giovedì 1 agosto 2019

Lago Lungo

Avete presente le bacheche per gli indizi? Quelle che usano i detective nei film polizieschi e nelle serie TV, con eccentrici investigatori alle prese con foto del delitto e informazioni dei potenziali sospettati.
Tutto il materiale viene affisso sulla bacheca con delle puntine, in alcuni casi collegate tra loro da fili rossi a evidenziare possibili nessi logici, poi il protagonista resta davanti a quelle immagini per interminabili minuti, meditando, rimanendo a fissare i dettagli più piccoli affinchè possano fare luce sul mistero.

Mi piace molto, quando mi occorre del tempo per meditare, avere come meta di una camminata un lago di montagna.
Con le montagne che fungono da amplificatori di segnale, i laghi diventano come dei raccoglitori di pensieri. Delle bacheche da detective.
Quando finalmente li raggiungo, dopo ore di cammino, faccio riposare il corpo e lascio che si attivi la mente: raccolgo i pensieri che mi hanno assillato durante le innumerevoli attività della routine quotidiana e li esamino uno ad uno, affiggendoli sulla bacheca del lago con il lancio di un sasso, e poi rimango ad osservare gli incroci delle increspature che vanno allargandosi fino a sparire e il lago ritorna liscio come una vetrata a specchio.
In questo modo i pensieri e le idee ritrovano con maggiore facilità il loro spazio adeguato e la loro giusta dimensione nella mente, altre volte non funziona ed il lago ti rimanda con fredda indifferenza solo il tuo riflesso, a suggerirti forse che la soluzione ai tuoi problemi risiede unicamente in te stesso.


Il Lago Lungo può risultare un valido luogo dove fare chiarezza nei propri pensieri.
Situato nei pressi della Val di Viù a 2303 m di quota questo lago si trova in una conca naturale realizzata dai contrafforti rocciosi delle tre cime circostanti: il Monte Turlo (2437 m), il Torrione Mazzucchini (2556 m) e il Ciarm del Prete (2389 m).
Per raggiungerlo si può salire da Lemie con l'auto fino all'Alpe Milone a 1559 m (su strada non asfaltata), poi imboccare il sentiero n°127 che sale sulla sinistra orografica del Rio d'Ovarda, attraversa Pian del Giuoco e raggiunge dapprima il Lago Piccolo (2152 m) e il Lago Grande (2213 m) e termina proprio in corrispondenza del Lago Lungo.

Ma c'è anche un'altro sentiero per raggiungere il Lago Lungo, un sentiero meno noto e meno battuto, ma molto affascinante.
Raggiungiamo in auto l'Alpe Bianca, all'ombra della fatiscente costruzione ormai tristemente nota come "l'Ecomostro dell'Alpe Bianca" una grande opera mai conclusa che prevedeva albergo, piste, impianti di risalita, biglietteria... e rimasta in stato di indecente abbandono.
Da qui la strada, non più asfaltata da qualche curva, inizia a peggiorare e decidiamo di percorrerla a piedi fino a 1467 m dove, superando il Rio Montù, si incontra il bivio a sinistra per il sentiero n°130 che supera Rocca dell'Alpe (1785 m) e si dirige verso il Lago di Viana.
In realtà si incontra prima un piccolo specchio d'acqua a 2071 m, il Lago Veilet, circondato da rocce e prati fioriti; per il Lago di Viana sarebbe necessario proseguire altri trenta minuti circa verso nord. Puntiamo invece verso sud-ovest e superiamo una piccola collina erbosa per raggiungere il Passo Veilet (2113 m), dove si incontra il lungo sentiero che scende a sinistra verso il Colle Toino (citato in un precedente post, qui il link) e sale a destra verso Ciarm del Prete, penultima tappa del nostro cammino.
Abbiamo decisamente superato la quota degli alpeggi ormai e non c'è vegetazione a placare il sole estivo, per fortuna occasionalmente coperto da alcune nuvole foriere d'ombra.

