sabato 30 novembre 2019

Perla del mese - Novembre

Se uno sta scalando una montagna altissima che mette a dura prova tutte le sue forze, nulla può affaticarlo di più che gettare sguardi verso la vetta; e nulla lo incoraggia di più che guardare verso il basso. La vetta sembra non avvicinarsi mai, il percorso compiuto si allontana velocemente.


sabato 16 novembre 2019

Elogio al passo lento

Chi accetta di salire in montagna senza fretta è come chi sfoglia un libro prezioso, pagina dopo pagina, e ne carpisce il sapere.
Il passo lento, quel passo che non misura la distanza percorsa sulla nostra carta 1:25000 ma misura l'intima relazione che intercorre tra il nostro corpo e il sentiero, è guardato con sospetto nel mondo di oggi, schiavo del cronometro e del profitto in breve tempo, inseguito come durante una caccia alla lepre, e tuttavia quel passo custodisce un notevole rispetto per noi stessi ed elargisce dignità al nostro respiro; una restituzione graduale e cadenzata al nostro corpo di un ritmo dimenticato ma essenziale, oggi più che mai.

Camminare lentamente in montagna significa sottrarsi alle convenzionali regole di efficienza e di raggiungimento del traguardo ad ogni costo. È un gesto politico, che si oppone all'idea di velocità divoratrice di record e di risultati da mettere in evidenza per gli altri, non appena scesi a valle dove la connessione torna a funzionare.
È una forma di rinuncia, ma non quel tipo di rinuncia che ti lascia senza nulla di valore, bensì quella che ti offre qualcosa di insospettato e di straordinario in cambio: è in grado di riportarti, un passo dietro l'altro, ad un accordo tra il battito del cuore con quello più recondito delle pietre, dei larici, dei ruscelli e della brulicante vita che popola il sottobosco.

E in quel passo lento avviene una trasformazione: il paesaggio con tutto ciò che ci circonda lungo il cammino smette di essere semplice scenario e diviene interlocutore privato e personale.
I boschi non si attraversano ma si ascoltano. I pascoli non si percorrono ma si respirano. Le pietraie non si oltrepassano ma si conoscono. Le vette non si conquistano ma si attendono.
Ciò che per l'impaziente è soltanto una quinta sbiadita all'interno della quale egli compie il suo movimento, buona al massimo per scatti fotografici da consegnare in pasto alle piattaforme social il prima possibile, acquisisce un'anima ed apre i suoi varchi più segreti solo a chi sa rallentare fino al limite del ritmo di un eco lontano del battito cardiaco della Terra stessa.
"Pole pole" come ripetevano sovente in swahili le guide ed i portatori lungo il tracciato per la vetta del Kilimanjaro.

Rallentando così il passo accade qualcosa di straordinario: si riscopre che la lentezza non è un difetto, non lo è mai stato, ma una forma di prodigiosa conoscenza del nostro rapporto con il tutto.
È la quintessenza della combinazione tra propriocezione (capacità innata di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo e degli arti nello spazio, nonché il movimento e la forza muscolare, senza l'uso della vista; definita spesso come un "sesto senso", è fondamentale per il mantenimento dell'equilibrio, la coordinazione dei movimenti e la stabilità posturale) ed esterocezione (l'insieme delle funzioni sensoriali attraverso cui il sistema nervoso riceve e interpreta stimoli provenienti dall'ambiente esterno).
Nel silenzio del sentiero, lambito soltanto dal suono del respiro e scandito dallo scricchiolare delle pietre sotto gli scarponi, il passo lento ci consegna ciò che la vita quotidiana crudelmente ci sottrae: la misura del tempo, che non è quella degli orologi o delle campane o delle suonerie o dei timer, ma quella delle nuvole che volano e dei prati che ondeggiano, quella dei torrenti che incedono e delle rocce che non hanno fretta di divenir polvere.

Solo così acquisisce senso raggiungere alla fine la vetta, senza trionfalismi, per naturale conseguenza, comprendendo che a trasformarci non è il traguardo raggiunto ma il percorso vissuto.

