martedì 31 marzo 2020

Perla del mese - Marzo

Proprio nello sforzo enorme e coraggioso di vincere la fatica riusciamo a provare,
almeno per un istante, la sensazione autentica di vivere. 
Raggiungiamo la consapevolezza che la qualità del vivere
non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi,
ma è insita nell'azione stessa, vi scorre dentro.

[Haruki Murakami]


giovedì 26 marzo 2020

Anello alla Certosa di Monte Benedetto

Mesi fa avevo effettuato una breve passeggiata tra i boschi in montagna. 
Nulla di impegnativo, molto semplice, quasi unicamente per il gusto di fare qualche passo all'aria aperta.
Il percorso è stato così semplice e leggero da considerarlo di scarsa rilevanza e così, col passare dei giorni, avevo scartato l'idea di recensirlo sul Blog.
In questo periodo però, isolato e bloccato da stringenti vincoli, impossibilitato da necessarie contromisure sanitarie ad effettuare qualsiasi tipo di escursione, mi sono reso conto di quanto ogni possibile avventura all'aria aperta, anche la più piccola e apparentemente insignificante, possa risultare importante.

Così, almeno fintanto che solo la mente sarà libera di viaggiare, ho deciso di ripercorre l'itinerario effettuato e di viverlo con la memoria nella speranza di tenere a bada il desiderio di evadere dalla città alla ricerca di quegli spazi ora così lontani, divenuti inevitabilmente la destinazione di fuga dei miei sogni.

Ed eccomi dunque lasciare l'auto davanti alle ultime abitazioni delle borgate di Villarfocchiardo, intenzionato ad immergermi negli ombrosi boschi dell'inverso durante una Domenica di Dicembre dal clima insolito; diretto alla Certosa di Monte Benedetto.

Non appena si lascia la strada asfaltata che sale alla Borgata Castellaro, in favore del sentiero N° 506 coperto dall'alto tappeto di foglie, il bosco di castagni comincia a svolgere il suo lavoro attenuando i suoni della valle e lasciandoti godere un ambiente più silenzioso e piacevole.

Il percorso si sviluppa su un piede del Salancia (2087 m) che scende fino a valle fiancheggiato dal Rio Frangerello a destra e dal Torrente Buggia a sinistra.
Si risale tramite il sentiero che taglia agevolmente i tornanti asfaltati diretti alle case di Mongirardo Inferiore (834 m), Case Lantera (944 m), Case di Cara (981 m) e Mongirardo Superiore (995 m).
Il suono di qualche operoso taglialegna ci raggiunge verso metà percorso ma viene smorzato fino a sparire quando, a quota 980 m circa il sentiero piega a destra ed abbandona la strada per sporgersi maggiormente verso il Torrente Buggia ed il suo leggero mormorio.

Lungo il tracciato ci si imbatte nei resti dell'antica Correria di Monte Benedetto.
Le Certose più antiche erano costituite da due complessi edifici separati, distanti tra loro alcune centinaia di metri: la correria o casa bassa e il monastero maggiore o casa alta.
Poichè le antiche certose erano tutte costruite in montagna, i termini "casa alta" e "casa bassa" avevano un preciso significato geografico in quanto la correria veniva a trovarsi sulla via per il monastero maggiore, situato più in alto.
Nella correria vivevano i monaci laici o conversi che avevano il compito di provvedere con il lavoro dei campi, la pastorizia e altre attività, ai bisogni materiali del monastero. Uno dei "padri", il procuratore, dirigeva i conversi sia sul piano pratico che su quello spirituale.

La vita dei conversi non era molto diversa da quella dei padri, tuttavia la loro solitudine era meno severa in quanto lavoravano spesso insieme seppure in silenzio. I conversi che svolgevano particolari attività, come il maestro dei pastori o il fratello addetto alle bestie da soma, potevano allontanarsi dalla certosa, ma era loro raccomandato di limitare i contatti con il "mondo" allo stretto indispensabile. La correria era provvista di una chiesa ove un monaco predisposto celebrava l'ufficio divino nei giorni feriali. Nei giorni festivi i conversi salivano alla casa alta per le funzioni solenni, celebrate insieme ai padri.

