domenica 4 febbraio 2024

Il giorno dell'Orso

Racconto ispirato dalla leggenda dell'Orso Marino del Rocciamelone, narrata da Enrico Bertone in Leggende e credenze delle Alpi piemontesi

Sono nato a Urbiano, proprio dove il Rocciamelone scende a toccare le prime case della valle. Da bambino, quando alzavo gli occhi verso la montagna, mi sembrava che questa respirasse. Gli anziani dicevano che là sopra, tra le rocce e i nevai, si aggiravano spiriti antichi, e che un tempo nessuno osava salire per paura di non tornare più. Il timore per gli spiriti e gli animali delle montagne e delle foreste, influenzava tutti, senza distinzioni e fin da giovanissimi si insegnava a portare il rispetto dovuto ad ogni creatura del bosco situato sopra il villaggio.
Ogni anno, però, c’era un giorno in cui la paura diventava festa: la prima domenica di febbraio, la festa dell’Orso. E io, come tutti, la aspettavo con un misto di eccitazione e curiosità.
Ricordo bene la prima volta a cui riuscii ad assistere interamente all’evento avvenuto durante il mio undicesimo compleanno, il paese era in fermento nonostante e l’inverno fosse stato straordinariamente duro. Le notti erano così fredde che il fiato si poteva vedere. Da settimane si parlava dell’orso: qualcuno giurava di averlo visto vicino ai pascoli, altri dicevano che fosse solo una storia per spaventare i bambini. Ma le urla...quelle le avevamo sentite tutti.  

Quando i cacciatori del villaggio decisero che l’incubo doveva finire, il paese intero li accompagnò fino al limite del bosco. Io ero tra i ragazzi che correvano dietro a loro, fingendo coraggio. Le madri trattenevano i più piccoli per il braccio, ma quelli sgusciavano via come il sapone al lavatoio.  

Passarono alcuni giorni senza notizie. Ogni mattina guardavamo la montagna, sperando di vedere qualcuno scendere. Poi, una sera, mentre il sole calava dietro le creste più severe dell'alta valle, un movimento tra gli alberi fece trattenere il respiro a tutti.
Erano loro. E trascinavano l’Orso.
La bestia era enorme, incatenata, furiosa. Ruggiva, scalciava, e gli uomini facevano fatica a tenerla. Io ero terrorizzato, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Sembrava più un demone che un animale, come quelli delle storie che i vecchi raccontavano nelle stalle d’inverno.
Il corteo entrò nel paese, e noi bambini ci attaccammo alla lunga corda che seguiva l’orso, urlando e ridendo. Era il nostro modo di dimostrare che non avevamo paura, anche se il cuore batteva forte.
L’Orso veniva deriso, colpito con un bastone, e costretto a bere vino da un imbuto. Una scena crudele, forse, ma per noi era il rito che segnava la fine dell’inverno, la vittoria dell’uomo sulle forze oscure della montagna.
Quando arrivammo nella piazzetta, però, accadde qualcosa che non avevo mai visto. 
La musica iniziò; una melodia allegra, di quelle che senti solo nelle feste di paese.
E l’Orso...cambiò.
Si fermò, smise di ringhiare, e guardò la folla come se si svegliasse da un incubo. I cacciatori gli sciolsero le catene, e lui, invece di scappare, levò il folto cappuccio lanoso che copriva il suo volto umano, sorrise e tese la mano alla ragazza più bella del paese. Lei rise, e insieme iniziarono a danzare. 
In quel momento capii ciò che gli anziani ripetevano da sempre: l’Orso non è solo una bestia. È la parte selvaggia di noi, quella che l’inverno incupisce e che la primavera libera.

La piazza esplose in un applauso. Io guardavo la scena con emozione, senza sapere perché. Forse perché, per la prima volta, sentivo che anche dentro di me qualcosa si stava sciogliendo, come la neve sui pendii quando il sole torna a scaldare.
Da allora, ogni anno, quando arriva febbraio e il vento porta l’odore dell’erba nuova, io torno nella piazza. Non mi perdo questa festa da anni, e ogni volta, mentre l’Orso danza, penso alla montagna che ci guarda dall’alto, antica e silenziosa, e a come noi, piccoli abitanti alla sua base, continuiamo a raccontare la stessa storia da secoli.
Una storia che parla di paura, di coraggio, e di un uomo che, almeno per un giorno, torna a essere Orso.


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