martedì 30 giugno 2026

venerdì 26 giugno 2026

Signore delle Cime

Signore delle cime è un canto-preghiera di ispirazione popolare, con testo e musica composti nel 1958 dal compositore vicentino e socio GISM Giuseppe (Bepi) de Marzi.

l brano è una commemorazione funebre in ricordo di Bertagnoli, travolto da una slavina nel 1951 durante un'ascensione solitaria sul monte Gramolon nell'Alta Valle del Chiampo.


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Benia Calastoria

Questo brano è un grido.

Benia Calastoria è un celebre canto corale alpino composto da Bepi De marzi, socio GISM, ed è un brano che narra la storia di ritorno, disillusione e memoria ferita: Beniamino, emigrato in Belgio per lavorare nelle miniere, torna nella sua valle dopo una dura vita di fatiche e scopre che nulla è più come lo ricordava.

La bella storia, che gli era stata promessa da ragazzo, non esiste più e lui lo grida in questa canzone fortemente emotiva, che passa dal sussurro al grido di dolore, mirabilmente eseguita dal Coro del CAI di L'Aquila.


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La ballata del soldato

Questo brano è una ballata che venne scritta da un sergente durante la convalescenza in un ospedale durante la Guerra in Vietnam, dedicata al Corpo americano dei Berretti Verdi (nome ufficiale: United States Army Special Forces).

Ebbe successo in Italia a partire dal 1970, con una traduzione ad opera del Quartetto Cetra nel 1966.
Qui magistralmente eseguita dal coro del CAI di L'Aquila.


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Io resto qui, Addio

Questo brano è pura emozione.
Si tratta di un frammento poetico attribuito a Giuliano Penco, giovane militare al fronte nel 1943.
La poesia fu trovata scritta su un foglietto nella tasca della divisa del corpo senza vita del soldato e venne armonizzata dal maestro Giorgio Susana

L'esecuzione del coro del CAI di L'Aquila, è straordinaria.


Lu piante de le fòjje

Testo di Cesare De Titta e musica di Guido Albanese, scritto nel 1920.
La canzone parla del momento della raccolta delle olive in autunno, momento in cui una ragazza comincia a cantare con una voce da soprano e tutti gli altri raccoglitori la seguono nel canto.

Ringrazio il coro del CAI di L'Aquila.



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Tramonto aquilano

Questa canzone fa rivivere un pregevole momento della giornata nella città abruzzese: al tramonto il sole investe con raggi bassi il Gran Sasso tingendolo di rosso.

La canzone narra di due giovani innamorati che assistendo a questo spettacolo naturale, con il cuore pieno d'amore, si emozionano e si commuovono rimanendo senza parole; poi osservano una nuvola sparire in un fugace istante e così anche il tramonto.

Musica di Giordano Bronzetti, testo di Ennio Mari.
Ringrazio il coro del CAI di L'Aquila.


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Carezze

Questo canto parla della campagna e delle persone, donne e uomini, nei campi a lavorare. Sentendo la brezza del vento ne gioiscono come fosse una carezza.
Parte della canzone viene recitata in italiano, parte in dialetto friulano.

Belle rose du printemps

Uno dei più bei canti della Valle d'Aosta, incentrato sul dialogo tra una pastorella ed un uomo che, innamoratosi di lei, vorrebbe portarla a lavorare al suo servizio in un ricco palazzo di città.
Ma la pastorella non accetta, preferendo pascolare gli agnelli e vivere nella sua capanna tra i monti.

Ringrazio il coro del CAI di L'Aquila.


La Montanara

La Montanara è un canto di ispirazione popolare con testo e musica composti nel 1927 dall'alpinista nato a Schio (in provincia di Vicenza), ma piemontese d'adozione, Toni Ortelli; l'armonizzazione a quattro voci del pezzo è firmata da Luigi Pigarelli. Il canto nacque nel luglio del 1927 nelle valli di Lanzo, al Pian della Mussa; l'alpinista Toni Ortelli scrisse testo e musica in ricordo di un amico valdostano morto sul Monte Rosa. 
Arrivata al maestro Luigi Pigarelli a Trento, venne da lui armonizzata sotto lo pseudonimo di Pierluigi Galli. Venne donata al Coro della SOSAT, che lo cantò ad orecchio per la prima volta pubblicamente a Roma ai microfoni dell'EIAR il 7 aprile 1929 e ne curò la prima edizione del 1930. 

