"Mombracco è un oscuro rilievo che emerge sulla pianura saluzzese, come ultima propaggine del gruppo del Monviso, quasi a bloccare la valle obbligando il Po a deviare il suo corso verso Sud. Montagna dalle molte facce e realtà. Le leggende l'avvolgono e l'indifferenza la relega ad un rilievo di poco conto, troppo bassa e facile per l'alpinista, poco paesaggistica e remunerativa per l'escursionista, senza attrazioni mondane per il villeggiante.
Montagna religiosa e sacra; l'ambiente stesso appartato, silenzioso e raccolto lo permette, quasi lo richiede nell'economia del paesaggio. Ogni punta ha una croce, visibile da lontano, a testimonianza di una religiosità intensa, lontana e passata. E poi le chiese silvane disseminate sulle sue pendici emergenti dalla coltre arbusticola come oasi per lo stanco viandante o costruite addosso alla roccia quasi per formare una stretta simbiosi fra la realtà e la divinità, fra preghiera e duro lavoro. La toponomastica stessa è religiosa: Pian delle Monache, Pan del Fra, Fontana e Meira dell'Eremita. Poi le croci impresse sulle rocce e le misteriose figure scolpite sulle pietre, impregnate di sacralità antica, ancestrale, giustificano il titolo di montagna sacra."
[Pasquale Natale - Mombracco montagna sacra]
Nel passato, un passato neppure così tanto remoto, vivere sul Mombracco significava affrontare un ambiente duro ed impegnativo. Donne e uomini dovevano svolgere diversi lavori per sopravvivere: estrazione della bargiolina nelle cave, (una quarzite dal colore chiaro, molto usata per pavimentazioni e rivestimenti esterni di chiese e palazzi) allevamento e pastorizia, produzione del carbone di legna. Le fatiche erano intense e quotidiane, ma nelle sere invernali, quando le giornate più corte riducevano le ore di lavoro, ci si ritrovava a vegliare nel caldo delle stalle: momenti di condivisione in cui si narravano storie legate alle credenze locali.
Questa tradizione, piuttosto comune in tutto il Piemonte rurale e non solo, ha fatto diffondere molte storie ed il Mombracco si distingueva per la ricchezza di queste narrazioni suggestive, i giovanissimi nelle stalle ascoltavano incantati e alle volte persino intimoriti.
Eccone alcune...
Un giovane pastore stava guidando il bestiame lungo una strada che sale ai pascoli del Mombracco, quando incrociò una anziana signora che non ricambiò il suo cenno di saluto.
Lungo la strada di ritorno venne aggredito da un cane randagio inferocito, il pastore usò il suo bastone per difendersi ed evitare di essere morso e colpì con violenza la bestia ferendogli una zampa. Il cane fuggì via zoppicando.
Il giorno seguente il giovane, ripercorrendo la stessa strada, vide nuovamente la vecchia ma notò con stupore che ella zoppicava malamente.
La fine della storia permetteva ai giovanissimi di trarre autonomamente le loro conclusioni. Si possono trovare molte storie simili che alludono all'esistenza delle masche, figure misteriose dotate di poteri magici come appunto quello di potersi trasformare a piacimento in animali pericolosi o altri esseri demoniaci. Si diceva anche che le masche potessero "fare la fisica", vale a dire i sortilegi, e che da queste spaventose e potenti figure fosse molto importante stare attenti a non cadere nelle loro grinfie.
Un'altra leggenda molto nota descriveva il Mombracco come un antico vulcano.
La cima era in realtà una caldera da cui fuoriusciva un fumo irrespirabile. A volte faceva tremare la terra, altre volte riversava lava incandescente che minacciava i paesi ai piedi della montagna.
Allora gli abitanti pregarono San Giacomo, al quale tutti erano molto devoti, ed il santo pellegrino intervenne personalmente: risalì la montagna, raggiunse la caldera e versò l'acqua della zucca che usava come fiaschetta per i suoi viaggi. Miracolosamente l'acqua della zucca di San Giacomo spense l'intero vulcano.
Ancora oggi, il 25 Luglio nella chiesa sul Mombracco, si celebra la festa di San Giacomo. Il giorno seguente è la festa di Sant'Anna e se in quei giorni piove allora i montanari ed i contadini recitano soddisfatti un vecchio proverbio: "San Giacu porta la buta e Sant'Ana la dëstupa" (San Giacomo porta la bottiglia e Sant'Anna la stappa) aggiungendo a volte che quella pioggia è l'acqua di San Giacomo che scende ancora per mantenere il vulcano spento.