Salendo verso Ciarm del Prete le nubi coprono la visuale panoramica e il sentiero, già di per sè poco battuto e facile da perdere di vista, ma i laghi più in basso risaltano nel verde dei prati come lucenti diamanti incastonati in un diadema. Spesso sono loro a farci mantenere l'orientamento.
Prima di raggiungere la vetta del Ciarm del Prete abbiamo qualche tentennamento, ma una volta ritrovata la direzione giusta decidiamo anche di perdere un po' di tempo marcando meglio il sentiero con alcuni ometti di pietre, sempre più frequenti rispetto ai prati fioriti e ai bassi cespugli di rododendro alpino.
Dalla vetta di Ciarm del Prete attraversiamo ampie distese fiorite di tarassaco e ci dirigiamo in discesa verso nord, in direzione del Lago Lungo, ormai ben visibile, meta finale del nostro cammino.

La conca circostante ci isola anche nel silenzio, solo una leggera brezza smuove la superficie e spettina gli eriofori sulle sponde dove l'acqua è più bassa.
Il luogo è ideale per una lunga pausa, non solo per riprendere fiato dopo la camminata a ritmo sostenuto appena terminata ma anche per dedicare il giusto tempo alla riflessione descritta all'inizio.

È solo davanti a un lago come il Lago Lungo che si riesce a ripensare alle nostre azioni, a ciò che facciamo e diciamo, a come ci rapportiamo con gli altri e a ciò che, più o meno consapevolmente, esigiamo dagli altri...ponendo però tutto su un piano inconsueto, osservando tutto da una prospettiva differente rispetto a quella che siamo soliti usare ogni giorno, tutti i giorni.
Ogni cosa assume una profondità diversa, esattamente come succede a un filo d'erba per metà immerso nel lago: la parte in acqua appare ai nostri occhi ingannevolmente ingigantita, come alcuni problemi che nella quotidianità ci sembrano irrisolvibili.
Allora il lago ci ricorda che per spegnere un fuoco non serve a nulla ritornare al momento in cui è stato acceso, meglio invece cercare di capire cosa lo alimenta e come possiamo interrompere il ciclo che lo sostiene.
Ancora peggio è passare il tempo alla insistente ricerca di un responsabile o di un colpevole, dando per scontato che sia poi lui a dover risolvere il problema: è il modo migliore per rinunciare all'idea di uscire dalla nostra condizione di "vittima" invece di cambiare atteggiamento per ottenere un risultato migliore.

Il Lago Lungo è questo, al di là della pregevole area naturale che costituisce, è un luogo di introspezione; non esattamente il primo lago che proporrei per un pic-nic in montagna, per quello ci sono laghi più idonei. È uno spazio aperto ideale per fare spazio all'interno, per fare ordine, per risistemare le proprie percezioni.

Ringrazio Cristina che ha accompagnato i miei passi e che ha favorito con il silenzio il contatto più diretto con l'ambiente.









































mercoledì 31 luglio 2019

Perla del mese - Luglio

Qui non palazzi, non teatro, o loggia,  ma ’n lor vece un’abete, un faggio, un pino, 
Tra l’erba verde, e ’l bel monte vicino ...levan di terra al ciel nostr’intelletto.

  [Francesco Petrarca] 

venerdì 19 luglio 2019

Falesia La Baita - Settore NUVOLA

A distanza di anni si ritorna a praticare la roccia della falesia La Baita di Viù.
Poco è cambiato dall'ultima volta ma anche le emozioni che questa roccia può offrire erano e restano positive.

Ad attirare maggiormente la nostra attenzione è stato questa volta il settore NUVOLA.
Le prime due vie, GENNARINA e MOLLY, gradate 3C, si rivelano di semplice approccio, ideali come riscaldamento.

Si passa dunque a CIRO (5B), una placca appoggiata da affrontare in aderenza. La parte iniziale può presentare qualche lieve difficoltà a causa di uno spostamento verso sinistra successivo al primo spit. Dopo il rinvio tutto risulta più semplice potendo contare su una cresta a sinistra che offre numerosi appigli ed appoggi.

Ultima via del settore è PEPPINO (6a+) una placca appoggiata simile alla precedente ma con qualcosa di diverso. I passaggi iniziali non presentano grandi difficoltà e si raggiungono facilmente i primi spit dai quali si può proseguire sfruttando una faglia verticale fin quasi a metà della via.
Terminata la faglia si deve affrontare una ampia superficie con scarsissime opportunità di presa, allo scopo di raggiungere un davanzale più comodo al di là del quale la via risulta nuovamente più semplice fino alla catena di sosta.

Il Settore NUVOLA potrebbe, dalla base, risultare semplice o poco interessante, offrendo invece un sorprendente allenamento alla progressione in appoggiata e al miglioramento del proprio equilibrio sui piedi in placca.
Un settore che non deve mancare tra gli obiettivi di un frequentatore della falesia La Baita.

