martedì 31 dicembre 2019

Perla del mese - Dicembre

La cima di un monte è come un'isola nell'aria, ci si trova confinati a meno di discenderne.


domenica 15 dicembre 2019

La leggenda del Lago dell'Uomo

C'è una curiosa leggenda che ha per protagonista uno dei 13 Laghi dell'altopiano omonimo situato sopra il centro abitato di Prali e Ribba.
Si racconta che il più ricco proprietario di mandrie della zona avesse una bellissima figlia. Questa dolce ragazza aveva numerosi spasimanti ma nessuno era stato abbastanza coraggioso da spingersi ad intraprendere la sfida che il padre della ragazza aveva posto come vincolo per poterla corteggiare: egli aveva deciso che solo il più coraggioso e forte ragazzo della valle potesse chiedere la mano di sua figlia e perciò aveva stabilito che soltanto chi fosse riuscito ad attraversare il più grande dei laghi del piano avrebbe potuto sposarla.
Soltanto pochi giovani avevano tentato l'impresa ma le acque gelate del lago li avevano fatti desistere, al punto che la giovane temesse di restare senza marito per tutta la vita.
Un giorno giunse un bel giovane, robusto, bello ed attraente, che decise di tentare l'impresa ponendo solo una condizione: avrebbe attraversato il lago in compagnia del suo robusto caprone che lo seguiva ovunque; il padre della ragazza accetto e la sfida venne seguita da molti valligiani, curiosi di sapere l'esito della prova.
Il giovane, in groppa al suo caprone, partì veloce e raggiunse subito il centro del lago, ci fu un breve momento di esitazione ma dopo uno sforzo l'animale ed il giovane cavaliere riuscirono nell'impresa. La folla esultava ed anche la  bella ragazza era entusiasta ma tutti furono enormemente sorpresi quando il ragazzo risalì sul caprone e tentò una seconda traversata per dare prova della sua straordinaria resistenza. 
La follia sembrava averlo pervaso perché, non soddisfatto di aver superato la prova ben due volte si preparò per una terza traversata.
Il caprone però questa volta, stremato per la fatica cedette ed i due annasparono esausti in mezzo al lago fino a sprofondare nelle gelide acque.
Da quel momento il lago fu noto come "Lago dell'Uomo", un uomo che aveva tentato la sorte con troppa presunzione e che la natura aveva punito per l'eccessiva spavalderia.
Qualcuno ancora ritiene di essere certo di aver occasionalmente intravisto, nelle buie acque del lago, il giovane uomo ed il suo caprone.





sabato 30 novembre 2019

Perla del mese - Novembre

Se uno sta scalando una montagna altissima che mette a dura prova tutte le sue forze, nulla può affaticarlo di più che gettare sguardi verso la vetta; e nulla lo incoraggia di più che guardare verso il basso. La vetta sembra non avvicinarsi mai, il percorso compiuto si allontana velocemente.


giovedì 31 ottobre 2019

Perla del mese - Ottobre

L'equilibrio, se pur mai sarà raggiunto, verrà ottenuto molto lentamente, e l'importanza di ogni cambiamento in un sistema dipende interamente dal ritmo con cui è compiuto.
Non c'è cambiamento che turbi, o, in altre parole, che abbia importanza, se viene compiuto con sufficiente lentezza, mentre nessun cambiamento è abbastanza piccolo da non turbare quando giunge repentino.
Possiamo scendere una scala alta centinaia di metri se lo facciamo gradino per gradino, ma una caduta improvvisa di un paio di metri può ucciderci.
L'importanza, quindi, non sta tanto nel cambiamento, quanto nella velocità con cui viene effettuato.

domenica 20 ottobre 2019

Intorno al Cervino, santuario alpino

Tratto da ALPI - SUL FILO DELLE CIME di Mario Colonel

È la montagna più famosa delle Alpi, cioè del mondo. Nel cuore delle Alpi vallesi, al di sopra dello Zermatt, questa regina delle altezze ha ampiamente contribuito alla grande leggenda delle cime.
Corteggiata da altre belle montagne come il Weisshorn e il Monte Rosa, continua a mantenere un freddo riserbo...