Qual è stata la tua ultima o più significativa esperienza di passo lento? Condividila nei commenti.



giovedì 31 ottobre 2019

Perla del mese - Ottobre

L'equilibrio, se pur mai sarà raggiunto, verrà ottenuto molto lentamente, e l'importanza di ogni cambiamento in un sistema dipende interamente dal ritmo con cui è compiuto.
Non c'è cambiamento che turbi, o, in altre parole, che abbia importanza, se viene compiuto con sufficiente lentezza, mentre nessun cambiamento è abbastanza piccolo da non turbare quando giunge repentino.
Possiamo scendere una scala alta centinaia di metri se lo facciamo gradino per gradino, ma una caduta improvvisa di un paio di metri può ucciderci.
L'importanza, quindi, non sta tanto nel cambiamento, quanto nella velocità con cui viene effettuato.

domenica 20 ottobre 2019

Intorno al Cervino, santuario alpino

Tratto da ALPI - SUL FILO DELLE CIME di Mario Colonel

È la montagna più famosa delle Alpi, cioè del mondo. Nel cuore delle Alpi vallesi, al di sopra dello Zermatt, questa regina delle altezze ha ampiamente contribuito alla grande leggenda delle cime.
Corteggiata da altre belle montagne come il Weisshorn e il Monte Rosa, continua a mantenere un freddo riserbo...

Non si vede che lei. Appena, a Zermatt, si scende dal trenino che bordeggia la montagna, eccola apparire, perfetta piramide trattenuta in cielo dai quattro crinali del Leone, di Zmutt, dell'Hörnli e di Furggen. Il Cervino si staglia come una specie di stazione di cambio in mezzo allo spazio infinito.
Ripenso alle parole del naturalista Robert Hainard: "Ho alla mia portata l'infinito, lo vedo, lo sento, lo tocco, me ne nutro, ben sapendo che non arriverò mai ad esaurirlo. E capisco la mia irrefrenabile ribellione ogni volta che vedo sopprimere la natura: mi uccidono il mio infinito".
Vedendo questa montagna si riacquista un po' di speranza: la montagna non è prossima a farsi domare dall'uomo...

E tuttavia gli uomini non sono lontani, con tutti quegli chalet che circondano questa cattedrale delle Alpi. Chalet bruni, quasi neri, grigi o rossicci: sulle loro facciate le intemperie hanno disegnato una storia in filigrana. Quel legno screpolato come una pergamena è un diario, la cronaca quotidiana della «terra in alto» che, come abbiamo visto, comincia a Zermatt. Un nome quasi da filibustieri, per marinai sperduti su questi isolotti d'altezza. Come per il Monte Bianco, è stato il botanico ginevrino Horace Bénédict de Saussure a "inventare" il Cervino. Nel 1789 varca il passo del Teodulo e scopre, stupefatto questa cima. Effettua le prime misurazioni e i suoi scritti suscitano la curiosità dei viaggiatori a Chamonix e a Grindelwald.

Nella seconda metà del XIX secolo, le Api vanno di moda. Le montagne vengono prese d'assalto e, di solito, conquistate dai britannici. Uno dopo l'altro, i grandi 4000 cadono nel carniere di quegli straordinari viaggiatori. Il punto culminante della Svizzera, il Monte Rosa (4636 m), viene scalato nel 1854. Perfino il Weisshorn, dalla sagoma slanciata, si dichiara vinto nel 1861. Resiste solo... il Cervino.
Per una montagna così bella e inaccessibile ci volevano uomini temprati nel granito. Due alpinisti molto diversi tra loro saranno gli sfidanti di questa stupefacente battaglia delle cime. Da una parte, Jean-Antoine Carrel, detto il Bersagliere. È di Breuil. La montagna l'ha visto crescere. Si accanirà per oltre dieci anni. Tutti i suoi tentativi passeranno dalla cresta del Leone, la cresta italiana, tecnicamente più dura di quella dell'Hörnli.
Di fronte a lui un uomo altrettanto determinato, Edward Whymper. Incisore su legno, questo giovane inglese scopre le Alpi a vent'anni. Spirito fermo, duro, tutto d'un pezzo, guidato da un'ambizione senza pari, non ha amici né mai ne avrà. Il Cervino è un po' il suo Graal. Vi effettuerà otto tentativi, certuni insieme al suo avversario Carrel.
Un modo di controllare l'uno le azioni dell'altro...