Per leggere la prima recensione della Falesia La Baita selezionare il link.

Ringrazio Enrico, Paolo e Stefano per la giornata insieme.



















































mercoledì 26 giugno 2019

La Rosa Alpina


Anche nota come Rosa delle Alpi, questo meraviglioso fiore si presenta generalmente in cespuglio e fiorisce tra Giugno e Luglio. I frutti invece maturano tra Agosto e Settembre.

La Rosa Alpina cresce preferibilmente nei boschi di conifere da 600 a 1800 m di quota.

I fiori si possono raccogliere appena sbocciati. Di queste rose si raccolgono i cinòrrodi da Agosto e Settembre fino ai primi freddi.
Prima di essere usati, i frutti devono essere privati dei semi che sono irritanti per l'apparato digerente, recuperando solamente i ricettacoli carnosi.
Questi ultimi hanno un sapore dolciastro e leggermente agre se consumati crudi, vengono però più comunemente usati per preparare confetture oppure per aromatizzare liquori.
Anche i petali possono essere impiegati per aromatizzare insalate, macedonie, oppure conditi con Rhum e zucchero, oppure per preparare frittelle. In alcuni casi vengono canditi.
Ricettacoli, foglie e petali possono essere essiccati per preparare tisane infusi e the.


Ai frutti sono attribuite proprietà vitaminizzanti, antinfiammatorie e stimolanti delle funzioni renali.

Ai fiori vengono attribuite invece solo proprietà aromatizzanti e rinfrescanti.

Prestare attenzione: le galle dei rami sono velenose.



venerdì 31 maggio 2019

venerdì 24 maggio 2019

Ex Cava Bertonasso di Avigliana TIL / 32 / 14

Dopo alcuni fine settimana di inattività ho ricominciato a praticare la falesia di Avigliana, risolvendo qualche nuova via.

TIL 6A
La via presenta un primo passaggio semplice fino al raggiungimento del quarto spit dove occorre superare un piccolo tetto strapiombante. Il passaggio che consiglio di effettuare prevede un iniziale approccio fin sotto il tetto, con un successivo spostamento più a sinistra dove è possibile individuare una faglia comoda per la mano sinistra. Una volta raggiunta la piccola faglia spostarsi a destra dove si trova uno spigolo sporgente per la mano destra. A questo punto sarà semplice osservare una buona presa per le mani proprio sopra il tetto, ora facilmente raggiungibile. Superato il tetto ci si può mantenere a sinistra per superare un passaggio su placca più liscia e poi un ultimo passaggio in prossimità della catena, estremamente divertente se affrontato con un bilanciamento a destra.


32 4B
Questa via non presenta grandi difficoltà ed offre numerose opportunità di movimento. Un diedro ricco di prese e appigli accompagna l'arrampicatore fin quasi a metà della via permettendo di raggiungere con facilità i primi 8 m di altezza. nella seconda parte ci si trova su tratti molto facili tendenti all'appoggiata più che al verticale. Consiglio comunque di rinviare cercando posizioni di equilibrio quasi sempre raggiungibili con gli spit vicini al torace o all'addome.

14 4B
Via per certi versi molto simile alla precedente. Un passaggio iniziale tra le rocce obbliga chi fa sicura a restare più distante dalla parete, ma ciò non costituisce un problema.
I passaggi finali di questa via intuitiva presentano gradoni larghi ed appigli per mani e piedi ampi e comodi.
Alla portata dei neofiti.

Per leggere la recensione delle vie VARIANTE / ZERO / BOCIA / A (ALPINI 4°BTG. SUSA) selezionare il link
Per leggere la recensione delle vie Z A. Tardito / 1 / Grundal selezionare il link

Ringrazio Elena, Federica, Simona e Valeria per la compagnia durante la sperimentazione su queste nuove vie.




















martedì 30 aprile 2019

Perla del mese - Aprile

Anche una cima piccola, è un traguardo importante se a muoverci è il sentimento della vetta.

[Dante Colli]



venerdì 26 aprile 2019

L'alpinismo, l'arrampicata e i loro rischi

Partendo dall'esperienza personale, Elio Bonfanti propone alcune riflessioni sull'alpinismo, l'arrampicata e i loro rischi.