Non si vede che lei. Appena, a Zermatt, si scende dal trenino che bordeggia la montagna, eccola apparire, perfetta piramide trattenuta in cielo dai quattro crinali del Leone, di Zmutt, dell'Hörnli e di Furggen. Il Cervino si staglia come una specie di stazione di cambio in mezzo allo spazio infinito.
Ripenso alle parole del naturalista Robert Hainard: "Ho alla mia portata l'infinito, lo vedo, lo sento, lo tocco, me ne nutro, ben sapendo che non arriverò mai ad esaurirlo. E capisco la mia irrefrenabile ribellione ogni volta che vedo sopprimere la natura: mi uccidono il mio infinito".
Vedendo questa montagna si riacquista un po' di speranza: la montagna non è prossima a farsi domare dall'uomo...

E tuttavia gli uomini non sono lontani, con tutti quegli chalet che circondano questa cattedrale delle Alpi. Chalet bruni, quasi neri, grigi o rossicci: sulle loro facciate le intemperie hanno disegnato una storia in filigrana. Quel legno screpolato come una pergamena è un diario, la cronaca quotidiana della «terra in alto» che, come abbiamo visto, comincia a Zermatt. Un nome quasi da filibustieri, per marinai sperduti su questi isolotti d'altezza. Come per il Monte Bianco, è stato il botanico ginevrino Horace Bénédict de Saussure a "inventare" il Cervino. Nel 1789 varca il passo del Teodulo e scopre, stupefatto questa cima. Effettua le prime misurazioni e i suoi scritti suscitano la curiosità dei viaggiatori a Chamonix e a Grindelwald.

Nella seconda metà del XIX secolo, le Api vanno di moda. Le montagne vengono prese d'assalto e, di solito, conquistate dai britannici. Uno dopo l'altro, i grandi 4000 cadono nel carniere di quegli straordinari viaggiatori. Il punto culminante della Svizzera, il Monte Rosa (4636 m), viene scalato nel 1854. Perfino il Weisshorn, dalla sagoma slanciata, si dichiara vinto nel 1861. Resiste solo... il Cervino.
Per una montagna così bella e inaccessibile ci volevano uomini temprati nel granito. Due alpinisti molto diversi tra loro saranno gli sfidanti di questa stupefacente battaglia delle cime. Da una parte, Jean-Antoine Carrel, detto il Bersagliere. È di Breuil. La montagna l'ha visto crescere. Si accanirà per oltre dieci anni. Tutti i suoi tentativi passeranno dalla cresta del Leone, la cresta italiana, tecnicamente più dura di quella dell'Hörnli.
Di fronte a lui un uomo altrettanto determinato, Edward Whymper. Incisore su legno, questo giovane inglese scopre le Alpi a vent'anni. Spirito fermo, duro, tutto d'un pezzo, guidato da un'ambizione senza pari, non ha amici né mai ne avrà. Il Cervino è un po' il suo Graal. Vi effettuerà otto tentativi, certuni insieme al suo avversario Carrel.
Un modo di controllare l'uno le azioni dell'altro...

Nel 1865, la partita di poker si precisa. Whymper ha solo venticinque anni, ma ha più titoli di un maresciallo dell'Impero. In cinque anni ha scalato e conquistato alcune delle più belle cime alpine. Dei due, Carrel è quello che conosce meglio la montagna. Ha inizio la corsa-inseguimento. Carrel, contattato da uomini politici italiani, organizza una squadra per conto proprio. Whymper, che contava ssu di lui, si ritrova solo ai piedi della montagna. Tornato a Zermatt, mette insieme una squadra eterogenea composta, tra gli altri, da un reverendo (Hudson), da un lord debuttante (Douglas), da Robert Hadow, da due guide del luogo (i Taugwalder padre e figlio) e da una guida di Chamonix, l'unica per la quale Whymper nutra una certa stima, Michel Croz. Il dado è tratto e la carovana, che prende il via il 13 Luglio 1865, conoscerà una delle più tremende e memorabili catastrofi della montagna.
Il 14 Luglio Croz apre la marcia nel dedalo di cenge e di lastroni. L'ascensione si rivela più facile del previsto, la cresta si presenta come «una gigantesca scala naturale alta quasi mille metri».
Partiti all'alba, gli uomini raggiungono la cima alle 13:40. Nessuna traccia della cordata italiana, che pure ha due giorni di vantaggio.
Lanciano nel vuoto alcune pietre per segnalare la propria presenza. Carrel, ancora troppo in basso, nel constatare la vittoria della cordata avversa, rinuncia: aprirà definitivamente la Cresta del Leone solo tre giorni più tardi. Sulla vetta, Croz lega il suo giubbotto a un bastone.

