lunedì 12 gennaio 2015

Cappella della Consolata

Inverno insolito, questo del 2015.
Temperature alte, aria pulita e vento caldo che spinge via le nubi: tutto questo invoglia più che mai a lasciare la città e lasciarsi guidare dai piedi.
Ed è questo che è successo in questo caso: ci siamo semplicemente lasciati guidare. 
Perchè un'escursione come questa non necessita di niente, se non della capacità di apprezzare la bellezza dei tesori che le Valli di Lanzo sanno generosamente offrire.
Non è difficile dunque immaginare come una escursione semplice come questa si sia lentamente trasformata, passo dopo passo, in una specie di riscoperta del patrimonio, storico, naturalistico e culturale dell'imbocco della Val d'Ala.
Ma procediamo con ordine...

Raggiungiamo in auto il comune di Mezzenile, dopo aver oltrepassato la Stura su un ponte, e ci dirigiamo rapidamente verso la frazione Catelli.
Lasciamo l'auto all'ombra di un piazzale proprio accanto ad un pannello informativo che presenta l'itinerario per la prima meta della giornata: la Cappella della Consolata.
L'itinerario 205 è classificato come T, un'escursione facile, interamente su strada prima asfaltata e poi sterrata. Si tratta in effetti di un percorso non eccessivamente impegnativo e tuttavia abbastanza panoramico sulla bassa valle. La salita è un susseguirsi di boschi intervallati da radure e ricchi di casolari che costeggia il Rio Catelli.
La chiesa della Consolata è raggiungibile anche in presenza di neve con l'ausilio di comode racchette, oppure con gli sci da fondo escursionismo.
Lungo il percorso si trovano i tronconi della antica mulattiera con i sei piloni: Pilon d'la Sala, Pilon dou Sououlët, Pilon dou Goulet, Pilon l'Orci, Pilon dou Cazas e Pilon d'la Gava. Consiglio vivamente di optare per la mulattiera, marcata bianco-rosso, inoltrandosi nei boschi di faggi, betulle e castagni fino a raggiungere la Cappella della Consolata a quota 1074 m.

Secondo la tradizione la Cappella fu costruita nel XVI secolo dagli abitanti di Mezzenile come ringraziamento alla Consolata di Torino per essere rimasti immuni alla peste del 1520. A quell'epoca la chiesa era ad una sola navata, furono costruite successivamente le navate laterali. L'altare principale è dedicato alla Consolata, quello di destra a S. Giacomo e quello di sinistra a S. Rita. Nella chiesa si conservano un centinaio di ex voto: principalmente oleografie e litografie del XIX e XX secolo. Taluni appaiono illesi in pericolose cadute, altri scampati da calamità naturali, altri liberati da vario genere di malattie o disgrazie, altri ancora sopravvissuti alle guerre.

Dalla chiesa è ammirabile uno splendido panorama dell'imbocco della Val'Ala. In fondo alla valle si distinguono facilmente il centro abitato di Ceres, accanto il picco con il santuario di Santa Cristina sulla sommità, a 1340 m e poi sulla sinistra Col Rivalsa e Monte Rosso con i suoi 1780 m di altitudine. Ancora più in lontananza il Bellavarda e le cime vicine: P.ta Marse, la  Rossa  e P.ta dell'Aggia.

Dietro la chiesa un cartello in legno indica un percorso per ridiscendere a valle raggiungendo Vana. Il sentiero 205, accanto alla sterrata diretta a Cialognamo, permette di compiere un giro ad anello molto interessante. Proprio da lì parte un sentiero che sale con lieve pendenza, sorpassa Baita Biretta a 1130 m di altezza inoltrandosi nuovamente nel bosco di betulle per raggiungere le case di Le Tine a 1241 m.
Il sentiero poi indicato con paletti di legno marcati bianco-rosso taglia la sterrata e prosegue su un pianoro erboso per poi addentrarsi nuovamente nel bosco con un tratto abbastanza in pendenza, al punto da risultare decisamente scivoloso anche a causa dello spesso letto di foglie sul terreno lasciate dall'autunno.
Si raggiungono le case ormai abbandonate di Maleggia a quota 1350 m, poi scende verso l'Orgeri e raggiunge con il sentiero 206 una baita definita Vaticano per la singolare conformazione del versante della montagna, forse dovuto al costante lavoro di erosione del Rio Cinaveri.

Dopo una breve pausa ci dirigiamo con un tratto del sentiero 207 verso la nostra seconda meta: la Cappella del Giardino. Oltrepassiamo quindi la piccolissima frazione di Sart a 1150 m e riprendiamo il cammino su un ampio sentiero sterrato che in pochi minuti raggiunge la destinazione.

La Cappella del Giardino colpisce immediatamente oltre che per la sua bellezza anche per la sua storia. È in realtà la storia di molti centri abitati di montagna, che racconta come venivano distinti gli spazi delle comunità montane e come venivano vissuti dagli uomini e dalle donne del passato.