Le rovine più evidenti della correria sono i resti dell'abside della chiesa. Si notano una mensola che sosteneva l'arcata della volta e l'arco della finestra rivolta a est dell'abside.
Con una osservazione attenta si notano anche una delle porte laterali della chiesa, l'intero perimetro della navata e il vano situato a destra dell'altare. Tutto il complesso risulta fortemente inclinato a causa di un cedimento del terreno. Appare evidente che la chiesa della correria era una copia, in scala ridotta, della chiesa superiore.

Superato il sito dell'antica Correria si attraversa il ponte che sorpassa il Rio di Molesecco, che insieme al Rio Fontane forma il già citato Buggia, e si raggiunge la piana erbosa dove si erge la Certosa di Monte Benedetto a quota 1149 m.
Il ponte, realizzato con un unico arco in pietra costituiva, nel passato, l'unico accesso alla Certosa.
Consumiamo un rapido pasto nella quiete del pianoro antistante il complesso della certosa, mentre il sole già basso sparisce dietro la cresta montuosa tra Colle del Vento e Piano dell'Orso.

Con l'attuale situazione, così sterile di relazioni sociali, osservare nuovamente con la memoria quei luoghi di clausura e di deserto individuale, crea un contrasto di pensieri. Il primo pensiero ad emergere nella mia mente è naturalmente l'idea che, per quanto lungo possa risultare il nostro isolamento, si tratta pur sempre di un periodo, un intervallo di tempo con un inizio e con una conclusione, affrontabile dunque con sano ottimismo.
Timidamente però affiora anche la considerazione che per molti di noi oggi risulta molto complesso, se non persino impossibile, comprendere il valore ed il potenziale di un tempo dedicato a qualcosa di diverso dalla produttività materiale e dallo sfrenato bisogno di una connessione con chi ci circonda e ci giudica per ciò che facciamo, per come investiamo il nostro impegno e le ore delle nostre giornate.
È arduo comprendere cosa possa essere un'alternativa all'affermazione sociale, all'importanza che assegniamo a ciò che abbiamo e a ciò che riusciamo ad ottenere.
Scopriamo dunque di non essere adeguati a restare con noi stessi, a fare i conti con il silenzio fuori per ascoltare dentro, a rinunciare agli altri per incontrare chi siamo. Ci mette a disagio, a volte persino in imbarazzo e sentiamo la necessità di ricorrere a sistemi telematici in grado di non farci perdere i contatti col mondo. Come se, temendo di affrontare chi siamo e cosa abbiamo, ricorressimo al puerile pretesto di avere l'impegno di parlare con gli altri.

È vero che le privazione di qualcosa ne acuisce l'importanza nella nostra vita.
Resto dunque in quel luogo con me stesso e la mia coscienza, poichè sempre più rare sono state le occasioni per avere tale privilegio.

Concludo, quasi unicamente per consuetudine, la descrizione del giro ad anello, che ci vede nuovamente ripercorrere il ponte e dirigersi a sinistra verso Grangia, si attraversa la piana erbosa e ci si inoltra nuovamente nel fitto del bosco, in discesa sul sentiero N° 523, si superano alcuni ruderi e si guada il Torrente Gravio per ricongiungersi al sentiero N° 512 proveniente dalla sinistra orografica del torrente e che raggiunge Adret a quota 1143 m.
Proseguendo la discesa si attraversa la Certosa di Banda dove una moltitudine di sorveglianti felini scruta sospettosa il nostro passaggio.
Oltrepassata la Certosa, distratti dall'ampio panorama delle cime innevate sull'opposto lato della valle, occorre non prendere la strada sterrata ma restare sul sentiero che si ricongiunge con due tornanti al ponte di Castagneretto e alle borgate nei pressi di Villarfocchiardo, nostro punto di partenza.