Poi inizia la discesa, in un ordine alquanto strano. In fila indiana, i sette vincitori si slanciano sui pendii innevati che dominano la parete nord. I membri della cordata sono legati con pezzi di corda di canapa. All'improvviso, in un passaggio facile, uno di loro, Hadow, scivola trascinando Croz che si apprestava a intagliare un gradino. Questi fa appena in tempo a lanciare un grido d'allarme, che già la corda si tende. Hudson e Douglas vengono a loro volta trascinati nell'abisso. A schiena inarcata, la vecchia guida Taugwalder aspetta il contraccolpo, ma la corda si spezza.
I tre sopravvissuti, in stato di choc, riescono a terminare la discesa.

Viene aperta un'inchiesta e Whymper è sospettato: non avrà tagliato egli stesso la corda per tenersi il merito di quella straordinaria «prima»? La storia dell'alpinismo vince una nuova tappa e, dopo la conquista del Monte Bianco, l'ascensione del Cervino apre nuove prospettive.
Quest'aspetto sportivo non sarà notato dalla stampa. Per la prima volta si parla dell'Alpe omicida. Il Cervino non poteva essere una montagna come le altre. Gli inglesi si interrogano su questa strana passione che colpisce tanti rispettabili gentlemen. Che cosa hanno in testa i nostri giovani lord? Perfino la regina Vittoria ne è colpita e scrive nel suo diario intimo: "Quattro giovani inglesi, tra cui un fratello di lord Queensberry, hanno perso la vita in Svizzera cadendo in un precipizio mentre scendevano lungo un passaggio pericoloso del Cervino".
Da allora il Cervino è sempre rimasta una montagna a parte, quasi un santuario sia per gli scalatori che per gli altri. Quando cala la notte e le stelle incastonano questa slanciata corona, continuo a contemplarne l'ombra nel buio. Quanti nomi d'alpinisti, quante formidabili imprese impresse sui suoi fianchi. Rivedo i fratelli Schmid, due spavaldi giovanotti arrivati da Monaco in bicicletta, che strapperanno la prima della parete nord. Ritrovo la grandezza di un Walter Bonatti che, appena uscito da una nuova via, decide di mettere fine alla sua carriera. Rivedo anche me stesso a vent'anni, sperduto sulle cornici del picco Tyndall all'inizio dell'estate. Non c'è dubbio, il Cervino è più di una montagna: forse è il cammino iniziatico che devono seguire tutti coloro il cui cuore si aggira intorno alle vette. E allora, nel silenzio delle grandi pareti turbato solo dal tintinnio dei moschettoni, mi addormento quasi sereno...


I sogni mi trasportano su quei 4478 metri, su quel meraviglioso ammasso di sassi, come giustamente lo descriveva Gaston Rébuffat. E, da lassù, la sua quasi altera solitudine sparisce. Diventa una montagna come le altre, amichevolmente sorretta dalla Dent d'Hérens, a tu per tu con la Dent Blanche o con lo Zinalrothorn, a cavallo tra due, anzi tra tre culture: per gli uni, infatti, è il Cervin, per altri il Cervino o il Matterhorn. Tra Italia, Svizzera tedesca e romanda, segna a perfezione la frontiera tra terra e cielo. E le Alpi vallesi coltivano da molto tempo il gusto dell'altezza. Qui auarantuno cime superano il magico sbarramento dei 4000, mentre il massiccio del Monte Bianco non ne conta che trenta...
È da lassù che bisogna guardare l'aurora. Il sole tocca dapprima i 4000 metri di Saas Fee, il Täschhorn e l'Alphubel per poi incendiare il versante est e rimbalzare dopo, come un'aquila che sorvoli il proprio territorio, sulla Dent Blanche e, più a ovest, sul Grand Combin.
È da lassù che bisogna spiccare il volo. Infatti il  Cervino non è già più il padrone incontrastato dei nostri pensieri: altre montagne del Vallese e altri paesaggi ci stanno già aspettando al crocevia dei sentieri e delle pareti...