Nel 1865, la partita di poker si precisa. Whymper ha solo venticinque anni, ma ha più titoli di un maresciallo dell'Impero. In cinque anni ha scalato e conquistato alcune delle più belle cime alpine. Dei due, Carrel è quello che conosce meglio la montagna. Ha inizio la corsa-inseguimento. Carrel, contattato da uomini politici italiani, organizza una squadra per conto proprio. Whymper, che contava ssu di lui, si ritrova solo ai piedi della montagna. Tornato a Zermatt, mette insieme una squadra eterogenea composta, tra gli altri, da un reverendo (Hudson), da un lord debuttante (Douglas), da Robert Hadow, da due guide del luogo (i Taugwalder padre e figlio) e da una guida di Chamonix, l'unica per la quale Whymper nutra una certa stima, Michel Croz. Il dado è tratto e la carovana, che prende il via il 13 Luglio 1865, conoscerà una delle più tremende e memorabili catastrofi della montagna.
Il 14 Luglio Croz apre la marcia nel dedalo di cenge e di lastroni. L'ascensione si rivela più facile del previsto, la cresta si presenta come «una gigantesca scala naturale alta quasi mille metri».
Partiti all'alba, gli uomini raggiungono la cima alle 13:40. Nessuna traccia della cordata italiana, che pure ha due giorni di vantaggio.
Lanciano nel vuoto alcune pietre per segnalare la propria presenza. Carrel, ancora troppo in basso, nel constatare la vittoria della cordata avversa, rinuncia: aprirà definitivamente la Cresta del Leone solo tre giorni più tardi. Sulla vetta, Croz lega il suo giubbotto a un bastone.

Poi inizia la discesa, in un ordine alquanto strano. In fila indiana, i sette vincitori si slanciano sui pendii innevati che dominano la parete nord. I membri della cordata sono legati con pezzi di corda di canapa. All'improvviso, in un passaggio facile, uno di loro, Hadow, scivola trascinando Croz che si apprestava a intagliare un gradino. Questi fa appena in tempo a lanciare un grido d'allarme, che già la corda si tende. Hudson e Douglas vengono a loro volta trascinati nell'abisso. A schiena inarcata, la vecchia guida Taugwalder aspetta il contraccolpo, ma la corda si spezza.
I tre sopravvissuti, in stato di choc, riescono a terminare la discesa.

Viene aperta un'inchiesta e Whymper è sospettato: non avrà tagliato egli stesso la corda per tenersi il merito di quella straordinaria «prima»? La storia dell'alpinismo vince una nuova tappa e, dopo la conquista del Monte Bianco, l'ascensione del Cervino apre nuove prospettive.
Quest'aspetto sportivo non sarà notato dalla stampa. Per la prima volta si parla dell'Alpe omicida. Il Cervino non poteva essere una montagna come le altre. Gli inglesi si interrogano su questa strana passione che colpisce tanti rispettabili gentlemen. Che cosa hanno in testa i nostri giovani lord? Perfino la regina Vittoria ne è colpita e scrive nel suo diario intimo: "Quattro giovani inglesi, tra cui un fratello di lord Queensberry, hanno perso la vita in Svizzera cadendo in un precipizio mentre scendevano lungo un passaggio pericoloso del Cervino".
Da allora il Cervino è sempre rimasta una montagna a parte, quasi un santuario sia per gli scalatori che per gli altri. Quando cala la notte e le stelle incastonano questa slanciata corona, continuo a contemplarne l'ombra nel buio. Quanti nomi d'alpinisti, quante formidabili imprese impresse sui suoi fianchi. Rivedo i fratelli Schmid, due spavaldi giovanotti arrivati da Monaco in bicicletta, che strapperanno la prima della parete nord. Ritrovo la grandezza di un Walter Bonatti che, appena uscito da una nuova via, decide di mettere fine alla sua carriera. Rivedo anche me stesso a vent'anni, sperduto sulle cornici del picco Tyndall all'inizio dell'estate. Non c'è dubbio, il Cervino è più di una montagna: forse è il cammino iniziatico che devono seguire tutti coloro il cui cuore si aggira intorno alle vette. E allora, nel silenzio delle grandi pareti turbato solo dal tintinnio dei moschettoni, mi addormento quasi sereno...


