martedì 30 aprile 2019

Perla del mese - Aprile

Anche una cima piccola, è un traguardo importante se a muoverci è il sentimento della vetta.

[Dante Colli]



venerdì 26 aprile 2019

L'alpinismo, l'arrampicata e i loro rischi

Partendo dall'esperienza personale, Elio Bonfanti propone alcune riflessioni sull'alpinismo, l'arrampicata e i loro rischi.

Chissà attraverso quali percorsi mentali ci si avvicina alla montagna ed all’arrampicata. Insomma a procedere non su un piano orizzontale ma su un piano verticale. Di colpo cambia tutto la percezione dell’ambiente, del proprio corpo, della propria mente e delle proprie paure. Nella notte dei tempi il ragioniere o l‘impiegato (usiamo questi stereotipi) affrontavano un “rodaggio” lunghissimo che durava mesi, talvolta anni e durante questo rodaggio imparavano a conoscere i loro limiti, sceglievano i compagni, cementavano amicizie e qualche volta riuscivano anche a fare delle salite degne di essere inserite in un curriculum. C’era qualche rivista specializzata che narrava le avventure di eroi senza macchia e senza paura che erano però ad una distanza siderale dal ragioniere (mi viene questo esempio ma certo non in senso dispregiativo) che nemmeno lontanamente pensava di poter emulare tali imprese. Le previsioni meteo erano quelle che erano e la loro affidabilità era più legata al fiuto di ognuno che a quanto il colonnello Bernacca annunciava in TV. Anni addietro ero solito dire che per andare in montagna era bene partire con il brutto tempo in quanto questo malefico non avrebbe potuto far altro che migliorare. Effettivamente spesso era così e le uniche finestre che si conoscevano erano quelle di casa e non quelle promesse da un quasi infallibile sito meteo.

Oggi la notte dei tempi è solo più un ricordo per vecchi, e con l’avvento di Internet l‘esperienza personale è andata a farsi benedire. Non voglio essere frainteso e ritengo che Internet sia un formidabile strumento che ha contribuito ad avvicinare alle discipline verticali migliaia di persone. Questo ha però ridotto in modo drastico la distanza tra i fuoriclasse e gli sportivi della domenica abbassando in qualcuno di noi la soglia di attenzione e di autocritica. Quella salita l’ha fatta Riccio 61 e dice che è buona. A beh allora vado anch’io (sì ma Riccio 61 cammina sul 7a da proteggere e tu non lo sapevi…). Finestra di bel tempo di 24 ore? Parto! La goulotte l’hanno percorsa ieri ed è tracciata, tre ore di avvicinamento otto ore per la salita, tre/quattro per scendere ci stiamo dentro alla grande. Ma quel giorno qualcosa è andato storto le 15 ore sono diventate di più è stato necessario un bivacco imprevisto. La finestra si è chiusa e siamo rimasti tutti fuori.

Dato che su certe vie che contavano due o tre ripetizioni all’anno oggi ci sono le code mi viene da pensare che probabilmente siamo diventati tutti dei fenomeni o che molti di noi si prendono dei rischi inaccettabili. Nella scorsa stagione autunnale mi risulta che sulla via dei Polacchi alla nord delle Jorasses l’elicottero della gendarmeria francese fosse di casa a recuperar cordate che non riuscivano a superare il tratto chiave della via. Stiamo parlando di un itinerario che ci sarà pur una ragione se ha sempre contato pochissime ripetizioni, siamo sulla nord delle Jorasses non sul campanile di val Montanaia che per quanto bello non è certamente in un ambiente paragonabile. Mi pare che un'onda di banalizzazione stia pervadendo l’ambiente. Ormai, oltre a me, chi non ha fatto la nord dell’Eiger? D’altronde è una via del 1938 cosa volete che sia…! Noi stessi portatori sani di vita non sappiamo quanto valore essa abbia. Quanto la nostra vita possa incidere positivamente sul mondo e sulle persone che ci circondano per andare a giocarcela facendo dentro e fuori da una finestra o appendendola a un micronut o, peggio ancora, andando slegati per rocce. Nessuno di noi è Dave Mac Leod, il primo che mi viene in mente che dopo aver girato il famoso video del micronut si è fracassato la caviglia (ma pochi lo sanno )

Guardando le fotografie di anni addietro ho visto che molti di noi, me compreso, andavano spesso in giro senza il casco, forse perché ci sentivamo protetti da un aura di invincibilità e nulla ci sarebbe potuto succedere. Poi quando in quelle fotografie siamo rimasti sempre in meno il dubbio che questa invincibilità non fosse poi proprio tale ha iniziato ad instillarsi in me. Alla spicciolata molti, troppi, amici mi hanno detto arrivederci e la maggior parte di loro senza essersela cercata…alcuni tra quelli rimasti con tanta pazienza mi hanno spiegato la differenza che c’era tra me ed un professionista, non solo in termini di prestazioni ma anche in termini di approccio. Un professionista doveva e deve far parlare di sé facendo delle realizzazioni, invece un poveretto come me se fosse precipitato durante una solitaria, oltre ad accopparsi, si sarebbe beccato pure del cretino (per non scrivere di peggio).

