Andare in montagna ci insegna che non siamo fatti per preservarci, ma per consumarci in quello che amiamo. Non c'è una ragione plausibile: è una abitudine a cui ci si affeziona.
CORPO A CORPO
Perché quando procedi con fatica
su un sentiero che si inerpica sul monte
spazzato dal vento sferzante,
i capelli appiccicati alla fronte
e le dita intirizzite,
sei vicina alla vita.
E non lo so perché lo sei
anche quando ti si piagano le mani
alle manopole per il sudore
e i capelli ti si incollano al viso
per un’altra ragione, ma tu sai
che sei felice ugualmente
perché è tutto reale, inquestionabile,
e puoi restargli addosso, dentro,
consumarti finalmente,
e non serbarti per quello
che magari non c’è.
È una vita che vado in montagna ed è una vita che è così: trovo persone che per nessuna ragione plausibile al mondo amano la fatica (o per lo meno ne sono dipendenti).
Cominciavo appena a frequentare i sentieri in quota e già notavo certi veterani che scendevano con dei laccetti neri serrati appena sotto il ginocchio. Uno, un giorno, camminava perfino all’indietro, perché “così faceva meno male”. Ma andavano. Niente poteva fermarli. Come tanti amici che ho adesso (gli anni sono passati). Soffrono ma vanno. Coltivano la fatica. E quello che la fatica ottiene.
E non credo sia solo una questione chimica, di ormoni rilasciati nel sangue. Credo sia proprio, anche, un fatto mentale, un’abitudine a cui ci si affeziona: un modo di pensare che ti assesta nel mondo sotto la specie di una forza, una capacità di portare le cose che alla fine le fa avverare.
Paola Loreto
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