domenica 16 maggio 2021

L'Om Selvaj tra storia e mito


Per ritrovare la nostra storia non possiamo fermarci alle porte del costruito: dobbiamo andare oltre. Dobbiamo salire su per la montagna e percorrere un'infinità di tornanti lasciandoci alle spalle Lanzo torinese ed i suoi rumori di civiltà.

Una croce di ferro incastrata su un piccolo tetto in pietra di un pilone subito prima del ponte di Rosola ci dà il benvenuto invitandoci a lasciare la strada principale per proseguire il nostro viaggio su una virgola d'asfalto che si perde nel bosco. Quando l'asfalto lascia il posto ad una strada sterrata polverosa, perdiamo la nostra ultima traccia di civiltà e abbiamo come l'impressione di entrare a casa di qualcuno... quel qualcuno che adesso osserva ogni nostro passo e sente ogni nostra parola. Ci attendono ancora circa tre chilometri di strada in mezzo ai boschi dell'Om Selvaj.

Dal Dio Pan per i Romani a Kernunnos per i Celti, fino a Enkidu nella saga di Gilgamesh, l'uomo selvatico, l'Om Selvaj nel dialetto, è una figura leggendaria comune a tutto il mondo. I nostri anziani raccontano che ha insegnato all'uomo l'arte casearia e gli accorgimenti dell'allevamento del bestiame, e che, per colpa di un brutto scherzo che due ragazzetti gli fecero, lui smise di insegnare alla gente della montagna i segreti del latte.

A quei tempi, secondo le leggende e le conte che si sentivano nelle stalle durante le veglie nelle lunghe sere invernali, si poteva vedere l'Om Selvaj camminare per i boschi anche in giornate piovose, o sotto la neve, purché non ci fosse vento. Il vento era il peggior nemico dell'Om Selvaj, perciò in quelle giornate lui se ne stava rintanato nella sua grotta, ed è per questa ragione che nelle giornate ventose, le mamme tenevano i bambini in casa: l'Om Selvaj aveva insegnato loro che il vento portava le malattie.

Nonostante fosse un personaggio che si vedeva ben lontano dalla civiltà, lui era solito ritrovarsi con la gente attorno ad un falò. L'Om Selvaj rispondeva a tutte le domande che gli uomini gli ponevano. Loro erano interessati ai segreti per fare il burro, la ricotta e la toma, e forse avrebbero saputo anche come trarre la cera dal siero di latte se quella sera quei due ragazzotti non gli avessero tirato un brutto scherzo.
Prima che l'Om Selvaj arrivasse, i ragazzi misero nel fuoco la pietra su cui lui era solito sedersi, per poi sistemarla poco prima del suo arrivo al solito posto. La pietra era ancora rovente quando l'Om Selvaj vi si sedette sopra. La sua reazione a tale ingratitudine fu semplicemente quella di allontanarsi. Non disse nulla. Si allontanò e non tornò mai più in paese.

Gli anziani raccontano che la gente iniziò a preoccuparsi per lui quando smisero di vederlo camminare per i boschi. Un vecchio pastore sapeva che l'Om Selvaj abitava in una balma nei pressi del luogo dove ora sorge il Santuario di Marsaglia e decise di recarcisi insieme al parroco del paese. Lo trovarono dentro il buio della sua balma, riverso su un pagliericcio di paglia. Con un filo di voce l'Om Selvaj disse al prete che voleva confessarlo di appendere il suo mantello sulla lama di luce che filtrava da un foro della spessa porta. Quando il prete appoggiò il suo mantello, incredulo vide che questo rimaneva appeso e, quando si voltò, l'Om Selvaj non respirava più.

L'Om Selvaj venne seppellito lungo il sentiero che ora conduce al Santuario di Marsaglia, poco sotto la sua balma. L'intera comunità collaborò per mettere sopra l'inumazione un enorme masso, in modo da difendere le spoglie del grande maestro da ingrati curiosi. Il masso divenne ben presto un simbolo della riconoscenza degli anziani per un personaggio che aveva fatto molto per la comunità. Chiunque percorreva il sentiero incideva una croce sul grande masso a prova scritta del proprio "amen" recitato.

Negli anni '60 il progresso raggiunse la vecchia mulattiera che era troppo stretta per essere percorsa dai mezzi a motore. Vennero autorizzati i lavori per la realizzazione dell'attuale strada ed il bulldozer, durante la fase di movimentazione della terra, spinse il masso nella scarpata.