In questo senso sarebbe importante che le scuole di alpinismo (delle quali anch’io ho fatto parte) insegnassero alla gente la prudenza e l’amore per la montagna insieme alla tecnica arrampicatoria. Che insegnassero agli allievi ad andare in montagna in sicurezza e per conto loro piuttosto che portarli a fare salite che alla fine soddisfano più l’ego dell’istruttore che lo scopo per il quale l’allievo si è iscritto ad un corso. Non sto facendo di ogni erba un fascio, fortunatamente non sempre è così, e ci sono in giro per l’Italia realtà splendide ma molto spesso, forse troppo spesso, l’insegnamento viene confuso con l’accompagnamento.

Quanti rischi abbiamo corso e quanti piccoli miracoli hanno dovuto fare molti angeli custodi per farci diventare adulti. Poi, da adulti, le scelte si fanno più sagge, meno montagna più falesia. Più falesia uguale a meno rischi. Vero niente: la falesia è uno dei posti più pericolosi al mondo perché la routine la fa da padrona. Ho visto gente precipitare al suolo per non aver moschettonato tutte le protezioni in loco. Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (ma che erano posizionate a distanze errate). Ho visto gente precipitare al suolo per aver moschettonato tutte le protezioni in loco (perché alcune di queste erano mal resinate o erano affette dal Pitting ). Ho visto l’arrampicatore da 75 chili con la fidanzata di 55, lui quasi a terra e lei sollevata e sanguinante al primo chiodo. Ho visto l’arrampicatore da 8a arrivare a terra perché l’assicuratore distratto si era accorto tardivamente che la corda da 70 metri non bastava per tiri da 40. Piuttosto di vedere quello che usava al contrario l’auto bloccante. Arrampicare è un attività pericolosa e non è vero che chi la pratica lo fa a suo rischio e pericolo, perché coinvolgendo altre persone può diventare un rischio sociale (concedetemi di allargare esagerandolo il senso del termine). Nella fattispecie negli anni '80, a Finale, un ragazzo tedesco mi precipitò addosso rompendomi una spalla ed altri vari pezzetti del mio corpo perché al “Cucco” aveva deciso di arrampicare slegato. Sfiga mia che ero li? Forse, ma di certo io fui molto fortunato lui purtroppo un po' meno...

Mi sono reso conto che questa ondata di "sufficienza" ha contagiato anche me. Così mi è capitato di sorridere vedendo un caro amico che, dopo essersi legato, ripercorreva con il dito l’esatta costruzione del nodo, e che prima e dopo ogni sessione di arrampicata faceva stretching. Ho sorriso talmente tanto che per non essermi scaldato a dovere sono riuscito a rompermi una puleggia dell’anulare e, per un errore di manovra, sono precipitato nel vuoto per 35 metri. Sì avete letto giusto: nel vuoto per 35 metri; negli occhi ho ancora gli occhi del mio amico in sosta, nelle orecchie la sua disperazione, nel cuore l’amore delle persone che mi circondano a cui avrei dato un grande dolore dicendo loro: è finita! Da morto non sarei servito più a niente e a nessuno, nemmeno l’espianto degli organi dopo una certa età ha più un senso... ed ora che non so perché sono vivo, spero, avendo scritto queste quattro sciocchezze, di avervi messo in guardia dal mettere in gioco la vostra vita con leggerezza.

Fatevi prendere per il culo, ma in falesia mettete sempre il casco, cadere a testa in giù è un attimo. Fatevi prendere per il culo ma usate sempre una longe per autoassicuravi in sosta per fare manovra e non usate i rinvii, mai! Fatevi prendere per il culo ma imponete a chi vi assicura di stare il più possibile sotto alla parete, altrimenti assicuratelo da qualche parte in modo che non vi accompagni nella caduta. Incazzatevi se chi vi assicura si sta perdendo nel blu degli occhi di un'avvenente fanciulla. Siate sempre ipercritici con il vostro comportamento pensando che questo potrebbe cagionare dei danni ad un vostro simile. Siate davvero adulti.

