggio della tela accoppiando al montante longitudinale quattro traverse di essenza identica a quella originale; la cornice è stata ripulita con appositi solventi e ne è stata riproposta la cromia originaria con velature di colore e finitura a base di resine naturali; l'intera struttura lignea è stata sottoposta a trattamento anti-tarlo; infine, il dipinto è stato consolidato utilizzando un protettivo opportuno, evitando di apportare opinabili integrazioni pittoriche.