La Montanara, considerata uno dei più celebri canti di montagna, è ispirato alla leggenda ladina di Soreghina, figlia del Sole, anche se le parole del canto menzionano appena questa storia, lasciando spazio all'evocazione di valli, boschi e canti alpini. Il testo della canzone è stato tradotto in 148 lingue. 

La melodia è costituita da una strofa ed un ritornello ripetuto due volte, a cui fa seguito una seconda strofa abitualmente eseguita da un solista; il metro è di 3/4.

Ringrazio il coro del CAI di L'Aquila.




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domenica 31 maggio 2026

Perla del mese - Maggio

Le persone, come le montagne, possono avere profili luminosi
come versanti innevati al sole,
ma quella loro stessa monolitica complessità, altrove, genera ombra.



sabato 9 maggio 2026

Moltitudini - Natura tra realtà e sogno

 Un libro di Andrea Gabrieli

Come condensare trent'anni di fotografia in un libro?
Ho provato a farlo con questo volume di 222 pagine intitolato "Moltitudini", accostando foto simili o complementari per forma o cromia, aggiungendo qualche breve pensiero o suggestione, ed organizzandolo in sette capitoli: "La spiritualità dell'Uomo", "Oltre le nuvole", "L'incanto del bosco", "Echi dell'Oltre", "Altitudini", "La Preghiera della Terra", "Tramonti ed albe".
Ho provato a dare luce alle ombre, cercando l’invisibile che sta oltre la materia. "Moltitudini" è metafora della nostra interiorità, è simbolo e memoria delle parti che ci abitano.
Fotografare è smaterializzare il concreto nell’immaginario.
La fotografia cristallizza il profumo di un oltre invisibile, che risuona nella sensibilità di chi scatta e di chi osserva.

Autore: Andrea Gabrieli
Prezzo: 80€ (costo di spedizione incluso)
ISBN: 979-12-210-7408-6

Il libro è acquistabile direttamente da me, oppure presso:
- libreria 'La Zafra' - Chiavari (GE).
- libreria 'La Sorgente' di Adelmo Iaccheri - Pavullo nel Frignano (MO).

Chi desiderasse acquistarne una copia, può prenotarlo inviando un'email ad andrea.gabrieli@gmail.com
Parte del ricavato andrà a finanziare dei progetti di aiuto ai bambini ed agli anziani della valle Braldu, in Karakorum, Pakistan. Seleziona il link per saperne di più.

domenica 15 febbraio 2026

Truc d'le Creste

L'itinerario al Truc d'le Creste è uno di quei passaggi semplici, con un carattere "domestico".
Consiste in uno spartiacque ta la Val Sangone e la Val Chisola, che separa i comuni di Trana e Giaveno da quello di Cumiana; un quieto bosco di latifoglie poggiato su di una cresta dolce e ricca di scorci panoramici sulle montagne attorno, come i Tre Denti di Cumiana e il Freidour.

Lasciamo l'auto alla Colletta di Cumiana e prendiamo il sentiero sterrato che sale e si inoltra nel bosco. Nel primo tratto i cartelli con le indicazioni ed i marca-via sono facilissimi da individuare tra le bianche betulle spoglie. 
Procedendo alcuni segni sono meno marcati ma il tracciato è ben evidente tra gli alberi; facile inoltre notare l'ometto con la punta bianca e rossa ed il cartello posto all'arrivo.

