
Contrariamente a quel che si pensa spesso, gli esquimesi non hanno particolari reazioni fisiologiche al freddo, ma un comportamento acquisito con l'esperienza che basta alla loro sopravvivenza. Essi si nutrono nel modo giusto e sanno come vestirsi. Le pellicce non hanno mai riscaldato nessuno ma impediscono efficacemente il raffreddamento creando una zona d'aria isolante tra la pelle e gli abiti. Una volta riscaldata al contatto del corpo, questa zona d'aria resta tanto più stabile quanto più la pelliccia è ermetica.
Pur non essendo creature rare dalle reazioni eccezionali, gli esquimesi tuttavia si acclimatano bene al freddo, fin dalla più tenera infanzia, ed è in questo che risiede la loro superiorità in fatto di acclimatazione. Essi non dispongono alla nascita di alcun gene particolare. Un piccino nato in un igloo e trapiantato fin dai primi giorni in zone temperate reagirà al freddo esattamente come noi. Attualmente non esistono prove dell'esistenza di una selezione naturale che, nel corso dei millenni, avrebbe privilegiato in loro alcune mutazioni genetiche adatte ad aumentare la loro resistenza alle rigide temperature. Noi siamo tutti potenzialmente esquimesi, a condizione che ci sottoponiamo alle stesse costrizioni. L'acclimatazione al freddo si svolge come un allenamento: gradualità, regolarità, forza di volontà, perseveranza. Ogni candidato a spedizioni in zone fredde che non sia capace di un'autodisciplina di tal genere è, naturalmente, psicologicamente inadatto.

Tutti i metodi sono buoni e non necessariamente drastici: Jean-Luis Étienne, prima di iniziare la sua spedizione nel Marzo '86, si accontentò di una doccia fredda ogni mattina a partire da Dicembre, ma era già un alpinista esperto da anni, e aveva spesso affrontato i geli dell'Himalaya o della Cordigliera delle Ande.
Ognuno agirà secondo le sue possibilità materiali: passeggiate sulla neve in abbigliamento leggero, bagni di mare con ogni condizione meteorologica, attività e riposi frequenti sul balcone, ecc...
Studi del passato ed allenamenti per i soccorritori in ambiente freddo o in mare aperto proponevano come preparazione una immersione quotidiana in acqua fredda, senza altro parametro di durata che la propria sopportazione. Dopo 15 giorni solamente, i segni di un inizio di acclimatazione sono:
-Aumento della durata del bagno;
-Ritardo della comparsa del brivido termico e dei dolori alle estremità del corpo;
-Miglioramento della destrezza manuale, indispensabile per la sopravvivenza dell'alpinista, ma anche, in certe condizioni, del subacqueo per esempio.
Bisogna insistere sull'importanza degli esercizi fisici di resistenza, come il nuoto, il ciclismo o lo jogging che, paradossalmente, sono un buon allenamento al freddo.
Questi esercizi prolungati si accompagnano infatti, con qualunque tempo, con vasocostrizioni e vasodilatazioni di cui è nota l'importanza per la sopportazione del freddo, permettendo una vera e propria ginnastica vascolare.
Studi più recenti hanno dimostrato che l'esposizione continua di alcune zone della cute, come per esempio le mani, possono indurre una maggiore tolleranza al freddo: i pescatori di Gaspè, sulla foce del San Lorenzo, lavorano con le mani a contatto con acqua fredda per molte ore, sviluppando una vasodilatazione locale ed il naturale e spontaneo riscaldamento delle parti esposte. Questi pescatori praticano ogni giorno, forse senza saperlo, una buona acclimatazione al freddo. La vasocostrizione è diventata vasodilatazione a livello delle mani, con un forte afflusso di sangue a 37°C, che li preserva dai congelamenti.
Anche l'alimentazione gioca un ruolo importante.
I subacquei del Mare del Nord (temperatura media 8°C) vedono il loro organismo sviluppare un tessuto adiposo sottocutaneo molto più spesso ed un'accresciuta facilità a catabolizzare i grassi. Un sedentario che solo occasionalmente si dedica all'attività fisica impiega solo le sue riserve glucidiche, e molto poco i grassi.
Dato che il freddo provoca il consumo di molte calorie, occorre prevedere una razione alimentare proporzionale.
Nel passato si raccomandavano razioni ipercaloriche corrispondenti a 5500 calorie al giorno e molto ricche in lipidi.
Si è molto discusso sul valore di ciascuno dei tre gruppi nutritivi in funzione del loro contributo calorico e del loro metabolismo più o meno rapido nell'organismo: i lipidi, generatori di notevole calore ma il cui utilizzo richiede un allenamento; i glucidi, più immediatamente utilizzabili e dotati di una migliore digeribilità nelle condizioni fredde; i protidi che forniscono molta energia muscolare ma solo al termine di una catena metabolica lunga e complessa.
Oggi in seguito a osservazioni mediche, militari e civili, e in funzione di un microclima molto migliorato dall'abbigliamento moderno, si è ritornati ad apporti energetici molto più modesti, dell'ordine di 4000 calorie al giorno, in cui i glucidi rappresentano almeno il 60% della razione, i lipidi dal 25% al 30% circa e i protidi dal 10% al 15%.
I lipidi dovranno essere consumati principalmente durante il pasto serale, al riparo in tenda, e i glucidi di preferenza durante lo sforzo e l'esposizione al freddo. Il consumo, alla sera, di alimenti ricchi di calorie come quelli che contengono lipidi, stimola il metabolismo, la digestione, fa dunque aumentare la temperatura e così le probabilità di dormire meglio.
Nel 1957, alcuni medici militari statunitensi sperimentarono questo metodo dando una razione del genere a tre uomini su sei. Poi i sei uomini si distesero nei sacchi a pelo con una temperatura di -31°C. I tre che avevano mangiato la razione descritta dormirono meglio e si svegliarono meno frequentemente.
Sappiamo che i tre gruppi nutritivi hanno un valore calorico determinato, ma si distinguono soprattutto dal supplemento calorico apportato dalla loro digestione, ossia l'ADS (Azione Dinamica Specifica).
I protidi hanno una ADS molto superiore a quella dei grassi e degli zuccheri, cosa che spiega l'impressione di calore alla fine di un pasto a base di carne. Questa costante è da tenere presente nel quadro di un'alimentazione adattata a un'atmosfera fredda.