sabato 16 novembre 2019

Elogio al passo lento

Chi accetta di salire in montagna senza fretta è come chi sfoglia un libro prezioso, pagina dopo pagina, e ne carpisce il sapere.
Il passo lento, quel passo che non misura la distanza percorsa sulla nostra carta 1:25000 ma misura l'intima relazione che intercorre tra il nostro corpo e il sentiero, è guardato con sospetto nel mondo di oggi, schiavo del cronometro e del profitto in breve tempo, inseguito come durante una caccia alla lepre, e tuttavia quel passo custodisce un rispetto ed una dignità al nostro respiro; una restituzione graduale e cadenzata al nostro corpo di un ritmo dimenticato ma essenziale, oggi più che mai.

Camminare lentamente in montagna significa sottrarsi alle convenzionali regole di efficienza e di raggiungimento del traguardo ad ogni costo. È un gesto politico, che si oppone all'idea di velocità divoratrice di record e di risultati da mettere in evidenza per gli altri, non appena scesi a valle dove la connessione torna a funzionare. È una forma di rinuncia, ma non quel tipo di rinuncia che ti lascia senza nulla di valore, bensì quella che ti offre qualcosa di insospettato e di straordinario in cambio: è in grado di riportarti, un passo dietro l'altro, ad un accordo tra il battito del cuore con quello più recondito delle pietre, dei larici, dei ruscelli e della brulicante vita che popola il sottobosco.

È nel passo lento, infatti, che avviene una trasformazione: il paesaggio con tutto ciò che ci circonda lungo il cammino smette di essere semplice scenario e diviene interlocutore privato e personale.
I boschi non si attraversano ma si ascoltano. I pascoli non si percorrono ma si respirano. Le pietraie non si oltrepassano ma si conoscono. Le vette non si conquistano ma si attendono.
Ciò che per gli impazienti è soltanto una quinta sbiadita nel suo stesso movimento, buona al massimo per scatti fotografici da consegnare in pasto alle piattaforme social il prima possibile, acquisisce un'anima ed apre i suoi varchi più segreti solo a chi sa rallentare fino al limite del ritmo di un eco lontano del battito cardiaco della Terra stessa.
"Pole pole" come ripetevano sovente in swahili le guide ed i portatori lungo il tracciato per la vetta del Kilimanjaro.

Rallentando così il passo accade qualcosa di straordinario: si riscopre che la lentezza non è un difetto, non lo è mai stato, ma una forma di prodigiosa conoscenza del nostro rapporto con il tutto.
È la quintessenza della combinazione tra propriocezione ed esterocezione.
Nel silenzio del sentiero, lambito soltanto dal suono del respiro e scandito dal suono scricchiolante delle pietre sotto i piedi, il passo lento ci consegna ciò che la vita quotidiana crudelmente ci sottrae: la misura del tempo, che non è quella degli orologi o delle campane o delle suonerie o dei timer, ma quella delle nuvole che volano, quella dei prati che ondeggiano, quella dei torrenti che incedono e quella delle rocce che non hanno fretta di divenir polvere.

Solo così acquisisce senso raggiungere alla fine la vetta, senza trionfalismi, per naturale conseguenza, comprendendo che a trasformarci non è il traguardo raggiunto ma il percorso vissuto.

Qual è stata la tua ultima o più recente esperienza di passo lento? Scrivilo nei commenti.



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