L'anello escursionistico della Certosa di Monte Benedetto non ha suscitato immediatamente nessuna particolare emozione. Dal punto di vista meramente escursionistico non presenta alcuna difficoltà ed è adatta a tutti.
È stato necessario metabolizzarla, ripercorrerla con la mente dopo un lungo periodo per viverla pienamente e per comprenderne il valore, per non confonderla con qualsiasi altra escursione di pari entità.
Ringrazio Cristina, Elena e Giorgia per avermi accompagnato durante il cammino.













sabato 29 febbraio 2020

Perla del mese - Febbraio

Se c'è un punto da raggiungere
raggiungilo a piedi.
Se c'è una strada da fare
falla camminando.
Hai bisogno del sudore,
del dolore nei tuoi muscoli
dei piedi che protestano
della bocca che si secca.
Se devi andare oltre
vacci a piedi,
non cercare scorciatoie
guadagna, camminando,
il disegno del paesaggio
che sempre muta.
Tu sei quel millimetro di vita,
che nessun sguardo dall'alto
potrà cancellare,
sei l'eco di una musica incantata
che arriva da lontano.


sabato 15 febbraio 2020

Don Piero Solero - Cappellano del Gran Paradiso

Presso la Biblioteca Comunale di Cantoira (Val Grande di Lanzo - Torino) "Pietro Alaria" s'inaugura Sabato 15 Febbraio alle ore 17:30 la mostra fotografica: "Don Piero Solero, Cappellano del Gran Paradiso", con presentazione del volume dedicato. Intervengono i curatori e soci G.I.S.M. (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) Mario e Stefano Merlo e Adolfo Camusso. La mostra sarà visitabile fino a Domenica 8 Marzo con i seguenti orari:

- Giovedì dalle 21 alle 22:30
- Sabato dalle 10 alle 12:00
 


venerdì 31 gennaio 2020

Perla del mese - Gennaio

I monti sono nati per le zuccate che la Terra ha sempre dato contro il Cielo nel tentativo di emularlo.

sabato 25 gennaio 2020

Rocciamelone

Sole, terra, erba, acqua, roccia, ghiaccio, vento, sabbia, cielo e stelle.
L'avventura sul Rocciamelone è un'esperienza che porta all'incontro con questa straordinaria commistione di elementi.
Nel corso degli anni, nei quali ho pubblicato i miei articoli su questo blog, mi veniva spesso proposta l'escursione sul Rocciamelone.
Alcuni erano in cerca di un gregario per raggiungere la vetta in compagnia, altri non si sentivano sicuri di effettuarla in solitaria e mi proponevano la salita per avere accanto qualcuno che potesse supportarli, altri ancora avevano già affrontato l'ascensione e ne decantavano semplicemente la bellezza al fine di spronarmi a seguirli lungo il cammino.
Ma tutte le volte non si riusciva mai ad andare oltre la programmazione ed ecco arrivare impegni  imprevisti, meteo avverso, rinunce all'ultimo momento, mete alternative già in programma... più banalmente in alcuni casi sembrava che la proposta celasse solo il velato messaggio: "io l'ho fatta e te ne vorrei parlare".

Ed ogni volta, con pazienza, mi rassegnavo all'idea di dover rimandare ancora aspettando la compagnia giusta. Finchè non l'ho trovata.
Ossia fino a che...non l'ho trovata.
"È importante saper bastare a se stessi" mi sono ritrovato scritto davanti agli occhi; si trattava di un consiglio contenuto in un articolo di filosofia, ma pareva un'esortazione a muovere in autonomia i miei passi sulla montagna.

Così, senza ulteriori approfondimenti del percorso, salvo una lunga occhiata alla mappa, mi sono ritrovato immediatamente a parcheggiare al Rifugio Vulpot, sulle sponde del Lago di Malciaussia.
Il sole caldo riflesso sul lago è meraviglioso anche se alcune nuvole si addensano lentamente sul fondo valle. Prendo a salire rapido lungo il n°111 un sentiero che scavalca subito il Torrente Stura di Viù per poi procedere sulla destra orografica in direzione del Rifugio Tazzetti, prima tappa del mio percorso.
Il sentiero si inerpica rapidamente su per la montagna ma senza risultare eccessivamente impegnativo, supera alcuni corsi d'acqua come il Medagliere e il Rumur con alcuni bellissimi ponticelli, lasciando spaziare con lo sguardo sugli ampi prati in pendenza dall'altro lato della valle, ai piedi di Punta di Pietramorta (2577 m) mentre a sinistra la cima del Rocciamelone appare sempre più vicina.