Non mi soffermo molto sulla descrizione del tracciato, un livello di difficoltà E percorribile in tutte le stagioni; quello che maggiormente mi ha colpito di questo modesto dosso di micascisti, gneiss e serpentiniti (un pregevole compendio in miniatura delle Alpi Cozie) è la sensazione di familiarità vissuta lungo il tracciato.
Tutto sembrava un'esperienza precedente ma non come se tutti i sentieri di montagna finora percorsi fossero uguali, bensì come se questo in particolare avesse già incontrato i miei passi. La vetta sembrava attenderci.
Il sentiero stesso, mai troppo severo, si apre saltuariamente sul cielo e sulle vette circostanti.
Si ha l'idea di sfogliare le pagine di un libro illustrato, si sente vividamente il desiderio di errare nel bosco inseguendo ora quella veduta lontana su Rocca Due Denti, ora quel riflesso metallico sui Laghi di Avigliana... il Truc d'le Creste sembra esprimere la volontà di mostrare ciò che l'escursionista già conosce solo per poterlo apprezzare ancora di più.

La vetta poi non chiede nulla e non pretende soste lunghe, il tempo di un respiro, di una soddisfacente occhiata intorno, ascoltando il canto del capinera tra i rami, per poi riprendere la via del ritorno; il ritorno alla quotidianità forse, ma con quella lieve e preziosa sensazione che solo boschi come questo sanno dare: la sensazione che per un breve momento, tutto abbia trovato il posto giusto.

Il Truc d'le Creste non offre imprese alpinistiche, ma dona l'emozione di sentirsi in pace quando si guarda il mondo con gli occhi di chi si sente in armonia.

Ringrazio Chiara per la compagnia e per le foto scattate in questa escursione.























mercoledì 31 dicembre 2025

Perla del mese - Dicembre

C'è chi sposta un sasso e ne parla come se avesse spostato una montagna!
E poi c'è chi sposta una montagna, in silenzio.


giovedì 25 dicembre 2025

Inverno in montagna

Tratto da “Giovane Montagna”, Rivista di vita alpina – Anno LII, n. 4 – ottobre/dicembre 1966; ripubblicato su Don Pierino: sacerdote e alpinista di Dio, CAI Sottosezione di Sparone, 2011

Condiviso da Stefano Merlo 

Il velo bianco che compare sulle alte cime dà il primo annuncio. I pascoli alpini assumono il loro caratteristico color gialliccio. Qualche fiorellino sorride ancora sui greppi soleggiati.

Un grande silenzio regna ovunque rotto solo dallo strido del corvo e dal lieve canto del torrente che tra poco il gelo spegnerà.

Anche le marmotte hanno iniziato nelle profonde tane il loro lungo sonno invernale.

Le greggi sono scese al piano, forse sognando le profumate erbe dell’alpe. Poi la neve guadagna pian piano sempre più terreno finché praterie, rupi, macereti ne sono sommersi. Larici, faggi e tutti gli altri alberi di montagna, hanno appena smesso il loro policromo vestito autunnale che già la provvida natura ne offre uno tutto bianco tempestato di brillanti. La stupenda candida fioritura di cespugli che fiancheggiano la strada, sembra la magica opera della fata dei boschi. È pur bella e affascinante la montagna coperta dal bianco manto della neve, nello splendore del sole e nell’azzurro inebriante del cielo! Le immacolate vette sono ispiratrici di nobili pensieri e slanci del cuore verso l’infinito.

È vero, un po’ di malinconia invade l’animo nostro; ma è una malinconia dolce e non opprimente. Lo dice un alpinista inglese. «La malinconia è quel dono che possiede la natura umana di riconoscere la propria pochezza quando è messa in contatto con ciò che noi giudichiamo eterno e infinito. È un sentimento che poeti e predicatori hanno tentato, con risultati diversi, di cristallizzare in forme e immagini precise. Tuttavia la malinconia, che le montagne condividono con tutto ciò che è sublime o affascinante, assume in esse una sfumatura particolare, deliziosamente tenera e nello stesso tempo sanamente stimolante. Solo le montagne hanno la virtù di poter, contemporaneamente, calmare e incoraggiare».