Chissà attraverso quali percorsi mentali ci si avvicina alla montagna ed all’arrampicata. Insomma a procedere non su un piano orizzontale ma su un piano verticale. Di colpo cambia tutto la percezione dell’ambiente, del proprio corpo, della propria mente e delle proprie paure. Nella notte dei tempi il ragioniere o l‘impiegato (usiamo questi stereotipi) affrontavano un “rodaggio” lunghissimo che durava mesi, talvolta anni e durante questo rodaggio imparavano a conoscere i loro limiti, sceglievano i compagni, cementavano amicizie e qualche volta riuscivano anche a fare delle salite degne di essere inserite in un curriculum. C’era qualche rivista specializzata che narrava le avventure di eroi senza macchia e senza paura che erano però ad una distanza siderale dal ragioniere (mi viene questo esempio ma certo non in senso dispregiativo) che nemmeno lontanamente pensava di poter emulare tali imprese. Le previsioni meteo erano quelle che erano e la loro affidabilità era più legata al fiuto di ognuno che a quanto il colonnello Bernacca annunciava in TV. Anni addietro ero solito dire che per andare in montagna era bene partire con il brutto tempo in quanto questo malefico non avrebbe potuto far altro che migliorare. Effettivamente spesso era così e le uniche finestre che si conoscevano erano quelle di casa e non quelle promesse da un quasi infallibile sito meteo.

Oggi la notte dei tempi è solo più un ricordo per vecchi, e con l’avvento di Internet l‘esperienza personale è andata a farsi benedire. Non voglio essere frainteso e ritengo che Internet sia un formidabile strumento che ha contribuito ad avvicinare alle discipline verticali migliaia di persone. Questo ha però ridotto in modo drastico la distanza tra i fuoriclasse e gli sportivi della domenica abbassando in qualcuno di noi la soglia di attenzione e di autocritica. Quella salita l’ha fatta Riccio 61 e dice che è buona. A beh allora vado anch’io (sì ma Riccio 61 cammina sul 7a da proteggere e tu non lo sapevi…). Finestra di bel tempo di 24 ore? Parto! La goulotte l’hanno percorsa ieri ed è tracciata, tre ore di avvicinamento otto ore per la salita, tre/quattro per scendere ci stiamo dentro alla grande. Ma quel giorno qualcosa è andato storto le 15 ore sono diventate di più è stato necessario un bivacco imprevisto. La finestra si è chiusa e siamo rimasti tutti fuori.

Dato che su certe vie che contavano due o tre ripetizioni all’anno oggi ci sono le code mi viene da pensare che probabilmente siamo diventati tutti dei fenomeni o che molti di noi si prendono dei rischi inaccettabili. Nella scorsa stagione autunnale mi risulta che sulla via dei Polacchi alla nord delle Jorasses l’elicottero della gendarmeria francese fosse di casa a recuperar cordate che non riuscivano a superare il tratto chiave della via. Stiamo parlando di un itinerario che ci sarà pur una ragione se ha sempre contato pochissime ripetizioni, siamo sulla nord delle Jorasses non sul campanile di val Montanaia che per quanto bello non è certamente in un ambiente paragonabile. Mi pare che un'onda di banalizzazione stia pervadendo l’ambiente. Ormai, oltre a me, chi non ha fatto la nord dell’Eiger? D’altronde è una via del 1938 cosa volete che sia…! Noi stessi portatori sani di vita non sappiamo quanto valore essa abbia. Quanto la nostra vita possa incidere positivamente sul mondo e sulle persone che ci circondano per andare a giocarcela facendo dentro e fuori da una finestra o appendendola a un micronut o, peggio ancora, andando slegati per rocce. Nessuno di noi è Dave Mac Leod, il primo che mi viene in mente che dopo aver girato il famoso video del micronut si è fracassato la caviglia (ma pochi lo sanno )

Guardando le fotografie di anni addietro ho visto che molti di noi, me compreso, andavano spesso in giro senza il casco, forse perché ci sentivamo protetti da un aura di invincibilità e nulla ci sarebbe potuto succedere. Poi quando in quelle fotografie siamo rimasti sempre in meno il dubbio che questa invincibilità non fosse poi proprio tale ha iniziato ad instillarsi in me. Alla spicciolata molti, troppi, amici mi hanno detto arrivederci e la maggior parte di loro senza essersela cercata…alcuni tra quelli rimasti con tanta pazienza mi hanno spiegato la differenza che c’era tra me ed un professionista, non solo in termini di prestazioni ma anche in termini di approccio. Un professionista doveva e deve far parlare di sé facendo delle realizzazioni, invece un poveretto come me se fosse precipitato durante una solitaria, oltre ad accopparsi, si sarebbe beccato pure del cretino (per non scrivere di peggio).

