domenica 30 settembre 2018

domenica 9 settembre 2018

Museo del Gipeto

È il 1913 quando dalle Alpi Occidentali sparisce l'ultimo esemplare di gipeto (Gypaetus barbatus) vittima della caccia spietata da parte dell'uomo perchè ritenuto erroneamente pericoloso per le mandrie e nocivo per gli allevamenti, al punto da guadagnarsi l'appellativo di "avvoltoio degli agnelli".

Da allora, grazie ad una maggiore consapevolezza ambientale e al duro lavoro di allevatori esperti, il gipeto sta tornando gradualmente a ripopolare le nostre montagne, ripristinando poco a poco il delicato equilibrio che costituisce l'ecosistema delle terre alte.
«È un lavoro complesso» mi spiega Daniele Reteuna, presidente dell'Associazione Naturalistica Le Gru «Ci sono volontari addestratori che si dedicano alla ricerca degli esemplari per la nidificazione e l'accoppiamento, poi curano l'addestramento dei piccoli per riportarli in natura dopo qualche giorno di cattività prima dell'involo.» 

L'Associazione Naturalistica Le Gru è nata inizialmente per effettuare controlli e monitoraggi dei migratori, in particolare della gru.

Nel 2006 la presenza del gipeto nelle Valli di Lanzo è tornata regolare, dopo anni di caccia, e l'Associazione ha creato una sezione specifica per il monitoraggio del rapace barbato.
«Dietro questo lavoro c'è un progetto internazionale nato in Austria e che poi si è collegato alla Francia, alla Svizzera, poi all'Italia e successivamente alla Spagna.» spiegano ancora i volontari
«Siamo diventati referenti per questa parte del territorio di osservazione, eseguiamo analisi ed osservazioni e trasmettiamo il materiale alla sede di raccolta dati per le Alpi Occidentali che è il parco delle Alpi Marittime. In seguito i dati vengono poi trasmessi nella sede centrale in Austria.»

A partire dal 2012 il Comune di Balme ha fornito all'Associazione un ufficio in una struttura proprio nei pressi del municipio per il ritrovo e le attività organizzative dei volontari, nel 2016 è stata concesso anche un piccolo spazio espositivo per il materiale raccolto da soci e volontari nel corso degli anni.
«In principio era un'esposizione mobile, ora è fissa. Dal 2006 ad oggi abbiamo raccolto più di mille osservazioni del gipeto, molti esemplari li riconosciamo per la colorazione del piumaggio sulle ali, o dalla caratteristica mascherina nera che contorna gli occhi e che si prolunga sotto il becco fornendogli l'appellativo di "barbato". Con i soci assegniamo ad ogni rapace un nome, per facilitare il monitoraggio lungo i loro spostamenti: il territorio di caccia del gipeto infatti può essere molto ampio e alcune volte ricoprire un'area di circa 300 km² di estensione. Il gipeto è un necrofago, elemento molto importante quindi nella catena alimentare, e predilige nutrirsi delle ossa delle carcasse, che frantuma con il becco oppure lasciandole cadere dall'alto sulle rocce, ma non è raro osservarlo ingoiare grandi ossa anche intere.»

La visita al museo non richiede molto tempo e a mio avviso non dovrebbe mancare nel programma delle gite delle scuole primarie della zona, al fine di sensibilizzare le future generazioni alla salvaguardia delle specie a rischio.
Per gli adulti esiste anche un altro modo, semplice ma efficace, per sovvenzionare l'Associazione Naturalistica Le Gru e aiutare i soci ed i volontari nel loro lavoro: iscriversi inviando tramite Conto Corrente postale un importo di 5,00 € come Socio Ordinario oppure di 25,00 € come Socio Sostenitore. Tutti i dettagli sul sito ufficiale dell'associazione.
Sono piccoli gesti ma che possono aiutare e favorire il ritorno del più grande avvoltoio delle Alpi a sorvolare come una volta il cielo sulle nostre montagne.

L'ingresso al museo è gratuito.





















venerdì 31 agosto 2018

Perla del mese - Agosto

Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitudini delle città, 
lasciare li parenti e li amici ed andare in lochi campestri per monti e valli, 
se non la naturale bellezza del mondo?


[Leonardo da Vinci]


lunedì 6 agosto 2018

Punta della Merla

Apro gli occhi esattamente due minuti prima dell'attivazione della sveglia e balzo in piedi. Mentre verso la colazione al gatto sbircio fuori dalla finestra: cielo pulito e terso, leggera foschia ma nulla di più.
Il breve tempo dedicato alla preparazione nei due giorni precedenti non è stato sprecato.
Tutto è avvenuto con semplicità e leggerezza: la conta dei presenti, la scelta della destinazione, lo zaino sulla soglia già pronto alla partenza.

In meno di un paio d'ore abbiamo lasciato le auto a Serre Marchetto a quota 1133 m e siamo in marcia lungo il sentiero 346 diretti a Punta dell'Aquila.