E a chi ama lo sci alpinismo, la montagna d’inverno riserba gioie e soddisfazioni inobliabili. Occorre però – scrive uno sciatore alpinista – sentire la passione per l’avventura, per l’esplorazione, andare alla scoperta di nuove valli, di angoli nascosti, di montagne misteriose e deserte; saper ancora gioire per l’incanto di una marcia silenziosa sul fondo di un vallone disabitato o per l’improvviso sussulto provocato dalla fuga repentina di un camoscio o dal frullo di una pernice bianca. O magiche sere d’inverno, scrive un altro romantico alpinista, trascorse in una sperduta baita accanto ad un bel fuoco con la mente vagante in mille pensieri, sognando...

L’inverno alpino colla sua neve ricaccia al basso ogni rumore e distende la calma infinita della sua purezza. La montagna allora parla, tacendo ogni altra voce umana. 
* * *
Sono partito stamane, solo; ha ragione il buon abate Henry quando dice che occorre essere soli per percepire il linguaggio della natura: essa parla sottovoce, se vi è molto rumore molte parole ci sfuggono.

Dopo un’abbondante nevicata è tornato il bel tempo. Arranco su per il pendio che adduce al Colle con il carico del voluminoso sacco e degli anni. Una scivolata con numerosi capitomboli, per la mia imperizia sciistica, mi porta nell’incantevole conca del Miserin in quel di Champorcher. Sto per realizzare un sogno a lungo accarezzato: trascorrere qualche giorno quassù nella pace invernale.

Rimango a lungo a contemplare l’immensa candida distesa e la chiostra delle vette attorno. Entro nel Santuario della Madonna della Neve: si prega bene in questa silenziosa pace che riempie il cuore di mistica commozione.
È ormai notte. Esco a bearmi del paesaggio cui la luna conferisce incanto e suggestione divina.

Nel grazioso Rifugio, la stufa diffonde un dolce tepore che concilia il sonno. Balzo presto dal giaciglio per assistere al levar del sole.

Fantasmagoria cromatica, che nessun artista potrà mai imprigionare in parole o colori. Si è come rapiti in estasi e l’anima è tutta protesa in una tacita commossa lode al Creatore di così stupenda bellezza. 
Raggiungo pian piano una modesta vetta e mi godo il vasto panorama su tutti i colossi delle Alpi rifulgenti nel loro invernale candore. Ma ecco, già il dovere richiama al basso, bisogna dare l’addio a questo angolo di paradiso.

Pure, o Signore, ti ringrazio per le brevi ore di intensa gioia concesse ad una tua umile creatura.


Don Pierino Balma (Vasario 1909 – Ronco Canavese 2003) Rettore della Parrocchia di Campiglia Soana dal 1940 al 1969, si ritirò dapprima nella natia Vasario, poi a Frachiamo e infine a Ronco Canavese. Socio della Sottosezione Canavesana del CAI (poi Sezione di Rivarolo dal 1964) dal 1943 al 1980, si trasferì in seguito presso la Sottosezione di Sparone appena fondata. Socio Accademico GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) dal 1964.




domenica 30 novembre 2025

Perla del mese - Novembre

E questa nostra vita, 
via dalla folla, 
trova lingue negli alberi, 
libri nei ruscelli, 
prediche nelle pietre, 
e ovunque il bene.



venerdì 21 novembre 2025

Alpe del Meys - Val Troncea

L'Alpe del Meys si trova nel cuore del Parco Naturale della Val Troncea, a circa 2047 m di quota. Un luogo carico di suggestione, circondato da un ambiente naturale mozzafiato e carico di storia.

Partiti dal parcheggio dopo il centro a
bitato di Pattemouche si prende a salire lungo la sinistra orografica del Chisone gustando le stupende colorazioni dei larici ai lati della sterrata di fondovalle.
Dopo circa 400 metri ci si imbatte nel primo ponte che permette di passare dall'altra parte ma decidiamo di proseguire sul lato del vecchio mulino di Laval, oggi Rifugio, dove si trova una fonte per l'acqua e un secondo ponte.
Dall'altra parte del fiume, tra pascoli radi in pendenza e lariceti, si vedono le case di Laval circa 100 metri di quota più in alto rispetto alla nostra posizione.