lunedì 30 settembre 2019

Perla del mese - Settembre

Qualsiasi edificio situato sulla cima di una collina, di norma, ci piace: è un fatto che dipende dalla nostra natura; è un residuo dello stesso istinto per cui le bestie preferiscono raggrupparsi in cima a un colle; dà un remoto senso di sicurezza, di posizione vantaggiosa contro il nemico.



domenica 15 settembre 2019

La Valle Ritrovata

Mi sono imbattuto nuovamente in questo lungometraggio dopo tanti anni. Ormai non dispongo più di lettori idonei alla riproduzione su CD ma grazie al supporto informatico di un collega il video è stato trasposto e ricaricato per la visione pubblica.

È commovente ciò che l'eccellente bravura della regista ha immortalato sullo schermo. I volti, i sorrisi, le donne e gli uomini che scorrono a video sono così genuini e semplici ma nel contempo carichi di una storia che meravigliosamente traspare ed arriva allo spettatore. E come non rimanere suggestionati dagli ambienti, dai pascoli, dai boschi, dalle case e dalle montagne che inizialmente fanno da cornice fino a invadere e permeare ogni cosa. 

Per saperne di più seleziona il link

L'idea del contest prende le mosse da quel significativo patrimonio costituito dalle immagini scattate, ormai quasi sessant'anni fa, dal fotografo americano Clemens Kalischer, rimaste per molto tempo sconosciute ai più e stampate solo molti anni dopo in un volume dal titolo La montagna dell'esodo.
Grazie a un sapiente utilizzo del bianco e nero e a un eccezionale occhio da fotoreporter di rango, con la stampa del suo lavoro Kalischer contribuiva a fare conoscere per la prima volta al pubblico una porzione di territorio montano cuneese che proprio al principio degli anni sessanta stava vivendo un'irreversibile metamorfosi - sociale, economica e culturale - che ne avrebbe mutato per sempre le sembianze.

Assolutamente da vedere.
https://youtu.be/N6q9aS-hSqk






sabato 31 agosto 2019

Perla del mese - Agosto

Dal mio punto di vista, la vetta dell'Aconcagua non offriva alcuno spettacolo mozzafiato, nessuno scenario sbalorditivo con il mondo che si spalancava sotto i miei piedi. Per me, era solo un caotico mucchio di pietre con una fredda croce di metallo che si innalzava al centro.
Ma una vetta è molto di più di un panorama.
Sarò forse prevenuto, ma quando la gente dice che scala le montagne per il panorama non ci credo. Nessuno si sottopone a un simile calvario per un bel panorama.
Una vetta non è solamente un posto su una montagna. La vetta esiste nei nostri cuori e nelle nostre menti. È un frammento di un sogno che si avvera, la prova inconfutabile che la nostra vita ha un senso.
La vetta è un simbolo, la dimostrazione che con la forza della nostra volontà, delle nostre gambe, della nostra schiena e delle nostre mani, possiamo trasformare le nostre vite in ciò che vogliamo. 

[Erik Weienmayer da "In vetta ad occhi chiusi"]


  

giovedì 1 agosto 2019

Lago Lungo

Avete presente le bacheche per gli indizi? Quelle che usano i detective nei film polizieschi e nelle serie TV, con eccentrici investigatori alle prese con foto del delitto e informazioni dei potenziali sospettati.
Tutto il materiale viene affisso sulla bacheca con delle puntine, in alcuni casi collegate tra loro da fili rossi a evidenziare possibili nessi logici, poi il protagonista resta davanti a quelle immagini per interminabili minuti, meditando, rimanendo a fissare i dettagli più piccoli affinchè possano fare luce sul mistero.