Si giunge, con un ultimo strappo all'affollatissimo Tazzetti dove mi fermo per una prima pausa e per il pranzo. Il prato attorno al rifugio è gremito di escursionisti in pausa, intenti a godersi il sole caldo e il paesaggio della valle dove le acque del Lago di Malciaussia appaiono come uno specchio luminoso. Il gestore mi avvisa che non c'è più spazio nel suo rifugio e che ha visto già alcuni gruppi salire verso il Rocciamelone, dandomi a intendere che potrei non trovare posto per la notte in cima. Tento comunque la fortuna e dopo aver rifornito le borracce alla fonte riparto spedito sul sentiero che guadagna rapidamente la cresta di un contrafforte roccioso alle spalle del rifugio e sale con decisione verso il Colle della Resta (3248 m).
Nonostante il passo spedito, le nuvole inizialmente a fondo valle mi stanno velocemente raggiungendo mentre il tracciato comincia a farsi più ripido e difficoltoso intorno a quota 3176 m dove spesso sono costretto ad usare le mani per mantenere l'equilibrio su alcuni salti di roccia. Giunto nei pressi del Col di Resta, dopo aver oltrepassato la croce dedicata a Don Lorenzo Casassa, mi ricongiungo ad un gruppo di escursionisti partiti poco prima di me dal Tazzetti, intenzionati anche loro a godersi l'alba dalla sommità della "Sentinella della Val Susa", procediamo quindi insieme con estrema cautela sul Glacier de Rochemelon camminando con lo stesso passo lento che si riterrebbe doveroso in un santuario. Il contrasto tra il calore del sole ed il gelo del ghiaccio è incantevole, secondario solo ai meravigliosi laghetti di fusione carichi di un azzurro quasi ipnotico.
Mentre si procede sul ghiaccio, al di sotto del quale ogni tanto s'ode lo scorrere dell'acqua, non si resiste alla tentazione di sfiorare con le dita la superficie di quelle polle color turchese così limpide da lasciar vedere il fondo roccioso. L'acqua è così fredda da apparire dura al contatto mentre la cima di pietra del Rocciamelone ci osserva giocare sul suo ghiacciaio come un anziano nonno osserva i suoi nipotini divertirsi tra le piante del suo giardino.

Riprendiamo a camminare sulla cresta nord-ovest avvicinandoci gradualmente alla punta, stiamo sopraggiungendo alle spalle della statua della Madonna del Rocciamelone, alta 3 metri e del peso di circa 650 Kg, curvi sotto lo zaino sembriamo predatori intenti a cogliere di sorpresa la preda.
Raggiunta la cima troviamo ad attenderci altri escursionisti, lo spazio esiguo tra l'ingresso del piccolo bivacco a lato della cappellina e il parapetto che espone sulla Val di Susa è già pieno di persone intente a godersi il panorama sorseggiando del the caldo da un thermos fumante.
All'interno del bivacco avvolto nella penombra gli otto posti letto sono già quasi tutti occupati, lascio i rimanenti alle altre persone e mi sistemo in un angolo con il materassino e il sacco-letto che ho nel mio zaino.
A cena tutti condividono qualcosa creando un piacevole clima di comunità come fossimo amici di vecchia data ritrovatisi insieme dopo tanto tempo. A seguire una breve tappa all'esterno per il saluto al sole che tramonta, alcuni appassionati di fotografia restano in attesa della stellata notturna da immortalare. Mi siedo ai piedi della statua in silenzio; certo il Rocciamelone non è tra le montagne più solitarie che abbia mai frequentato, dove lasciare spazio allo scorrere dei pensieri è difficile ma provo ugualmente a restare in ascolto scrutando le luci della diga riflesse sulla superficie del Lago di Malciaussia.

