giovedì 29 febbraio 2024

domenica 4 febbraio 2024

Il giorno dell'Orso

Racconto ispirato dalla leggenda dell'Orso Marino del Rocciamelone, narrata da Enrico Bertone in Leggende e credenze delle Alpi piemontesi

Sono nato a Urbiano, proprio dove il Rocciamelone scende a toccare le prime case della valle. Da bambino, quando alzavo gli occhi verso la montagna, mi sembrava che questa respirasse. Gli anziani dicevano che là sopra, tra le rocce e i nevai, si aggiravano spiriti antichi, e che un tempo nessuno osava salire per paura di non tornare più. Il timore per gli spiriti e gli animali delle montagne e delle foreste, influenzava tutti, senza distinzioni e fin da giovanissimi si insegnava a portare il rispetto dovuto ad ogni creatura del bosco situato sopra il villaggio.
Ogni anno, però, c’era un giorno in cui la paura diventava festa: la prima domenica di febbraio, la festa dell’Orso. E io, come tutti, la aspettavo con un misto di eccitazione e curiosità.
Ricordo bene la prima volta a cui riuscii ad assistere interamente all’evento avvenuto durante il mio undicesimo compleanno, il paese era in fermento nonostante l’inverno fosse stato straordinariamente duro. Le notti erano così fredde che il fiato si poteva vedere. Da settimane si parlava dell’orso: qualcuno giurava di averlo visto vicino ai pascoli, altri dicevano che fosse solo una storia per spaventare i bambini. Ma le urla...quelle le avevamo sentite tutti.  

Quando i cacciatori del villaggio decisero che l’incubo doveva finire, il paese intero li accompagnò fino al limite del bosco. Io ero tra i ragazzi che correvano dietro a loro, fingendo coraggio. Le madri trattenevano i più piccoli per il braccio, ma quelli sgusciavano via come il sapone al lavatoio.  

Passarono alcuni giorni senza notizie. Ogni mattina guardavamo la montagna, sperando di vedere qualcuno scendere. Poi, una sera, mentre il sole calava dietro le creste più severe dell'alta valle, un movimento tra gli alberi fece trattenere il respiro a tutti.
Erano loro. E trascinavano l’Orso.
La bestia era enorme, incatenata, furiosa. Ruggiva, scalciava, e gli uomini facevano fatica a tenerla. Io ero terrorizzato, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Sembrava più un demone che un animale, come quelli delle storie che i vecchi raccontavano nelle stalle d’inverno.
Il corteo entrò nel paese, e noi bambini ci attaccammo alla lunga corda che seguiva l’orso, urlando e ridendo. Era il nostro modo di dimostrare che non avevamo paura, anche se il cuore batteva forte.
L’Orso veniva deriso, colpito con un bastone, e costretto a bere vino da un imbuto. Una scena crudele, forse, ma per noi era il rito che segnava la fine dell’inverno, la vittoria dell’uomo sulle forze oscure della montagna.
Quando arrivammo nella piazzetta, però, accadde qualcosa che non avevo mai visto. 
La musica iniziò; una melodia allegra, di quelle che senti solo nelle feste di paese.
E l’Orso...cambiò.
Si fermò, smise di ringhiare, e guardò la folla come se si svegliasse da un incubo. I cacciatori gli sciolsero le catene, e lui, invece di scappare, levò il folto cappuccio lanoso che copriva il suo volto umano, sorrise e tese la mano alla ragazza più bella del paese. Lei rise, e insieme iniziarono a danzare. 
In quel momento capii ciò che gli anziani ripetevano da sempre: l’Orso non è solo una bestia. È la parte selvaggia di noi, quella che l’inverno incupisce e che la primavera libera.

La piazza esplose in un applauso. Io guardavo la scena con emozione, senza sapere perché. Forse perché, per la prima volta, sentivo che anche dentro di me qualcosa si stava sciogliendo, come la neve sui pendii quando il sole torna a scaldare.
Da allora, ogni anno, quando arriva febbraio e il vento porta l’odore dell’erba nuova, io torno nella piazza. Non mi perdo questa festa da anni, e ogni volta, mentre l’Orso danza, penso alla montagna che ci guarda dall’alto, antica e silenziosa, e a come noi, piccoli abitanti alla sua base, continuiamo a raccontare la stessa storia da secoli.
Una storia che parla di paura, di coraggio, e di un uomo che, almeno per un giorno, torna a essere Orso.


Verga d'Oro Comune

Solidago Virga aurea
ASTERACEAE

Questa specie è piuttosto variabile e comprende diverse sottospecie abbastanza simili che possono svilupparsi in ambienti diversi.

La Verga d'Oro è una pianta erbacea perenne che fiorisce da luglio ad ottobre. Erbacea con rizoma cilindrico e obliquo, di colore bruno rossastro all'esterno e bianco cenere internamente, dal quale possono svilupparsi numerosi fusti. Questi sono eretti, alti da 10 a 80 cm e striati nella parte superiore. Le foglie sono alterne, grandi fino a 8x15 cm, quelle inferiori hanno lamina lanceolata con i margini dentellati e che proseguono lungo il picciolo, quelle del fusto sono progressivamente più piccole e prive di picciolo. I fiori, di colore giallo dorato, sono raccolti in capolini sostenuti da peduncoli pubescenti a loro volta raggruppati in infiorescenze fogliose a forma di pannocchie a volte ramificate all'ascella delle foglie. Quelli posti internamente al capolino sono tubolari, mentre quelli esterni hanno la corolla caratterizzata da un vistoso prolungamento simile ad un petalo (ligula) grande circa 6-10 mm.
Il frutto è un achenio cilindrico con coste longitudinali.

Cresce solitamente nei suoli aridi, nei boschi radi e nei pascoli a quote non superiori ai 2000 m di quota.
Le infiorescenze appena sbocciate si possono raccogliere per farle essiccare all'ombra; sono usate per preparare gradevoli tisane diuretiche, sovente unite ad altre erbe.

Il termine nel suo nome scientifico "solidago" deriva dal latino solidare che significa rendere sano, rinforzare, ma anche riparare e proteggere.


È molto utilizzata anche nei giardini dove, con le copiose infiorescenza gialle, riesce a decorare in breve tempo ampie superfici.
Nelle foglie alla base possiamo facilmente distinguere il rachide centrale e le nervature secondarie. Nelle foglie cauline, cioè quelle distribuite lungo il fusto, hanno come detto in precedenza un picciolo molto più breve o quasi del tutto assente, la loro forma rimane lanceolata anche se di dimensioni notevolmente ridotte.

Le Solidago venivano anche adoperate, in epoca medievale, per curare ferite. I medicamenti preparati con questa pianta servivano infatti ad evitare che le ferite si infettassero, ma la loro proprietà principale resta quella antinfiammatoria che agisce nell'apparato renale, anche per la prevenzione dei calcoli renali.

Questo articolo è stato redatto con l'ausilio di "Erbe delle valli alpine" di Mauro Vaglio.