Mi piace molto, quando mi occorre del tempo per meditare, avere come meta di una camminata un lago di montagna.
Con le montagne che fungono da amplificatori di segnale, i laghi diventano come dei raccoglitori di pensieri. Delle bacheche da detective.
Quando finalmente li raggiungo, dopo ore di cammino, faccio riposare il corpo e lascio che si attivi la mente: raccolgo i pensieri che mi hanno assillato durante le innumerevoli attività della routine quotidiana e li esamino uno ad uno, affiggendoli sulla bacheca del lago con il lancio di un sasso, e poi rimango ad osservare gli incroci delle increspature che vanno allargandosi fino a sparire e il lago ritorna liscio come una vetrata a specchio.
In questo modo i pensieri e le idee ritrovano con maggiore facilità il loro spazio adeguato e la loro giusta dimensione nella mente, altre volte non funziona ed il lago ti rimanda con fredda indifferenza solo il tuo riflesso, a suggerirti forse che la soluzione ai tuoi problemi risiede unicamente in te stesso.


Il Lago Lungo può risultare un valido luogo dove fare chiarezza nei propri pensieri.
Situato nei pressi della Val di Viù a 2303 m di quota questo lago si trova in una conca naturale realizzata dai contrafforti rocciosi delle tre cime circostanti: il Monte Turlo (2437 m), il Torrione Mazzucchini (2556 m) e il Ciarm del Prete (2389 m).
Per raggiungerlo si può salire da Lemie con l'auto fino all'Alpe Milone a 1559 m (su strada non asfaltata), poi imboccare il sentiero n°127 che sale sulla sinistra orografica del Rio d'Ovarda, attraversa Pian del Giuoco e raggiunge dapprima il Lago Piccolo (2152 m) e il Lago Grande (2213 m) e termina proprio in corrispondenza del Lago Lungo.

Ma c'è anche un'altro sentiero per raggiungere il Lago Lungo, un sentiero meno noto e meno battuto, ma molto affascinante.
Raggiungiamo in auto l'Alpe Bianca, all'ombra della fatiscente costruzione ormai tristemente nota come "l'Ecomostro dell'Alpe Bianca" una grande opera mai conclusa che prevedeva albergo, piste, impianti di risalita, biglietteria... e rimasta in stato di indecente abbandono.
Da qui la strada, non più asfaltata da qualche curva, inizia a peggiorare e decidiamo di percorrerla a piedi fino a 1467 m dove, superando il Rio Montù, si incontra il bivio a sinistra per il sentiero n°130 che supera Rocca dell'Alpe (1785 m) e si dirige verso il Lago di Viana.
In realtà si incontra prima un piccolo specchio d'acqua a 2071 m, il Lago Veilet, circondato da rocce e prati fioriti; per il Lago di Viana sarebbe necessario proseguire altri trenta minuti circa verso nord. Puntiamo invece verso sud-ovest e superiamo una piccola collina erbosa per raggiungere il Passo Veilet (2113 m), dove si incontra il lungo sentiero che scende a sinistra verso il Colle Toino (citato in un precedente post, qui il link) e sale a destra verso Ciarm del Prete, penultima tappa del nostro cammino.
Abbiamo decisamente superato la quota degli alpeggi ormai e non c'è vegetazione a placare il sole estivo, per fortuna occasionalmente coperto da alcune nuvole foriere d'ombra.

Salendo verso Ciarm del Prete le nubi coprono la visuale panoramica e il sentiero, già di per sè poco battuto e facile da perdere di vista, ma i laghi più in basso risaltano nel verde dei prati come lucenti diamanti incastonati in un diadema. Spesso sono loro a farci mantenere l'orientamento.
Prima di raggiungere la vetta del Ciarm del Prete abbiamo qualche tentennamento, ma una volta ritrovata la direzione giusta decidiamo anche di perdere un po' di tempo marcando meglio il sentiero con alcuni ometti di pietre, sempre più frequenti rispetto ai prati fioriti e ai bassi cespugli di rododendro alpino.
Dalla vetta di Ciarm del Prete attraversiamo ampie distese fiorite di tarassaco e ci dirigiamo in discesa verso nord, in direzione del Lago Lungo, ormai ben visibile, meta finale del nostro cammino.