Tito io non ti conoscevo ma mi hai fatto raccontare questa storia che tenevo lì da tanto tempo. Spero che tutti ti ricordino per sempre e che da lassù ci aiuterai ad essere migliori.

Un abbraccio
Elio Bonfanti

martedì 23 aprile 2019

Colle Toino

127 passi al minuto. In alcuni casi anche 140 passi al minuto, se la fretta lo richiede.
È questa la frequenza media del mio passo quando cammino per strada, in piano, spesso cercando di non mancare agli appuntamenti e agli impegni fissati.
Ho iniziato a camminare veloce durante le scuole superiori, quando per raggiungere in tempo l'I.T.I.S. mi toccava spesso coprire 2,4 km in circa 15 minuti.
Col passare del tempo, questa andatura è rimasta inalterata fino a diventare, più o meno consapevolmente, parte di me.
Un'andatura spedita, che non dà tempo di guardarsi attorno se non per occhiate fugaci, che non dà spazio alle parole, che non permette il privilegio di un respiro lento e cadenzato. Un'andatura che rispecchia anche parte del mio carattere: duro, secco, rigoroso, energico e, troppo spesso mio malgrado, ostinato e marziale.
Sorprendentemente, l'escursione al Colle Toino è stata un'inaspettata riscoperta di un passo lento, da troppo tempo dimenticato. Un passo in grado di far riemergere il desiderio di un respiro profondo, la gioia di voltarsi ad osservare il percorso compiuto, il bisogno di rallentare per dedicare il giusto tempo ad ascoltare e a comprendere.

Certo, in altri casi ho adeguato l'andatura al livello di difficoltà del percorso, alla pendenza, al sentiero accidentato.
Non in questo caso.

Il sentiero è semplice, la pendenza non è così rilevante da obbligare a procedere lentamente e i segnavia, anche i meno evidenti, sono sufficientemente visibili da non costringere a soste d'orientamento.
Il vero motivo che porta a camminare lentamente, oltre forse ad una necessità di carattere fisico, è stato sentire la necessità di colmare gradualmente un vuoto dentro me stesso, un vuoto che le attività frenetiche di tutti i giorni mi impedivano di contemplare.

Il Colle Toino fornisce questa possibilità, la possibilità di guardarsi dentro e di scoprire che il mio modo di muovermi forse in parte tenta di nascondere il timore, più o meno fondato, che potrei avere a costruire qualcosa di più forte con me stesso e con coloro che mi circondano.
È una voce persuasiva e rassicurante che dice: "Rallenta. Ascolta. Osserva."

Si lascia il centro abitato di Pessinea, salendo lungo il sentiero 129B che sembra puntare inizialmente verso Rocca Lusoira e poi si inoltra in un bosco di faggi, querce e castagni.
Si raggiunge l'alpe di Tchamproutan a quota 1165 m dove possiamo trovare una fonte per l'acqua.
Superata un'altra macchia boscosa, si raggiunge l'alpe abbandonata di Taboino a 1300 m e si punta con maggiore decisione verso nord fino a raggiungere le granitiche formazioni sulla cima.

Raggiungiamo la sommità di una di esse, che ci richiama a sè come un faro che riconduce imbarcazioni disperse nella nebbia in un porto sicuro.
"Rallenta. Ascolta. Osserva."
Dalla sommità del colle si ha una splendida visuale del Pian delle Mutte e del vallone di Tornetti verso nord, mentre a sud si contempla il versante in ombra del Civrari e delle cime limitrofe.
Ai nostri lati abbiamo il Ciarm (1863 m) e il Testa Pelà (1525 m)
Ci fermiamo. Non sento la necessità di proseguire. Resto sulla sommità rocciosa a respirare lentamente, lasciando che il sole mi scaldi e che le formiche banchettino con le briciole del mio pranzo, fino all'ora della discesa.

Il Colle Toino non era la meta iniziale di questa escursione, ma si è rivelata una piacevole e distensiva oasi di pace in un periodo dove tutto viene eseguito per me fin troppo in fretta, dove anche le parole corrono a tal punto da non essere in grado di percepire realmente il loro significato ed il loro valore.
Una meta che consiglio a chiunque abbia bisogno di sentirselo ripetere: "Non è sempre necessario andare veloci. Rallenta. Ascolta. Osserva."

Ringrazio Angela, Riccardo e Valentina per la condivisione di questa giornata.