Quel masso, che misura 3x2,50 m, è rimasto per cinquant'anni coperto dalla vegetazione e capovolto. Un'importante opera di sensibilizzazione sui valori della tradizione locale ha permesso di avviare le ricerche, grazie anche alla memoria di alcuni anziani. Perconaggi come il sindaco Nicola Ferroglia, ed anche Piero Coletti, Domenico Cabodi e la passione di Ilmen Gavassa per la cultura dei nostri territori, hanno permesso di superare i contrattempi e di giungere all'Aprile 2016 con il masso posizionato a bordo strada. L'operazione di recupero non fu facile ed il momento non sembrava mai quello giusto. Il masso venne infine trascinato su per la scarpata, rimanendo capovolto. L'operazione successiva consisteva proprio nel capovolgerlo.

La caduta nella scarpata provocò forti lesioni al masso ed, in particolare, il distaccamento di una spessa lastra di roccia riportante le croci incise.
Al capovolgimento del masso, avvenuto il 15 Settembre 2016, è susseguito il recupero della lastra il 24 Settembre con tutta la sua storia e le croci pomate e greche incise sopra.

Percorrendo quegli ultimi tre chilometri di strada in mezzo ai boschi dell'Om Selvaj, adesso c'è il segno della riconoscenza e devozione dell'uomo per il grande maestro: un personaggio leggendario, amico dell'uomo ma non del suo modo di vivere.

Un piazzola posta sul versante a valle della strada ospita il grande masso. Tutt'intorno il bosco ed i richiami degli animali. Il vento muove le foglie: è Lui che cerca di aprire il nostro cuore ad un mondo semplice ed umano.

L’om salvagh: il santo delle montagne

Articolo di Paolo Crosa Lenz su Lepontica N°30 [Pag. 3]

Nella tradizione leggendaria della Val d’Ossola l’om salvagh è un uomo solitario che vive in grotte sulle montagne o in alpeggi isolati e sperduti tra rocce e boschi. È un uomo poveramente vestito (di stracci, di foglie, di pelli di animali), con la barba e il pelo lungo, che vive lontano dal consorzio umano.
Nell’immaginario popolare possiede, come i nani, un sapere antico che si esprime nell’insegnare agli uomini a lavorare il latte; è un uomo buono (un “buon cristiano” anche se non va a messa) e la sua santità si esprime nell’appendere il mantello ad un raggio di sole. Per i contadini di montagna l’om salvagh è considerato come un elemento naturale, una presenza con la quale coesistere nella dura vita d’alpeggio. È una parte attiva nel microcosmo dell’alpe, come le mucche, gli alberi e i torrenti. Il suo rapporto con gli uomini è caratterizzato da favori e da piccole frizioni, in un modello di coesistenza non conflittuale. Un’altra lezione della civiltà alpina: la capacità “normale” di convivere con il “diverso”. Questa figura leggendaria assume nomi diversi a seconda della lingua locale: Om salvàrech nel Bellunese, Om pelos in Trentino, Omo salvadego in Valtellina, Omo salvatico sull’Appennino toscano, Ommo sarvadzo in Valle d’Aosta.
Indomito e indifferente agli eventi climatici, ha paura solo del vento.
È tanto vecchio da conoscere come cambia la campagna: sette volte la valle è stata prato, sette volte campo, sette volte bosco, quindi abbandonata. Colloro è un villaggio al sole nel Parco Nazionale della Valgrande. Un borgo di montanari antichi che guardano con diffidenza la valle del Toce.
Lì si raccontano antiche storie. “L’om salvagh viveva sulla montagna di Colloro. Era un vecchio solitario e malmesso. Se c’era vento o pioggia non usciva dalla sua tana per settimane e settimane. Dicevano che era un po’ matto, perché voleva insegnare a fare la gomma con il siero del latte.
Certe volte andava a far villa con le alpigiane, ma siccome dava fastidio le donne gli hanno fatto uno scherzo. Lui si sedeva sempre su una pietra vicino al fuoco. Le donne gliel’hanno scaldata così si è scottato e non è andato più.
Stava tanto tempo senza farsi vedere da nessuno. Una volta il prete di Premosello, siccome non lo vedeva mai in chiesa, l’ha mandato a chiamare per confessarsi. L’om salvagh è sceso in paese al mattino presto. Il parroco l’ha fatto andare in sacrestia e gli ha detto di togliersi il mantello. Lui non sapeva dove appoggiarlo. C’era un raggio di sole che entrava dalla finestra e l’ha appeso lì. Ed è stato su. Quando il prete ha visto così non l’ha neanche più confessato.”


