
Chi accetta di salire in montagna senza fretta è come chi sfoglia un libro prezioso, pagina dopo pagina, e ne carpisce il sapere.
Il passo lento, quel passo che non misura la distanza percorsa sulla nostra carta 1:25000 ma misura l'intima relazione che intercorre tra il nostro corpo e il sentiero, è guardato con sospetto nel mondo di oggi, schiavo del cronometro e del profitto in breve tempo, inseguito come durante una caccia alla lepre, e tuttavia quel passo custodisce un notevole rispetto per noi stessi ed elargisce dignità al nostro respiro; una restituzione graduale e cadenzata al nostro corpo di un ritmo dimenticato ma essenziale, oggi più che mai.
Camminare lentamente in montagna significa sottrarsi alle convenzionali regole di efficienza e di raggiungimento del traguardo ad ogni costo. È un gesto politico, che si oppone all'idea di velocità divoratrice di record e di risultati da mettere in evidenza per gli altri, non appena scesi a valle dove la connessione torna a funzionare.
È una forma di rinuncia, ma non quel tipo di rinuncia che ti lascia senza nulla di valore, bensì quella che ti offre qualcosa di insospettato e di straordinario in cambio: è in grado di riportarti, un passo dietro l'altro, ad un accordo tra il battito del cuore con quello più recondito delle pietre, dei larici, dei ruscelli e della brulicante vita che popola il sottobosco.

E in quel passo lento avviene una trasformazione: il paesaggio con tutto ciò che ci circonda lungo il cammino smette di essere semplice scenario e diviene interlocutore privato e personale.
I boschi non si attraversano ma si ascoltano. I pascoli non si percorrono ma si respirano. Le pietraie non si oltrepassano ma si conoscono. Le vette non si conquistano ma si attendono.
Ciò che per l'impaziente è soltanto una quinta sbiadita all'interno della quale egli compie il suo movimento, buona al massimo per scatti fotografici da consegnare in pasto alle piattaforme social il prima possibile, acquisisce un'anima ed apre i suoi varchi più segreti solo a chi sa rallentare fino al limite del ritmo di un eco lontano del battito cardiaco della Terra stessa.
"Pole pole" come ripetevano sovente in swahili le guide ed i portatori lungo il tracciato per la vetta del Kilimanjaro.
Rallentando così il passo accade qualcosa di straordinario: si riscopre che la lentezza non è un difetto, non lo è mai stato, ma una forma di prodigiosa conoscenza del nostro rapporto con il tutto.
È la quintessenza della combinazione tra propriocezione (capacità innata di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo e degli arti nello spazio, nonché il movimento e la forza muscolare, senza l'uso della vista; definita spesso come un "sesto senso", è fondamentale per il mantenimento dell'equilibrio, la coordinazione dei movimenti e la stabilità posturale) ed esterocezione (l'insieme delle funzioni sensoriali attraverso cui il sistema nervoso riceve e interpreta stimoli provenienti dall'ambiente esterno).
Nel silenzio del sentiero, lambito soltanto dal suono del respiro e scandito dallo scricchiolare delle pietre sotto gli scarponi, il passo lento ci consegna ciò che la vita quotidiana crudelmente ci sottrae: la misura del tempo, che non è quella degli orologi o delle campane o delle suonerie o dei timer, ma quella delle nuvole che volano e dei prati che ondeggiano, quella dei torrenti che incedono e delle rocce che non hanno fretta di divenir polvere.
Solo così acquisisce senso raggiungere alla fine la vetta, senza trionfalismi, per naturale conseguenza, comprendendo che a trasformarci non è il traguardo raggiunto ma il percorso vissuto.
Qual è stata la tua ultima o più significativa esperienza di passo lento? Condividila nei commenti.