Un tempo, nei periodi di stagnazione e di disoccupazione, gli uomini dedicavano più tempo alle attività agricole e all'allevamento degli animali mantenendo pur sempre spazi di socialità  e di evasione non permessi alle donne.
Fin dal primo dopoguerra sul territorio esisteva  una solida rete associativa  e di propaganda socialista che faceva capo alle cooperative di consumo di Mezzenile - Sabbione e di Pessinetto Fuori. Le società erogavano prestazioni regolate dalla reciprocità e svolgevano, per statuto, azioni solidali tra gli aderenti.
Erano i maschi a frequentare le cooperative, luoghi strutturati di aggregazione politica, ma dove il bere smodato coincideva con la domenica e rimase una modalità ricreativa e socializzata ancora negli anni Cinquanta del Novecento.
Bere era virile: il fenomeno contrassegnava i rituali maschili di iniziazione e di integrazione conformista, quali quelli che precedevano la leva militare o si svolgevano durante le feste da ballo campestre.

Nel Gennaio del 1944 la cooperativa di Mezzenile divenne la sede del distretto partigiano. Nel dopoguerra, nei suoi locali, si svolgevano - e si svolgono tutt'ora - gli incontri della banda musicale Pessinetto-Mezzenile e aveva sede la sezione del partito comunista.
Nel passato, però la scarsità o la mancanza di negozi nelle varie località faceva convergere anche le donne alle cooperative operaie, ma solo per il tempo limitato agli acquisti settimanali.
La caratteristica genuinità del vino e del pane prodotti, ad esempio, dalla cooperativa di Mezzenile erano conosciuti ben oltre i confini comunali: "si d'l'ai d'l'aiva" coloro che abitavano sulla riva sinistra della Stura scendevano dalle borgate a fare la spesa al Sabbione. I vecchi informatori ricordano che, ancora nei primi anni Cinquanta del Novecento, il panificio del Sabbione sfornava ogni giorno cinque miriagrammi di pane e fino a dieci nel fine settimana.
Per le donne le veloci soste alle fontane per l'approvvigionamento dell'acqua o quelle necessariamente più prolungate ai lavatoi costituivano una delle poche occasioni per chiacchierare in libertà o di ascolto delle ultime novità sugli avvenimenti del borgo. Il lavatoio, nelle zone rurali del Biellese, era chiamato "al tribünal dal fumne" (il tribunale delle donne).
Gli spazi di socialità riservati alle donne restarono, fin nel secondo dopoguerra, le stalle nelle ore serali, i pianori dei balli campestri nella bella stagione per le giovani o i luoghi prestabiliti per il Carnevale, festa che, chiamando a raccolta le nuove generazioni, dava opportunità di incontri.
Inoltre per le contadine montanare erano motivo di ritrovo le solennità religiose nelle chiese o nelle varie cappelle sparse sui monti, dedicate soprattutto al culto della Madonna o di Sante venerate con devozione particolare (Santa Rita da Cascia, Santa Cristina...)

Fra i tanti luoghi della religiosità popolare nel comune di Mezzenile, prendiamo in considerazione appunto la Cappella montana  della Borgata Giardino, dedicata alla Visitazione di Maria ad Elisabetta. la visita della Madonna all'anziana parente Elisabetta, narrata nel Vangelo di Luca, è commemorata dalla chiesa il 31 Maggio, ma la cappella viene aperta per celebrarvi la Messa all'inizio di Luglio.
Qui generazioni di donne, di modestissima condizione, abituate ad andare sempre di fretta per le numerose incombenze domestiche, per il lavoro nei campi e, a volte, anche quello in fabbrica, si sono incontrate per alcuni momenti di preghiera e di festa. Qui, sotto l'ampio porticato, i loro figli - scesi dagli alpeggi per andare a scuola nel capoluogo - sovente facevano i compiti.

A cavallo tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, il Vallone di Giardino era densamente popolato da contadini, pastori, boscaioli, chiodaioli, minatori e cavatori d'ardesia. Un tempo, raccontano gli anziani che abitavano stabilmente in queste località, soprattutto in occasione della Visitazione, giungevano per la Messa nella Cappella più di centocinquanta persone dalle frazioni di Murasse, Bogliano, Monti, Catelli e dai numerosissimi alpeggi circostanti.
Le donne preparavano fasci di fiori di prato e ortensie deponendoli, durante il cammino a piedi verso i luoghi di culto, nelle nicchie dei piloni che segnavano mulattiere e sentieri, aperti in ogni stagione.
Come in altre occasioni di incontri comunitari quella solennità religiosa si trasformava, poi, in una festa di carattere laico che proseguiva anche per diversi giorni.

All'interno della Cappella, numerosi sono i Santi che il fervore popolare ha voluto far effigiare sulle pareti. Oltre all'arcangelo San Michele (29 Settembre) troviamo, ad esempio, San Giovanni Evangelista (27 Dicembre) e di Santa Apollonia patrona dei dentisti.
E fu proprio un dentista il medico Perotto, persona buona e caritatevole, a donare l'orologio del campanile, come si evince ancora grazie ad una iscrizione sulla torre campanaria.
Tra i dipinti dei Santi possiamo trovare ancora quello della vergine e martire Lucia, e un affresco di San Bernardo di Chiaravalle abate e dottore della Chiesa, devoto alla Madonna, con il Diavolo alla catena.
Sant'Ignazio di Loyola è raffigurato sia sulle pareti interne  che all'esterno, a sinistra in alto, sulla facciata. A destra invece è ritratto San Giovanni Battista (Patrono di Torino).
Maria ed Elisabetta sono raffigurate al centro della facciata, ma anche in una tela confinata dietro l'altare.