In questo senso sarebbe importante che le scuole di alpinismo (delle quali anch’io ho fatto parte) insegnassero alla gente la prudenza e l’amore per la montagna insieme alla tecnica arrampicatoria. Che insegnassero agli allievi ad andare in montagna in sicurezza e per conto loro piuttosto che portarli a fare salite che alla fine soddisfano più l’ego dell’istruttore che lo scopo per il quale l’allievo si è iscritto ad un corso. Non sto facendo di ogni erba un fascio, fortunatamente non sempre è così, e ci sono in giro per l’Italia realtà splendide ma molto spesso, forse troppo spesso, l’insegnamento viene confuso con l’accompagnamento.

Quanti rischi abbiamo corso e quanti piccoli miracoli hanno dovuto fare molti angeli custodi per farci diventare adulti. Poi, da adulti, le scelte si fanno più sagge, meno montagna più falesia. Più falesia uguale a meno rischi. Vero niente: la falesia è uno dei posti più pericolosi al mondo perché la routine la fa da padrona. Ho visto gente precipitare al suolo per non aver moschettonato tutte le protezioni in loco. Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (ma che erano posizionate a distanze errate). Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (perché alcune di queste erano mal resinate o erano affette dal Pitting ). Ho visto l’arrampicatore da 75 chili con la fidanzata di 55, lui quasi a terra e lei sollevata e sanguinante al primo chiodo. Ho visto l’arrampicatore da 8a arrivare a terra perché l’assicuratore distratto si era accorto tardivamente che la corda da 70 metri non bastava per tiri da 40. Piuttosto di vedere quello che usava al contrario l’auto bloccante. Arrampicare è un attività pericolosa e non è vero che chi la pratica lo fa a suo rischio e pericolo, perché coinvolgendo altre persone può diventare un rischio sociale (concedetemi di allargare esagerandolo il senso del termine). Nella fattispecie negli anni '80, a Finale, un ragazzo tedesco mi precipitò addosso rompendomi una spalla ed altri vari pezzetti del mio corpo perché al “Cucco” aveva deciso di arrampicare slegato. Sfiga mia che ero li? Forse, ma di certo io fui molto fortunato lui purtroppo un po' meno...

Mi sono reso conto che questa ondata di "sufficienza" ha contagiato anche me. Così mi è capitato di sorridere vedendo un caro amico che, dopo essersi legato, ripercorreva con il dito l’esatta costruzione del nodo, e che prima e dopo ogni sessione di arrampicata faceva stretching. Ho sorriso talmente tanto che per non essermi scaldato a dovere sono riuscito a rompermi una puleggia dell’anulare e, per un errore di manovra, sono precipitato nel vuoto per 35 metri. Sì avete letto giusto: nel vuoto per 35 metri; negli occhi ho ancora gli occhi del mio amico in sosta, nelle orecchie la sua disperazione, nel cuore l’amore delle persone che mi circondano a cui avrei dato un grande dolore dicendo loro: è finita! Da morto non sarei servito più a niente e a nessuno, nemmeno l’espianto degli organi dopo una certa età ha più un senso... ed ora che non so perché sono vivo, spero, avendo scritto queste quattro sciocchezze, di avervi messo in guardia dal mettere in gioco la vostra vita con leggerezza.

Fatevi prendere per il culo, ma in falesia mettete sempre il casco, cadere a testa in giù è un attimo. Fatevi prendere per il culo ma usate sempre una longe per autoassicuravi in sosta per fare manovra e non usate i rinvii, mai! Fatevi prendere per il culo ma imponete a chi vi assicura di stare il più possibile sotto alla parete, altrimenti assicuratelo da qualche parte in modo che non vi accompagni nella caduta. Incazzatevi se chi vi assicura si sta perdendo nel blu degli occhi di un'avvenente fanciulla. Siate sempre ipercritici con il vostro comportamento pensando che questo potrebbe cagionare dei danni ad un vostro simile. Siate davvero adulti.

