giovedì 25 dicembre 2025

Inverno in montagna

Tratto da “Giovane Montagna”, Rivista di vita alpina – Anno LII, n. 4 – ottobre/dicembre 1966; ripubblicato su Don Pierino: sacerdote e alpinista di Dio, CAI Sottosezione di Sparone, 2011

Condiviso da Stefano Merlo 

Il velo bianco che compare sulle alte cime dà il primo annuncio. I pascoli alpini assumono il loro caratteristico color gialliccio. Qualche fiorellino sorride ancora sui greppi soleggiati.

Un grande silenzio regna ovunque rotto solo dallo strido del corvo e dal lieve canto del torrente che tra poco il gelo spegnerà.

Anche le marmotte hanno iniziato nelle profonde tane il loro lungo sonno invernale.

Le greggi sono scese al piano, forse sognando le profumate erbe dell’alpe. Poi la neve guadagna pian piano sempre più terreno finché praterie, rupi, macereti ne sono sommersi. Larici, faggi e tutti gli altri alberi di montagna, hanno appena smesso il loro policromo vestito autunnale che già la provvida natura ne offre uno tutto bianco tempestato di brillanti. La stupenda candida fioritura di cespugli che fiancheggiano la strada, sembra la magica opera della fata dei boschi. È pur bella e affascinante la montagna coperta dal bianco manto della neve, nello splendore del sole e nell’azzurro inebriante del cielo! Le immacolate vette sono ispiratrici di nobili pensieri e slanci del cuore verso l’infinito.

È vero, un po’ di malinconia invade l’animo nostro; ma è una malinconia dolce e non opprimente. Lo dice un alpinista inglese. «La malinconia è quel dono che possiede la natura umana di riconoscere la propria pochezza quando è messa in contatto con ciò che noi giudichiamo eterno e infinito. È un sentimento che poeti e predicatori hanno tentato, con risultati diversi, di cristallizzare in forme e immagini precise. Tuttavia la malinconia, che le montagne condividono con tutto ciò che è sublime o affascinante, assume in esse una sfumatura particolare, deliziosamente tenera e nello stesso tempo sanamente stimolante. Solo le montagne hanno la virtù di poter, contemporaneamente, calmare e incoraggiare».

E a chi ama lo sci alpinismo, la montagna d’inverno riserba gioie e soddisfazioni inobliabili. Occorre però – scrive uno sciatore alpinista – sentire la passione per l’avventura, per l’esplorazione, andare alla scoperta di nuove valli, di angoli nascosti, di montagne misteriose e deserte; saper ancora gioire per l’incanto di una marcia silenziosa sul fondo di un vallone disabitato o per l’improvviso sussulto provocato dalla fuga repentina di un camoscio o dal frullo di una pernice bianca. O magiche sere d’inverno, scrive un altro romantico alpinista, trascorse in una sperduta baita accanto ad un bel fuoco con la mente vagante in mille pensieri, sognando...

L’inverno alpino colla sua neve ricaccia al basso ogni rumore e distende la calma infinita della sua purezza. La montagna allora parla, tacendo ogni altra voce umana. 
* * *
Sono partito stamane, solo; ha ragione il buon abate Henry quando dice che occorre essere soli per percepire il linguaggio della natura: essa parla sottovoce, se vi è molto rumore molte parole ci sfuggono.

Dopo un’abbondante nevicata è tornato il bel tempo. Arranco su per il pendio che adduce al Colle con il carico del voluminoso sacco e degli anni. Una scivolata con numerosi capitomboli, per la mia imperizia sciistica, mi porta nell’incantevole conca del Miserin in quel di Champorcher. Sto per realizzare un sogno a lungo accarezzato: trascorrere qualche giorno quassù nella pace invernale.

Rimango a lungo a contemplare l’immensa candida distesa e la chiostra delle vette attorno. Entro nel Santuario della Madonna della Neve: si prega bene in questa silenziosa pace che riempie il cuore di mistica commozione.
È ormai notte. Esco a bearmi del paesaggio cui la luna conferisce incanto e suggestione divina.

Nel grazioso Rifugio, la stufa diffonde un dolce tepore che concilia il sonno. Balzo presto dal giaciglio per assistere al levar del sole.

Fantasmagoria cromatica, che nessun artista potrà mai imprigionare in parole o colori. Si è come rapiti in estasi e l’anima è tutta protesa in una tacita commossa lode al Creatore di così stupenda bellezza. 
Raggiungo pian piano una modesta vetta e mi godo il vasto panorama su tutti i colossi delle Alpi rifulgenti nel loro invernale candore. Ma ecco, già il dovere richiama al basso, bisogna dare l’addio a questo angolo di paradiso.

Pure, o Signore, ti ringrazio per le brevi ore di intensa gioia concesse ad una tua umile creatura.


Don Pierino Balma (Vasario 1909 – Ronco Canavese 2003) Rettore della Parrocchia di Campiglia Soana dal 1940 al 1969, si ritirò dapprima nella natia Vasario, poi a Frachiamo e infine a Ronco Canavese. Socio della Sottosezione Canavesana del CAI (poi Sezione di Rivarolo dal 1964) dal 1943 al 1980, si trasferì in seguito presso la Sottosezione di Sparone appena fondata. Socio Accademico GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) dal 1964.




venerdì 31 ottobre 2025

Perla del mese - Ottobre

Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella.