I sogni mi trasportano su quei 4478 metri, su quel meraviglioso ammasso di sassi, come giustamente lo descriveva Gaston Rébuffat. E, da lassù, la sua quasi altera solitudine sparisce. Diventa una montagna come le altre, amichevolmente sorretta dalla Dent d'Hérens, a tu per tu con la Dent Blanche o con lo Zinalrothorn, a cavallo tra due, anzi tra tre culture: per gli uni, infatti, è il Cervin, per altri il Cervino o il Matterhorn. Tra Italia, Svizzera tedesca e romanda, segna a perfezione la frontiera tra terra e cielo. E le Alpi vallesi coltivano da molto tempo il gusto dell'altezza. Qui auarantuno cime superano il magico sbarramento dei 4000, mentre il massiccio del Monte Bianco non ne conta che trenta...
È da lassù che bisogna guardare l'aurora. Il sole tocca dapprima i 4000 metri di Saas Fee, il Täschhorn e l'Alphubel per poi incendiare il versante est e rimbalzare dopo, come un'aquila che sorvoli il proprio territorio, sulla Dent Blanche e, più a ovest, sul Grand Combin.
È da lassù che bisogna spiccare il volo. Infatti il  Cervino non è già più il padrone incontrastato dei nostri pensieri: altre montagne del Vallese e altri paesaggi ci stanno già aspettando al crocevia dei sentieri e delle pareti...

lunedì 30 settembre 2019

Perla del mese - Settembre

Qualsiasi edificio situato sulla cima di una collina, di norma, ci piace: è un fatto che dipende dalla nostra natura; è un residuo dello stesso istinto per cui le bestie preferiscono raggrupparsi in cima a un colle; dà un remoto senso di sicurezza, di posizione vantaggiosa contro il nemico.



domenica 15 settembre 2019

La Valle Ritrovata

Mi sono imbattuto nuovamente in questo lungometraggio dopo tanti anni. Ormai non dispongo più di lettori idonei alla riproduzione su CD ma grazie al supporto informatico di un collega il video è stato trasposto e ricaricato per la visione pubblica.

È commovente ciò che l'eccellente bravura della regista ha immortalato sullo schermo. I volti, i sorrisi, le donne e gli uomini che scorrono a video sono così genuini e semplici ma nel contempo carichi di una storia che meravigliosamente traspare ed arriva allo spettatore. E come non rimanere suggestionati dagli ambienti, dai pascoli, dai boschi, dalle case e dalle montagne che inizialmente fanno da cornice fino a invadere e permeare ogni cosa. 

Per saperne di più seleziona il link

L'idea del contest prende le mosse da quel significativo patrimonio costituito dalle immagini scattate, ormai quasi sessant'anni fa, dal fotografo americano Clemens Kalischer, rimaste per molto tempo sconosciute ai più e stampate solo molti anni dopo in un volume dal titolo La montagna dell'esodo.
Grazie a un sapiente utilizzo del bianco e nero e a un eccezionale occhio da fotoreporter di rango, con la stampa del suo lavoro Kalischer contribuiva a fare conoscere per la prima volta al pubblico una porzione di territorio montano cuneese che proprio al principio degli anni sessanta stava vivendo un'irreversibile metamorfosi - sociale, economica e culturale - che ne avrebbe mutato per sempre le sembianze.

Assolutamente da vedere.
https://youtu.be/N6q9aS-hSqk