Il massiccio del Mombracco, incastonato tra le valli del Piemonte occidentale, custodisce un vasto patrimonio di cavità naturali, le cosiddette "balme" o "barme", che hanno svolto un ruolo significativo nella storia insediativa e nella mitopoiesi locale. Alcune di queste grotte, come Balma Boves presso Sanfront, testimoniano forme di abitazione rupestre protrattesi fino agli anni Sessanta del Novecento. Altre, come la Balma di Bertoldo e la Barma ëd Giotu nel territorio di Barge, sono legate a figure emblematiche: rispettivamente il brigante Bertoldo, protagonista di racconti popolari, e l'eremita Giotu, ultimo abitante solitario della zona deceduto nel 1964.
Questi luoghi, immersi in un paesaggio boschivo e impervio, sono stati teatro di narrazioni folcloristiche che evocano la presenza di entità misteriose e sovrannaturali.
Tra esse spicca la figura del Ravàss, descritto come un essere peloso e terrificante, con sembianze umanoidi e testa animale, dimorante in una cavità nota come 'l Përtus dël Ravàss. La sua leggenda si intreccia con altre tradizioni piemontesi, come quella del Luv Ravàss nella Valle di Susa, dove si credeva che alcuni uomini, nati sotto influssi arcani, si trasformassero in lupi al calar del sole, per poi riacquistare forma umana all'alba.
Il Ravàss del Mombracco incarna l'archetipo del mostro liminale, temuto dalla comunità montana che, per placarne la furia, gli offriva cibo lasciandolo all'ingresso della sua tana. La narrazione culmina in un episodio eroico: un giovane coraggioso, armato di spada, affronta la creatura e la decapita con un sol colpo. La testa mozzata rotola lungo un declivio fino a fermarsi tra le pietre dove venne eretta l'antica chiesa della Madonna della Rocca, suggellando il passaggio dal mito alla sacralizzazione del territorio.
Il folclore del Mombracco, montagna ricca di suggestioni, conserva quindi come evidenziato in precedenza un immaginario popolato da creature fantastiche e misteriose: masche,
sarvan, fuochi fatui (come
Luciu bel, descritto come una sfera di fuoco che illuminava la notte ed accompagnava i viandanti lungo le strade nei boschi) ma soprattutto le faje. Queste ultime, pur nominalmente assimilabili alle fate dei paesi nordici, si distaccano radicalmente dalla figura eterea della tradizione europea.
Le faje sono descritte come esseri femminili minuti e pelosi; notturne e dispettose, emergono dalle fenditure tra le rocce ed interferiscono con la vita umana, attraverso sgarbi e dispetti.
Svolgono la loro vita come gli umani ma spesso le narrazioni la segnano come bizzarra o miserevole. Un esempio su tutti è il bucato: quando le faje stendono il bucato mostrano un vestiario pietoso e di infima qualità e lo stendono disordinatamente e senza cura. Questo è detto "la lëssia d'le faje".
Quando qualche massaia frettolosa e poco abile stende male il suo bucato allora le altre donne del vicinato le domandano scherzando "Hai fatto la lëssia d'le faje?"
La presenza delle faje è particolarmente viva nella frazione di Occa, dove le narrazioni tramandate oralmente le dipingono come invidiose della bellezza dei bambini umani, al punto da sostituirli nottetempo con i propri piccoli, sgraziati e sgradevoli nell'aspetto.
Uno dei racconti più emblematici restituisce una visione ambivalente delle faje: invidiose ma comunque materne e premurose nei confronti dei loro piccoli. Si racconta che una delle faje era riuscita a sostituire il suo figlio con un neonato che abitava in una casa ai margini del paese. La madre umana, al vedere l'essere bruttino nella culla al posto di suo figlio, urlò per lo spavento. Disperata, chiese consiglio alla donna più anziana del villaggio che, grazie all'esperienza maturata nella sua lunga vita, sapeva che le faje non avrebbero comunque lasciato il loro piccolo nelle mani di genitori cattivi e quindi le consigliò di non nutrire il piccolo esserino in modo da indurlo a piangere il più forte possibile.
Così fece la giovane mamma, la creatura lasciata senza cibo iniziò a piangere forte finché la faja da lontano lo udì e mossa da compassione recuperò suo figlio e restituì il neonato.
La morale sottesa è chiara: le faje non sono malvagie, ma creature capricciose, forse incomprese, che incarnano il confine tra umano e selvatico.

Storie come queste, ancora vive nella memoria popolare collettiva, non solo preservano un patrimonio immateriale molto importante, ma riflettono tensioni profonde tra natura e cultura, tra protezione e vulnerabilità. Il
Mombracco, con i suoi sentieri a volte impervi e le sue grotte ed i suoi precipizi, diventa così non soltanto una montagna ricca di storia, leggenda e folclore, ma spazio simbolico dove l'umano si confronta con l'ignoto, oggi e nel passato.
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