L’uomo selvatico

Brano tratto da Leggende e credenze delle Alpi piemontesi - di Enrico Bertone

Storie di demoni e di santi di despoti e di amanti di belve e di spiriti
Camminava in posizione eretta ma tutto il suo corpo era ricoperto da una folta pelosità, per questo a volte veniva associato all'orso, ma con questi non aveva nulla da spartire. L'uomo selvatico, folta barba e lunghi capelli, possedeva una sua intelligenza e delle particolari conoscenze addirittura superiori a quelle degli uomini. In certe zone veniva associato ai sarvan o ad altri esseri silvani che abitavano i boschi, mentre da altre parti le due figure erano ben distinte pur avendo qualcosa in comune: entrambi infatti conoscevano bene certe pratiche come la lavorazione del latte ed erano abili pastori di greggi, i loro animali erano i più pasciuti e producevano grandi quantità di latte e di lana; conoscevano anche i segreti delle api e della raccolta del miele selvatico o altre pratiche che a volte insegnavano anche agli umani.
Ma gli uomini non sempre avevano per loro il rispetto dovuto e spesso li prendevano in giro; l'uomo selvatico questo non lo sopportava e così spesso era costretto ad abbandonare i luoghi dove si era insediato e ad andarsene.
Molte delle leggende che si raccontavano sul suo conto hanno questo finale.
Il mito dell'uomo selvatico è presente in tutta Italia, in Europa e nel mondo intero ed è particolarmente radicato nell'arco alpino. In Valtellina e precisamente a Sacco, frazione del comune di Cosio Valtellino dove ha inizio la Valgerola, esiste addirittura un museo a lui dedicato. È stato ricavato in una vecchia casa dove vi sono affreschi del XV secolo e su uno di questi spicca la figura dell'homo selvadego armato di una nodosa clava con la scritta "E sonto un homo selvadego per natura: che me ofende ge fo pagura".
La punizione per gli uomini che lo offendevano si limitava dunque ad uno spavento, era un essere generalmente buono e solitario, con delle precise abitudini che emergono nella tante leggende che su di lui si raccontano.
L'uomo selvatico non si vedeva in giro quando c'era il vento perché stava chiuso nella sua grotta, ma secondo altre versioni si diceva che piangeva quando il tempo era bello perché sapeva che dopo sarebbe arrivata la pioggia e lui aveva paura del brutto tempo. Come scriveva già a suo riguardo Matteo Maria Boiardo nel suo poema cavalleresco Orlando Innamorato, pubblicato per la prima volta in forma completa nel 1945: 

Abita in bosco sempre, alla verdura,
Vive de frutti e beve al fiume pieno;
E dicesi ch'egli ha cotal natura,
Che sempre piange, quando è il cel sereno,
Perché egli ha del mal tempo alor paura,
E che 'l caldo del sol li venga meno;
Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta

Nel Medioevo le leggende sull'uomo selvatico ebbero una grande diffusione, va anche considerato come a quei tempi fosse abbastanza diffusa la misantropia; certi individui si ritiravano a vivere in solitudine all'interno di grotte e si isolavano totalmente della vita sociale, spesso assumendo aspetti incolti e caratteri introversi. Così le fantasie della mente umana su questi selvatici, veri o presunti, si arricchivano di nuovi elementi e le storie raccontavano quasi sempre di esseri buoni, poche volte cattivi: in questi casi rapivano le donne e potevano compiere altre spiacevoli azioni nei confronti dell'uomo.
In certe zone la credenza nell'uomo selvatico era particolarmente radicata, come in Valsesia; qui sono diverse le località che lo ricordano attraverso le leggende e i toponimi.

Nel comune di Quarona, nella zona del Monte Tovo, si trova la Balma dell'uomo selvatico; si racconta che l'essere che vi abitava aveva un debole per le belle ragazze che portavano gli animali al pascolo, il selvatico si sedeva su di una roccia e attendeva il passaggio delle giovani che però un giorno gli tirarono un brutto scherzo, accesero un fuoco proprio sulla roccia dove lui si fermava ad aspettarle e quando fu ben arroventata la ripulirono dai carboni ardenti, l'uomo selvatico arrivò e si sedette sulla pietra bruciandosi il posteriore, fuggì a grandi balzi giù per la valle e non si fece mai più vedere nella zona.

A Campertogno si narra dell'esistenza di un uomo selvatico buono di natura, ma che amava entrare nelle case e nelle stalle quando gli uomini erano assenti e guardare le donne che filavano. Dopo diversi tentativi di catturarlo andati a vuoto per la sua intelligenza, il selvatico venne attirato dalla sua curiosità a calzare un paio di scarpe che erano state lasciate apposta dagli uomini, non riuscì più a fuggire in quanto i suoi piedi non erano abituati a trovarsi intrappolati e venne catturato.
Ad Alagna si racconta che nella Val d'Otro un tempo viveva un uomo selvatico a cui si presentò il diavolo in persona e gli propose che in cambio della sua anima avrebbe fatto diventare quella valle un luogo fertile e assolato dove avrebbe potuto coltivare ogni genere di frutto. Il selvatico, intelligente e che evidentemente possedeva un'anima, non accettò e le case di Otro continuarono a non ricevere i raggi del sole per il lungo e freddo periodo invernale.