Tito io non ti conoscevo ma mi hai fatto raccontare questa storia che tenevo lì da tanto tempo. Spero che tutti ti ricordino per sempre e che da lassù ci aiuterai ad essere migliori.

Un abbraccio
Elio Bonfanti

martedì 23 aprile 2019

Colle Toino

127 passi al minuto. In alcuni casi anche 140 passi al minuto, se la fretta lo richiede.
È questa la frequenza media del mio passo quando cammino per strada, in piano, spesso cercando di non mancare agli appuntamenti e agli impegni fissati.
Ho iniziato a camminare veloce durante le scuole superiori, quando per raggiungere in tempo l'I.T.I.S. mi toccava spesso coprire 2,4 km in circa 15 minuti.
Col passare del tempo, questa andatura è rimasta inalterata fino a diventare, più o meno consapevolmente, parte di me.
Un'andatura spedita, che non dà tempo di guardarsi attorno se non per occhiate fugaci, che non dà spazio alle parole, che non permette il privilegio di un respiro lento e cadenzato. Un'andatura che rispecchia anche parte del mio carattere: duro, secco, rigoroso, energico e, troppo spesso mio malgrado, ostinato e marziale.
Sorprendentemente, l'escursione al Colle Toino è stata un'inaspettata riscoperta di un passo lento, da troppo tempo dimenticato. Un passo in grado di far riemergere il desiderio di un respiro profondo, la gioia di voltarsi ad osservare il percorso compiuto, il bisogno di rallentare per dedicare il giusto tempo ad ascoltare e a comprendere.

Certo, in altri casi ho adeguato l'andatura al livello di difficoltà del percorso, alla pendenza, al sentiero accidentato.
Non in questo caso.

Il sentiero è semplice, la pendenza non è così rilevante da obbligare a procedere lentamente e i segnavia, anche i meno evidenti, sono sufficientemente visibili da non costringere a soste d'orientamento.
Il vero motivo che porta a camminare lentamente, oltre forse ad una necessità di carattere fisico, è stato sentire la necessità di colmare gradualmente un vuoto dentro me stesso, un vuoto che le attività frenetiche di tutti i giorni mi impedivano di contemplare.

Il Colle Toino fornisce questa possibilità, la possibilità di guardarsi dentro e di scoprire che il mio modo di muovermi forse in parte tenta di nascondere il timore, più o meno fondato, che potrei avere a costruire qualcosa di più forte con me stesso e con coloro che mi circondano.
È una voce persuasiva e rassicurante che dice: "Rallenta. Ascolta. Osserva."

Si lascia il centro abitato di Pessinea, salendo lungo il sentiero 129B che sembra puntare inizialmente verso Rocca Lusoira e poi si inoltra in un bosco di faggi, querce e castagni.
Si raggiunge l'alpe di Tchamproutan a quota 1165 m dove possiamo trovare una fonte per l'acqua.
Superata un'altra macchia boscosa, si raggiunge l'alpe abbandonata di Taboino a 1300 m e si punta con maggiore decisione verso nord fino a raggiungere le granitiche formazioni sulla cima.

Raggiungiamo la sommità di una di esse, che ci richiama a sè come un faro che riconduce imbarcazioni disperse nella nebbia in un porto sicuro.
"Rallenta. Ascolta. Osserva."
Dalla sommità del colle si ha una splendida visuale del Pian delle Mutte e del vallone di Tornetti verso nord, mentre a sud si contempla il versante in ombra del Civrari e delle cime limitrofe.
Ai nostri lati abbiamo il Ciarm (1863 m) e il Testa Pelà (1525 m)
Ci fermiamo. Non sento la necessità di proseguire. Resto sulla sommità rocciosa a respirare lentamente, lasciando che il sole mi scaldi e che le formiche banchettino con le briciole del mio pranzo, fino all'ora della discesa.

Il Colle Toino non era la meta iniziale di questa escursione, ma si è rivelata una piacevole e distensiva oasi di pace in un periodo dove tutto viene eseguito per me fin troppo in fretta, dove anche le parole corrono a tal punto da non essere in grado di percepire realmente il loro significato ed il loro valore.
Una meta che consiglio a chiunque abbia bisogno di sentirselo ripetere: "Non è sempre necessario andare veloci. Rallenta. Ascolta. Osserva."

Ringrazio Angela, Riccardo e Valentina per la condivisione di questa giornata.