La parte iniziale del sentiero segue idealmente un contrafforte del Monte Cucetto ed è una piacevole tregua dal caldo soffocante all'ombra degli alberi, ma raggiunta Fontana Pralamar a 1437 m la vegetazione comincia a farsi più rada e ci si trova presto a procedere verso la cresta del Cucetto sotto il sole.

Raggiunta la cresta si può effettuare una breve panoramica deviazione a destra verso un capanno A.I.B. di recente realizzazione, verso sinistra invece in direzione di un ben evidente ripetitore di segnale e poi in salita lungo il sentiero che attraversa pietraie e prati fioriti si prosegue in direzione di Punta dell'Aquila.

Raggiungiamo Punta della Merla e proprio di fronte a noi Punta dell'Aquila si nasconde alla vista dietro una spessa coltre di nuvole.
Inutile proseguire oltre, ci fermiamo quindi a quota 1906 m per il pranzo, le foto e le firme sul quaderno di vetta custodito in una robusta cassetta di ferro posta sotto la croce.
Il panorama è parzialmente coperto da nuvole e foschia, ma è sufficiente per rilassarsi in compagnia fino all'ora di ritorno.



Punta della Merla non era esattamente la destinazione finale prevista per questa escursione, ma ha comunque permesso di trascorrere una giornata interessante e piacevole lontano dal caos cittadino.

Ringrazio Chiara, Ester, Francesco e Massimo per la compagnia durante l'escursione.































lunedì 16 luglio 2018

Falesia Ginevrè

L'incombenza delle faccende domestiche questa volta non ha prevalso sul desiderio di partire e di vivere qualche piccola avventura sulla punta delle dita.
Così, anche se la stanchezza accumulata nelle settimane precedenti non ci ha lasciato partire molto presto, ci troviamo nel giro di poco tempo ai piedi della Falesia Ginevrè, per la precisione al settore Paravalanghe.

Raggiungerlo non è complicato. Lasciata l'auto nel piazzale di Balme attraversiamo il centro abitato fino in punta al paese per raggiungere l'albergo Camussot.
Il sentiero che conduce alle pareti di roccia si trova sulla destra dell'edificio ed è sufficientemente indicato almeno fino alla deviazione del Sentiero degli Stambecchi. Dopo basta seguire le indicazioni per il Lago Mercurin o i ben evidenti marca-via bianchi e rossi.

La parete del settore Paravalanghe è situata poco più in alto e a destra del Settore Bocia, il primo che si incontra lungo il sentiero, e si sviluppa verso sinistra lungo una cengia rocciosa dalla quale si può ammirare uno splendido panorama sopra le case di Balme e verso l'imbocco della Val Servin.

RELAX 4a
Via molto semplice ed intuitiva, specialmente nella parte conclusiva. L'inizio su uno sperone roccioso avvicina a tacche e fessure comode per le mani, si supera quindi un cambio pendenza e si raggiunge la sosta.

LILLY 4b
Partire a sinistra dove una faglia inclinata conduce al primo spit in un diedro della pietra.
Scavallando il diedro, rimanendo sempre a sinistra si raggiunge il secondo spit e poi si procede in appoggiata fino alla catena di sosta, la stessa della via descritta in precedenza.

LA REGINA 5c
In basso a destra si individua un gradino inclinato comodo per i piedi.
I primi due spit si trovano nei pressi di tre tagli verticali nella roccia: il primo a sinistra degli spit, il secondo a destra degli spit e il terzo quasi allo stesso livello del gradino alla base.
Si procede inizialmente sul taglio di destra e quello centrale. Poi poco più in alto si trovano due piccoli appoggi per i piedi che permettono di alzare il corpo e spostarsi a sinistra per usare quindi le fessure verticali al centro e a sinistra fino a raggiungere delle prese davvero ampie su una parete ora affrontabile comodamente in appoggiata fino alla sosta di calata.

L FOL 5a
Inizialmente tentati di salire in prossimità degli spit, consiglio di spostarsi più a destra dove sono presenti alcune fessure ed appoggi, molto vicini ad un angolo di roccia.
Superati i primi due spit una fessura orizzontale, prolungamento di una asperità sulla via precedentemente descritta, diventa un comodo punto di partenza per la seconda parte della via, più semplice ed intuitiva. Si supera una cengia erbosa e si prosegue rimanendo a destra e seguendo la via indicate dagli spit. La catena di sosta è la medesima della via LA REGINA.

Il principale punto di forza di questo settore è sicuramente la bellezza delle vie realizzate: semplici, divertenti, adatte a chi non cerca ossessivamente il limite nel grado. Tutte le vie offrono diverse possibilità di soluzione, permettendo di sperimentare svariate alternative sullo stesso percorso senza eccessivi sforzi sulle braccia o sulle dita.

Ringrazio Elena, Federica, Gabriele e Riccardo per la compagnia durante la giornata.