La conca circostante ci isola anche nel silenzio, solo una leggera brezza smuove la superficie e spettina gli eriofori sulle sponde dove l'acqua è più bassa.
Il luogo è ideale per una lunga pausa, non solo per riprendere fiato dopo la camminata a ritmo sostenuto appena terminata ma anche per dedicare il giusto tempo alla riflessione descritta all'inizio.

È solo davanti a un lago come il Lago Lungo che si riesce a ripensare alle nostre azioni, a ciò che facciamo e diciamo, a come ci rapportiamo con gli altri e a ciò che, più o meno consapevolmente, esigiamo dagli altri...ponendo però tutto su un piano inconsueto, osservando tutto da una prospettiva differente rispetto a quella che siamo soliti usare ogni giorno, tutti i giorni.
Ogni cosa assume una profondità diversa, esattamente come succede a un filo d'erba per metà immerso nel lago: la parte in acqua appare ai nostri occhi ingannevolmente ingigantita, come alcuni problemi che nella quotidianità ci sembrano irrisolvibili.
Allora il lago ci ricorda che per spegnere un fuoco non serve a nulla ritornare al momento in cui è stato acceso, meglio invece cercare di capire cosa lo alimenta e come possiamo interrompere il ciclo che lo sostiene.
Ancora peggio è passare il tempo alla insistente ricerca di un responsabile o di un colpevole, dando per scontato che sia poi lui a dover risolvere il problema: è il modo migliore per rinunciare all'idea di uscire dalla nostra condizione di "vittima" invece di cambiare atteggiamento per ottenere un risultato migliore.

Il Lago Lungo è questo, al di là della pregevole area naturale che costituisce, è un luogo di introspezione; non esattamente il primo lago che proporrei per un pic-nic in montagna, per quello ci sono laghi più idonei. È uno spazio aperto ideale per fare spazio all'interno, per fare ordine, per risistemare le proprie percezioni.

Ringrazio Cristina che ha accompagnato i miei passi e che ha favorito con il silenzio il contatto più diretto con l'ambiente.









































mercoledì 31 luglio 2019

Perla del mese - Luglio

Qui non palazzi, non teatro, o loggia,  ma ’n lor vece un’abete, un faggio, un pino, 
Tra l’erba verde, e ’l bel monte vicino ...levan di terra al ciel nostr’intelletto.

  [Francesco Petrarca] 

venerdì 19 luglio 2019

Falesia La Baita - Settore NUVOLA

A distanza di anni si ritorna a praticare la roccia della falesia La Baita di Viù.
Poco è cambiato dall'ultima volta ma anche le emozioni che questa roccia può offrire erano e restano positive.

Ad attirare maggiormente la nostra attenzione è stato questa volta il settore NUVOLA.
Le prime due vie, GENNARINA e MOLLY, gradate 3C, si rivelano di semplice approccio, ideali come riscaldamento.

Si passa dunque a CIRO (5B), una placca appoggiata da affrontare in aderenza. La parte iniziale può presentare qualche lieve difficoltà a causa di uno spostamento verso sinistra successivo al primo spit. Dopo il rinvio tutto risulta più semplice potendo contare su una cresta a sinistra che offre numerosi appigli ed appoggi.

Ultima via del settore è PEPPINO (6a+) una placca appoggiata simile alla precedente ma con qualcosa di diverso. I passaggi iniziali non presentano grandi difficoltà e si raggiungono facilmente i primi spit dai quali si può proseguire sfruttando una faglia verticale fin quasi a metà della via.
Terminata la faglia si deve affrontare una ampia superficie con scarsissime opportunità di presa, allo scopo di raggiungere un davanzale più comodo al di là del quale la via risulta nuovamente più semplice fino alla catena di sosta.

Il Settore NUVOLA potrebbe, dalla base, risultare semplice o poco interessante, offrendo invece un sorprendente allenamento alla progressione in appoggiata e al miglioramento del proprio equilibrio sui piedi in placca.
Un settore che non deve mancare tra gli obiettivi di un frequentatore della falesia La Baita.

Per leggere la prima recensione della Falesia La Baita selezionare il link.

Ringrazio Enrico, Paolo e Stefano per la giornata insieme.