Dedico un adeguato tempo al riposo solo per svegliarmi prima dell'alba.
Fuori dal bivacco si sono già radunati diversi gruppi di escursionisti per lo stesso motivo, sopraggiunti durante la notte ed attrezzati di lampade frontali e giacche a vento.
Il vento è meno intenso del giorno precedente ma alcune raffiche fredde sopraggiungono di tanto in tanto, specialmente quando si rimane più esposti.
L'alba è un piacevole momento anche se vissuto in compagnia di un folto e rumoroso gruppo di persone. Mi viene in mente che in quello stesso giorno, 5 Agosto, si celebrerà la Messa dedicata alla Madonna della Neve: molto presto lo spazio davanti alla cappellina si farà ancora più esiguo e terribilmente affollato.
Mi affretto quindi a consumare la mia colazione valutando il possibile itinerario di ritorno: il tracciato del giorno precedente verso il Col di Resta potrebbe risultare piuttosto insidioso per via della discesa sul ghiacciaio che preferirei evitare. Mi lascio quindi convincere a percorrere un anello in compagnia degli altri ragazzi con i quali ho effettuato l'ultimo tratto di salita alla cima.
Ci incamminiamo quindi insieme lungo il 558/PL, tracciato che percorre inizialmente la ripida cresta Sud del Rocciamelone e che poi si distende con una serie di tornanti fino al Rifugio Cà d'Asti a quota 2851 m.
Da qui, proseguendo verso il basso si potrebbe raggiungere il Rifugio La Riposa a quota 2186 m, noi invece prendiamo un panoramico e poco battuto sentiero a mezza costa, in un tripudio di prati in fiore, oltrepassando una apparentemente interminabile serie di corsi d'acqua che confluiscono nel Rio Rocciamelone e che raggiunge il Passo della Capra a quota 2453 per poi proseguire dopo Cresta Crèuse e ricongiungersi alla GTA/SI/560 aggirando la cima del Monte Palon (2965 m) fino alla Capanna Sociale Aurelio Ravetto, dove ci fermiamo per il pranzo.
Inizialmente immersi nelle nuvole abbiamo poi la possibilità di osservare uno scorcio del Monte Turlo (2567 m) e della cresta che si prolunga dal Colle Croce di Ferro fino alla cima di Costa Fenera, ad Est rispetto alla nostra posizione.
Terminato il pranzo ci incamminiamo, ognuno con il suo passo, per l'ultimo tratto di GTA/114/SI che supera il già citato Colle Croce di Ferro (2546 m) e procede in discesa verso Nord su un sentiero più ampio e ben segnalato verso il Lago di Malciaussia, ben evidente al fondo valle.
I numerosi piccoli tornanti, che serpeggiano tra i rododendri ed i prati fioriti, raggiungono a quota 1974 un bivio: a destra il sentiero n° 113 porta al Lago Nero, a sinistra si continua la discesa verso il Rifugio Alpini ed il Lago di Malciaussia.

Il Rocciamelone è stata una montagna per me controversa: mi ha sorpreso per certi aspetti che non avevo neppure considerato, lasciandomi invece meno colpito dal punto di vista emozionale.
Decisamente una cima inflazionata e fin troppo affollata, non riesce ad esprimere quel senso di quiete e pace che una montagna solitamente è in grado di offrire. Per contro i suggestivi paesaggi che la quota elevata è in grado di donare, la varietà di elementi che si mescolano e si fondono lungo il tracciato, il valore simbolico che gli escursionisti, ed in particolare gli abitanti della Val Susa, gli attribuiscono, la rendono una cima affascinante e imperdibile.

Sono lieto di aver vissuto questa esperienza sulla sua vetta e ringrazio i compagni di viaggio incontrati lungo la strada e il fotografo Gianluca Suppa per alcune delle più belle immagini scattate e condivise in questo articolo.