La contemplazione della Cappella (con le primule fiorite davanti alla facciata!) richiede più tempo del previsto e siamo quindi costretti a rinunciare, almeno per il momento, alla terza tappa della giornata: i Laghi di Sumiana. Diventeranno sicuramente un valido motivo per ritornare tra queste valli che comunque dimostrano ancora una volta di saper stupire e sorprendere con la loro selvaggia bellezza e i loro piccoli ma preziosi tesori.
Quindi facciamo scorta d'acqua alla fontana posta accanto alla cappella e riprendiamo la sterrata che scende verso la frazione di Murasse. Accanto ad una piccola area attrezza con giochi per bambini e un campo da bocce prendiamo un sentiero che passa a mezza costa nel bosco sopra il centro abitato e oltrepassa un piccolo rio con un ponte di legno.
Proprio in questo bosco un'orrenda visione ci spezza il cuore: una piccola ma inaccettabile discarica
di rifiuti a cielo aperto a decorare la macchia boscosa che fino a un momento prima ci stava accompagnando così piacevolmente. Prego affinchè le autorità competenti, menzionate sull'evidente cartello posto davanti a questa mostruosità, riescano a riportare l'area al suo stato naturale e a tutelarla per il futuro.

Entrando in Mezzenile, non si può percorrere nessuna stretta strada tra le case senza pensare a come dovesse apparire la città nel passato. Ad aiutare il visitatore ci pensano sicuramente i lavatoi (come quello accanto a Fusina Toina) dove in passato le donne di Mezzenile lavavano i loro indumenti con la tecnica della Lisìa: una tecnica di lavaggio tanto affascinante quanto antica, che veniva effettuata ogni due mesi e durava circa due giorni. I panni venivano insaponati sulle tavole di pietra dei lavatoi, poi venivano posti piegati in un sëbër: una sorta di contenitore con un foro al fondo. Il foro veniva inizialmente tappato, l'apertura superiore veniva coperta con un telo di canapa grezza ed era cosparso con quella che veniva chiamata "la sindra", ossia la cenere (preferibilmente di noce o di faggio) dall'alto potere sbiancante. Quindi veniva versata sopra dell'acqua inizialmente tiepida e poi (una volta raccolta dal foro sottostante) via via sempre più calda.
Quando veniva versata l'ultima acqua molto calda, si lasciava a bagno la biancheria per tutta la notte. Al mattino si faceva defluire l'acqua, ora detta "lisiàs" e si utilizzava per lavare gli indumenti colorati.
Gli indumenti così puliti venivano raccolti nelle ceste e portati ad asciugare sull'erba o stesi su corde tese tra gli alberi.

Anche le fontane riportano tracce del passato. Le case non disponevano di acqua corrente così le fontane diventavano un bene prezioso. Molte fontane avevano una vasca divisa a metà per permettere anche il lavaggio degli indumenti e l'abbeveraggio degli animali. Alcune di esse sono ancora dotate delle barre di ferro poste sotto il getto dell'acqua, indispensabili per poggiare il secchio, o del mestolo di rame o di ferro legato al tubo di ferro dell'acqua chiamato "na casa", o del contenitore per il sapone (solitamente fatto in casa con grasso di animale, avanzi di burro e olio, sale, latte, fiori di saponaria, soda caustica e acqua) che veniva usato per lavarsi le mani prima del rientro in casa.
Tutte le frazioni di Mezzenile disponevano di almeno una fontana, alcune sono ancora oggi rinomate per la loro acqua fresca e buona, come ad esempio la Fontanina di Saccona a Monti.
 
Anche le chiese minori sono una testimonianza importante del passato.
Le chiese minori risalgono a molti secoli fa, quando più vivo era il senso cristiano della vita della comunità. Nel corso degli anni esse ebbero le cure più sollecite dei frazionisti; vennero rafforzate nelle loro strutture, abbellite nei loro interni, munite di campanile, rese in una parola più accoglienti e più devote. Le varie frazioni facevano a gara non solo nel provvedere alle esigenze  della chiesa parrocchiale, ma ancora nell'erigere  più a contatto delle loro case quelle chiese che ancora oggi sono una chiara testimonianza della religiosità, del lavoro e dei sacrifici di intere generazioni.

Il giro nella piccola città di Mezzenile si conclude, ormai il sole è tramontato dietro le montagne ed il nostro viaggio ci riporta all'auto. Riprendiamo la via del ritorno, felici e con l'intenzione di tornare ancora tra queste valli.

Grazie ancora a Valeria per aver condiviso con me la meraviglia di questa avventura.














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