Tratto da “Giovane Montagna”, Rivista di vita alpina – Anno LII, n. 4 – ottobre/dicembre 1966;
ripubblicato su Don Pierino: sacerdote e alpinista di Dio, CAI Sottosezione di Sparone, 2011
Condiviso da Stefano Merlo

Il velo bianco che compare sulle alte cime dà il primo annuncio. I pascoli alpini assumono il loro
caratteristico color gialliccio. Qualche fiorellino sorride ancora sui greppi soleggiati.
Un grande silenzio regna ovunque rotto solo dallo strido del corvo e dal lieve canto del torrente che
tra poco il gelo spegnerà.
Anche le marmotte hanno iniziato nelle profonde tane il loro lungo sonno invernale.

Le greggi sono scese al piano, forse sognando le profumate erbe dell’alpe. Poi la neve guadagna
pian piano sempre più terreno finché praterie, rupi, macereti ne sono sommersi. Larici, faggi e tutti
gli altri alberi di montagna, hanno appena smesso il loro policromo vestito autunnale che già la
provvida natura ne offre uno tutto bianco tempestato di brillanti. La stupenda candida fioritura di
cespugli che fiancheggiano la strada, sembra la magica opera della fata dei boschi. È pur bella e
affascinante la montagna coperta dal bianco manto della neve, nello splendore del sole e
nell’azzurro inebriante del cielo! Le immacolate vette sono ispiratrici di nobili pensieri e slanci del
cuore verso l’infinito.

È vero, un po’ di malinconia invade l’animo nostro; ma è una malinconia dolce e non opprimente.
Lo dice un alpinista inglese. «La malinconia è quel dono che possiede la natura umana di
riconoscere la propria pochezza quando è messa in contatto con ciò che noi giudichiamo eterno e
infinito. È un sentimento che poeti e predicatori hanno tentato, con risultati diversi, di cristallizzare
in forme e immagini precise. Tuttavia la malinconia, che le montagne condividono con tutto ciò che
è sublime o affascinante, assume in esse una sfumatura particolare, deliziosamente tenera e nello
stesso tempo sanamente stimolante. Solo le montagne hanno la virtù di poter, contemporaneamente,
calmare e incoraggiare».

E a chi ama lo sci alpinismo, la montagna d’inverno riserba gioie e soddisfazioni inobliabili.
Occorre però – scrive uno sciatore alpinista – sentire la passione per l’avventura, per l’esplorazione,
andare alla scoperta di nuove valli, di angoli nascosti, di montagne misteriose e deserte; saper
ancora gioire per l’incanto di una marcia silenziosa sul fondo di un vallone disabitato o per
l’improvviso sussulto provocato dalla fuga repentina di un camoscio o dal frullo di una pernice
bianca. O magiche sere d’inverno, scrive un altro romantico alpinista, trascorse in una sperduta
baita accanto ad un bel fuoco con la mente vagante in mille pensieri, sognando...
L’inverno alpino colla sua neve ricaccia al basso ogni rumore e distende la calma infinita della sua
purezza. La montagna allora parla, tacendo ogni altra voce umana.
Sono partito stamane, solo; ha ragione il buon abate Henry quando dice che occorre essere soli per
percepire il linguaggio della natura: essa parla sottovoce, se vi è molto rumore molte parole ci
sfuggono.
Dopo un’abbondante nevicata è tornato il bel tempo. Arranco su per il pendio che adduce al Colle
con il carico del voluminoso sacco e degli anni. Una scivolata con numerosi capitomboli, per la mia
imperizia sciistica, mi porta nell’incantevole conca del Miserin in quel di Champorcher. Sto per
realizzare un sogno a lungo accarezzato: trascorrere qualche giorno quassù nella pace invernale.
Rimango a lungo a contemplare l’immensa candida distesa e la chiostra delle vette attorno. Entro
nel Santuario della Madonna della Neve: si prega bene in questa silenziosa pace che riempie il
cuore di mistica commozione.

È ormai notte. Esco a bearmi del paesaggio cui la luna conferisce incanto e suggestione divina.
Nel grazioso Rifugio, la stufa diffonde un dolce tepore che concilia il sonno. Balzo presto dal
giaciglio per assistere al levar del sole.
Fantasmagoria cromatica, che nessun artista potrà mai imprigionare in parole o colori. Si è come
rapiti in estasi e l’anima è tutta protesa in una tacita commossa lode al Creatore di così stupenda
bellezza.
Raggiungo pian piano una modesta vetta e mi godo il vasto panorama su tutti i colossi delle Alpi
rifulgenti nel loro invernale candore. Ma ecco, già il dovere richiama al basso, bisogna dare l’addio
a questo angolo di paradiso.
Pure, o Signore, ti ringrazio per le brevi ore di intensa gioia concesse ad una tua umile creatura.
Don Pierino Balma (Vasario 1909 – Ronco Canavese 2003)
Rettore della Parrocchia di Campiglia Soana dal 1940 al 1969, si ritirò dapprima nella natia Vasario, poi a Frachiamo e
infine a Ronco Canavese.
Socio della Sottosezione Canavesana del CAI (poi Sezione di Rivarolo dal 1964) dal 1943 al 1980, si trasferì in seguito
presso la Sottosezione di Sparone appena fondata.
Socio Accademico GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) dal 1964.