La presenza dei pascoli è frutto dell'intervento dell'uomo che si è trovato nell'esigenza di eliminare ampie porzioni di bosco per fare spazio e produrre alimento per il bestiame domestico.
Le attività di sfalcio e pascolamento, unite alla concimazione, hanno selezionato in particolare specie vegetali (ad esempio leguminose come la Lupinella montana - Onobrychis montana DC.) con elevato valore nutrizionale per le mandrie e i greggi. I pascoli montani sono inoltre caratterizzati da una ricchissima fioritura data da una molteplice varietà di specie che attribuisce ai prati una notevole quantità di colori e forme che connotano in modo saliente anche il paesaggio: narcisi, genziane e gigli sono fra le specie più note ed appariscenti presenti in questo ambiente. Con l'abbandono della valle da parte dell'uomo, i pascoli sono utilizzati parzialmente nel periodo estivo, senza la cura e la continuità di un tempo con il conseguente ritorno prima degli arbusti e poi del bosco.

Procedendo ancora per circa 600 metri il torrente allarga il suo alveo in una pietraia sconnessa dove troviamo una terza congiunzione tra le sponde ma decidiamo di procedere in direzione dei ruderi della Fonderia La Tuccia.
Il percorso della Fonderia La Tuccia si trova sul fondovalle della Val Troncea ( è l'edificio ridotto a rudere che si vede al termine dell'anello di fondo), in sinistra orografica del Torrente Chisone. Presenta all'escursionista grazie ad alcuni pannelli didattici, la realtà estrattiva - industriale svolta un tempo nel Parco e si collega al più impegnativo circuito delle miniere del Beth, presente in quota nell'area delle miniere.
Poco dopo la Fonderia il sentiero piega a sinistra e oltrepassa il torrente, raggiunge 300 metri dopo un bivio: a sinistra si sale verso il Rifugio Troncea, a destra si prosegue sulla sterrata di fondovalle che supera in un paio di punti il Chisone e che si stacca dal corso d'acqua con due tornanti proprio in prossimità dell'Alpe.

L'alpeggio è stato recentemente riqualificato in un progetto di architettura alpina contemporanea, trasformandosi in una struttura di accoglienza con una dozzina di posti letto, camere, sala break e servizi con doccia. Il progetto è stato selezionato come esempio di struttura sostenibile: costruito in larga parte mediante legno locale, parte proveniente dai boschi bruciati nel 2017, e concepito per sparire con discrezione nel paesaggio grazie all'utilizzo di forme ipogee e materiali naturali.

L'Alpe del Meys non è solo meta per escursioni ma anche sito della memoria partigiana. Nel 1944 fu rifugio per le formazioni resistenti dopo gli incendi nazifascisti che colpirono Troncea e Seytes. L'alpeggio venne poi abbandonato durante l'operazione Nachtigall ("usignolo" in tedesco) del 29 Luglio 1944, una delle più dure delle valli alpine.

Consumiamo un pranzo veloce comodamente affacciati sulla valle ed in compagnia dei due adorabili cani dei gestori. Davanti a noi, dal lato opposto della valle un canalone interno conduce al lago Fauri, mentre a sinistra il sentiero prosegue fino alle sorgenti del Chisone.
L'escursione all'Alpe del Meys è particolarmente consigliata in autunno per godere delle meravigliose variazioni di colore dei larici che ricoprono le pendici delle montagne. Richiede circa un paio d'ore a passo svelto su sentiero facile e non richiede particolari attrezzature se non in condizioni di pesante innevamento del sentiero.

Ringrazio Chiara, Federico e Giorgia per la compagnia lungo il tragitto.



































































































venerdì 31 ottobre 2025

Perla del mese - Ottobre

Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella.

[Reinold Messner]