[Reinold Messner]



martedì 21 ottobre 2025

Alpe del Meys - Val Troncea

L'Alpe del Meys si trova nel cuore del Parco Naturale della Val Troncea, a circa 2047 m di quota. Un luogo carico di suggestione, circondato da un ambiente naturale mozzafiato e carico di storia.

Partiti dal parcheggio dopo il centro a
bitato di Pattemouche si prende a salire lungo la sinistra orografica del Chisone gustando le stupende colorazioni dei larici ai lati della sterrata di fondovalle.
Dopo circa 400 metri ci si imbatte nel primo ponte che permette di passare dall'altra parte ma decidiamo di proseguire sul lato del vecchio mulino di Laval, oggi Rifugio, dove si trova una fonte per l'acqua e un secondo ponte.
Dall'altra parte del fiume, tra pascoli radi in pendenza e lariceti, si vedono le case di Laval circa 100 metri di quota più in alto rispetto alla nostra posizione.

La presenza dei pascoli è frutto dell'intervento dell'uomo che si è trovato nell'esigenza di eliminare ampie porzioni di bosco per fare spazio e produrre alimento per il bestiame domestico.
Le attività di sfalcio e pascolamento, unite alla concimazione, hanno selezionato in particolare specie vegetali (ad esempio leguminose come la Lupinella montana - Onobrychis montana DC.) con elevato valore nutrizionale per le mandrie e i greggi. I pascoli montani sono inoltre caratterizzati da una ricchissima fioritura data da una molteplice varietà di specie che attribuisce ai prati una notevole quantità di colori e forme che connotano in modo saliente anche il paesaggio: narcisi, genziane e gigli sono fra le specie più note ed appariscenti presenti in questo ambiente. Con l'abbandono della valle da parte dell'uomo, i pascoli sono utilizzati parzialmente nel periodo estivo, senza la cura e la continuità di un tempo con il conseguente ritorno prima degli arbusti e poi del bosco.

Procedendo ancora per circa 600 metri il torrente allarga il suo alveo in una pietraia sconnessa dove troviamo una terza congiunzione tra le sponde ma decidiamo di procedere in direzione dei ruderi della Fonderia La Tuccia.
Il percorso della Fonderia La Tuccia si trova sul fondovalle della Val Troncea ( è l'edificio ridotto a rudere che si vede al termine dell'anello di fondo), in sinistra orografica del Torrente Chisone. Presenta all'escursionista grazie ad alcuni pannelli didattici, la realtà estrattiva - industriale svolta un tempo nel Parco e si collega al più impegnativo circuito delle miniere del Beth, presente in quota nell'area delle miniere.
Poco dopo la Fonderia il sentiero piega a sinistra e oltrepassa il torrente, raggiunge 300 metri dopo un bivio: a sinistra si sale verso il Rifugio Troncea, a destra si prosegue sulla sterrata di fondovalle che supera in un paio di punti il Chisone e che si stacca dal corso d'acqua con due tornanti proprio in prossimità dell'Alpe.

L'alpeggio è stato recentemente riqualificato in un progetto di architettura alpina contemporanea, trasformandosi in una struttura di accoglienza con una dozzina di posti letto, camere, sala break e servizi con doccia. Il progetto è stato selezionato come esempio di struttura sostenibile: costruito in larga parte mediante legno locale, parte proveniente dai boschi bruciati nel 2017, e concepito per sparire con discrezione nel paesaggio grazie all'utilizzo di forme ipogee e materiali naturali.

L'Alpe del Meys non è solo meta per escursioni ma anche sito della memoria partigiana. Nel 1944 fu rifugio per le formazioni resistenti dopo gli incendi nazifascisti che colpirono Troncea e Seytes. L'alpeggio venne poi abbandonato durante l'operazione Nachtigall ("usignolo" in tedesco) del 29 Luglio 1944, una delle più dure delle valli alpine.

Consumiamo un pranzo veloce comodamente affacciati sulla valle ed in compagnia dei due adorabili cani dei gestori. Davanti a noi, dal lato opposto della valle un canalone interno conduce al lago Fauri, mentre a sinistra il sentiero prosegue fino alle sorgenti del Chisone.
L'escursione all'Alpe del Meys è particolarmente consigliata in autunno per godere delle meravigliose variazioni di colore dei larici che ricoprono le pendici delle montagne. Richiede circa un paio d'ore a passo svelto su sentiero facile e non richiede particolari attrezzature se non in condizioni di pesante innevamento del sentiero.