Anche nelle montagne biellesi sono numerose le storie che raccontano dell'uomo selvatico; è la studiosa di tradizioni popolari Virginia Majoli Faccio a trasmetterci una trilogia di leggende legate a questo territorio che presentano versioni diverse di questo personaggio.
In Valle cervo, in una caverna in località Bele, non molto distante dal santuario di San Giovanni d'Andorno, viveva un tempo un uomo selvatico; costui era di indole buona e spesso scendeva al piano dei Bussetti, nei pressi del paese di Rosazza, le donne lo rifocillavano e gli facevano dei regali, lui per ringraziarle insegnava loro il procedimento della lavorazione del latte e altri piccoli segreti utili nella vita quotidiana. Il selvatico non era insensibile alla bellezza femminile e si invaghì di una giovane del posto; un giorno mentre la ragazza percorreva il sentiero portando l'erba che aveva appena falciato la sorprese e la rapì portandola nella sua caverna.

Un'anziana donna che aveva assistito al fatto portò subito la notizia in paese. Alcuni giovani tra cui il fidanzato della rapita si radunarono, partirono alla ricerca della caverna e liberarono la ragazza che era tenuta prigioniera; al rapitore non venne fatto del male perché secondo la tradizione locale si credeva che chi avesse ucciso l'uomo selvatico senza essere stato prima da lui assalito avrebbe avuto una vita di sventure.
Il secondo racconto presenta l'uomo selvatico sotto un aspetto inconsueto e a dir poco crudele, come raramente accade in queste storie.
Come nella vicenda precedente il selvatico si era innamorato di una donna di Rosazza, in questo caso una sposa e non una ragazza da marito; un giorno mentre lei prendeva l'acqua ad una fonte le si avvicinò, la rapì e la rinchiuse nella sua caverna.
Il tempo passò e tra l'uomo del bosco e la donna nacque un bambino, lei però non si era rassegnata a quella vita e in cuor suo aveva studiato la fuga nei minimi particolari. Un giorno mentre il selvatico dormiva preparò un fantoccio nell'atto di filare la lana che vestì con i suoi abiti, poi cauta uscì dalla grotta e fuggì. Quando l'uomo si svegliò scoprì l'inganno e inferocito, non potendo più raggiungere la donna, prese il piccolo e lo tagliò a metà buttandone i resti sulle sponde del torrente Cervo. Si narra che ancora oggi quando qualcuno passa in quei posti col buio della notte possa udire il pianto di un piccolo uscire dalle acque del torrente.

Nella terza parte della trilogia, la Majoli Faccio narra delle grotte dove viveva l'uomo selvatico; racconta di un essere che abitava in una caverna nella Valle dell'Elvo, nel comune di Sordevolo, costui aveva già insegnato molte utili pratiche quotidiane agli abitanti locali e aveva la buona intenzione di continuare nella sua nobile opera, ma gli ingrati montanari iniziarono a deriderlo e lui offeso se ne andò.
L'ultima citazione è riferita ad un uomo che inseguito alla morte della sua donna si era ritirato a vivere in una grotta a Montesinaro frazione di Piedicavallo e si era per così dire rinselvatichito, era però buono e mite di carattere.

Anche nel Marguareis si raccontava dell'uomo selvatico che aiutava gli uomini perché la sua indole era di natura buona, ma in certi casi si narravano anche storie in cui questo essere veniva considerato un servo al servizio dell'uomo. Fu lo studioso Giovanni Giannini a pubblicare una leggenda che raccontava dell'uomo selvatico secondo questa condizione e il territorio era quello delle montagne del Canavese. È una storiella breve e molto originale, il Giannini l'aveva avuta dall'illustre amico Costantino Nigra, canavesano e anche lui grande studioso di tradizioni popolari.

La narrazione è ambientata sulle montagne del Canavese dove viveva un uomo selvatico che una famiglia contadina teneva al suo servizio per fargli lavorare il latte e pascolare le mucche. Lo mandavano al pascolo anche quando tirava vento e al selvatico questo non piaceva, ma gli uomini ridevano. Un giorno che faceva molto freddo il selvatico vide l'uomo che alitava sulle mani e gli domandò cosa stesse facendo, l'uomo rispose che si riscaldava le mani. UN altro giorno mentre si consumava il pasto il selvatico vide l'uomo che soffiava nel piatto, nuovamente gli domandò cosa stesse facendo e l'uomo gli rispose che stava raffreddando la minestra. A quel punto l'uomo selvatico decise di andarsene, comunicò ai componenti di quella famiglia che non voleva vivere con delle persone che mandavano caldo e freddo dalla stessa bocca, se ne andò e non tornò mai più su quelle montagne.

1 commento:

  1. Una bellissima storia, raccontata in modo straordinario!!! Bravissimooo.

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