Ringrazio Chiara, Federico e Giorgia per la compagnia lungo il tragitto.



































































































venerdì 19 settembre 2025

Lago Bout du Col

Il lago Bout du Col è un piccolo gioiello alpino, circondato da aree naturali e montagne che convogliano vento e profumi di pascoli erbosi.
L'escursione al laghetto, situato poco sopra Prali in Val Germanasca, è una delle passeggiate più amate della zona: breve, accessibile e sorprendentemente ricca di scorci suggestivi.
Il lago si trova a circa 1750 metri di quota, accanto all'omonimo alpeggio, raggiungibile sia mediante strada sterrata, sia attraverso sentieri più diretti ed immersi nel bosco.
Per raggiungere il lago lasciamo l'auto poco dopo il centro abitato di Prali, nei pressi del Prali Adventure Park sulle rive del Torrente Germanasca e percorriamo la sterrata che sale in direzione della frazione di Ribba.

Ribba costituisce l'ultima borgata di Prali prima di giungere agli alpeggi. Il suo nome, dal patouà "La Ribbo" indica prati solcati dal torrente. Data la posizione geografica gli abitanti del paese vengono soprannominati "li acualà" cioè abitanti ai piedi delle montagne. Nel periodo invernale rimane al riparo dal sole per oltre tre mesi.
Proseguendo lungo la strada sterrata è possibile raggiungere l'altura di Bout du Col presso la quale sono collocati ancora alcuni alpeggi.
Greggi di pecore e mucche sono liberi di pascolare nelle piane del colle, tra boschi di abeti bianchi e rossi e piccoli specchi d'acqua.
Nei pressi delle bergererie sono rinvenibili due bunker in buono stato di conservazione e sul versante opposto si possono tutt'oggi ammirare i residui di una vecchia galleria.
Nella zona del colletto "la Coulëtto", che si affaccia sulla sottostante borgata di Ribba, si trovano alcuni ruderi di casermette militari ed alcune tracce della stazione della teleferica che collegava la località a Freîbugio.

Dopo poco più di un centinaio di metri incontriamo il bivio che sale all'Agriturismo Miandette, alla Conca dei 13 Laghi e alla Sella del Cornour, teniamo la destra e proseguiamo costeggiando il corso d'acqua.
Prima di raggiungere Ribba attraversiamo un ponte e raggiungiamo due possibili vie di percorso: la carrozzabile che con due tornanti raggiunge gli alpeggi sulle sponde del lago, oppure la "direttissima" un sentiero che risale un ripido declivio alberato di circa 200 m di dislivello.
Decidiamo di prendere il sentiero all'andata per imboccare la carrozzabile lungo il cammino di ritorno.
L'ombra del bosco, con i suoi larici e pini cembri, ci scherma dal sole mentre saliamo lungo un tracciato facilmente intuibile ma con qualche passaggio potenzialmente insidioso in presenza di pioggia o neve.
Mentre un lieve profumo di resina accompagna gli ultimi passi emergiamo dal bosco ed il paesaggio cambia improvvisamente: il pianoro di Bout du Col si distende davanti agli occhi come una piccola conca verde brillante, con il lago poco oltre tranquillo e raccolto che pare una docile creatura addormentata  che riposa tra prati verdi e larici isolati.

Superiamo l'alpeggio ed un'area per le auto e aggiriamo lentamente le sponde del lago, ammirando i riflessi di luce sulle increspature dell'acqua in superficie causate dal vento.
Lasciamo il sentiero che prosegue fino al Rifugio Severino Bessone al Lago Verde, destinazione più impegnativa che metto in lista per un'escursione futura.

Sulle sponde del Lago verde si trova infatti un rifugio costruito nel 1968 derivante a sua volta da una precedente struttura militare degli anni Trenta.
Con successivi interventi nel 1970 e nel 2009, si è trasformato in un moderno rifugio, aperto tutti i giorni da metà Giugno a metà Settembre e dotato di un sistema di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia pulita.

Troviamo una zona del pianoro attorno al lago così morbida sotto il peso degli scarponi da sembrare quasi un invito a distendersi dal sole. Togliamo lo zaino, ci prepariamo per un pasto semplice e lasciamo che il vento ci porti l'aria fresca dalle montagne più a Sud, al confine con la Francia. L'acqua del lago davanti a noi si muove accompagnata dal vento; non è la grandezza del lago a renderlo spettacolare, ma il suo senso di intimità: è un luogo per chi ama la montagna fatta di silenzi sospesi dal vento, di luce interrotta dalle nuvole veloci e di piccoli dettagli celati dietro le cortecce rugose degli alberi.

L'escursione al Lago Bout du Col è breve, accessibile a molti e ricca di piacevoli atmosfere. È perfetta per staccare dalla alienante routine quotidiana e assorbire un respiro più lento e naturale, per chi vuole ritrovare un contatto con la natura senza necessariamente affrontare lunghe distanze o dislivelli impegnativi.

Ringrazio Chiara per la compagnia e per le fotografie pubblicate in questo articolo.






















































domenica 31 agosto 2025

Perla del mese - Agosto

Dolomiti di Antonia Pozzi

Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d’ascesa. E noi strisciamo
sull’ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l’arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnamo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d’immenso,
inalberiamo sopra l’irta vetta
la nostra fragilezza ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l’umidore ed un remoto
lamento s’ode, ch’è come il singhiozzo
rattenuto, incessante, della terra.

(Madonna di Campiglio, 13 agosto 1929)