domenica 21 novembre 2021

Lo stambecco

Aveva rischiato l’estinzione all’inizio del 1800, scomparendo quasi totalmente dalle nostre Alpi, salvato successivamente da un divieto di caccia emanato dalla casa reale di Savoia e da una graduale reintroduzione negli ambienti alpini, riportando così fuori pericolo gli esemplari che ora popolano le montagne dall’Italia alla Francia, per finire anche in Svizzera ed Austria.

Lo stambecco (Capra ibex) è considerato uno degli animali simbolo delle Alpi, caratterizzati da un corpo massiccio che in alcuni esemplari maschi può raggiungere facilmente i 180 cm di lunghezza, 90 cm di altezza al garrese e un peso di 100 kg.
Le femmine hanno generalmente dimensioni e peso ridotti rispetto ai maschi ma sono comunque dotate di una corporatura massiccia ed adattata perfettamente all’ambiente roccioso dei pendii montani.
Il loro proverbiale equilibrio e la loro straordinaria abilità sulle rocce scoscese sono sempre motivo di stupore e meraviglia.

Questi ungulati vivono prevalentemente in alta montagna ma la quota può variare in base a differenti fattori come ad esempio la stagione, la presenza abbondante di risorse nutritive, la densità di popolazione e il clima.
Seguono tendenzialmente un comportamento gregario di branchi monosessuati, riunendo insieme esemplari maschi e femmine durante il periodo riproduttivo, ossia nei mesi di Dicembre e Gennaio.

L’alimentazione è caratterizzata prevalentemente da erba, germogli, muschi e licheni.
Lo stambecco, similmente alla capra domestica, integra nella sua alimentazione anche il sale che scarseggia nella vegetazione di cui si nutre. È occasionalmente possibile individuarlo mentre ricerca sali minerali sulla superficie di rocce saline.

Lo stambecco è dotato di corna robuste e ricurve, che a differenza dei palchi dei cervi, sono permanenti e non vengono perdute con il procedere delle stagioni.
L’accrescimento annuo del corno viene interrotto a novembre, per riprendere nel mese di maggio; questo comportamento nasce dalla necessità di risparmiare le proprie energie per la riproduzione e la sopravvivenza al lungo inverno.
L’arresto della crescita lascia sul corno una netta incisione anulare, molto utile per determinare l’età dell’animale, sia nei maschi sia, con maggiore difficoltà, nelle femmine.
Nei maschi le corna sono lunghe e imponenti e possono raggiungere il metro di lunghezza. Le femmine, al contrario, sono dotate di corna molto più piccole che raramente superano i 25 o 30 cm di lunghezza e mancano delle nodosità caratteristiche della parte anteriore dei corni maschili.
Tuttavia le femmine risultano in ogni caso mediamente più longeve dei maschi.

Lo stambecco ha sovente fatto affidamento ad una strategia di difesa dai predatori molto semplice: basandosi sulla sua straordinaria abilità sui terreni rocciosi accidentati, lo stambecco si ritira fuggendo e portandosi a distanza. Di conseguenza si intuisce facilmente come il rischio maggiore per lo stambecco di avvicinarsi all’estinzione si sia presentato con la diffusione del fucile da caccia, rendendo invalida tale tecnica difensiva. A peggiorare le cose furono le false convinzioni dei prodigiosi poteri curativi delle sue corna e delle sue interiora, utilizzate come rimedi nella medicina popolare.

Oggi un pericoloso nemico per la sopravvivenza degli stambecchi è certamente la smisurata antropizzazione degli ambienti montani, che riduce drasticamente le aree disponibili per questi straordinari artiodattili ai soli parchi naturali, oppure causa una maggiore presenza dell’uomo negli ambienti frequentati dagli stambecchi, favorendo sempre più contatti e inducendoli ad essere sempre meno intimoriti dalla presenza degli esseri umani.

Tale vicinanza comporta inevitabilmente il verificarsi di un altro problema: la comparsa di ibridazioni tra stambecco e capra domestica.
Come accennato in precedenza lo stambecco ha rischiato l’estinzione sulle Alpi, salvato quando ormai gli esemplari rimasti in vita risultavano un esiguo numero sulle montagne del Gran Paradiso. Da questo ridotto numero è stato possibile reintrodurre lo stambecco, grazie ad un lungo ed accurato lavoro, anche nelle aree in cui non vi era più rimasta traccia. Il lavoro di ripopolamento, iniziato negli anni Venti del precedente secolo, è in corso ancora oggi dove, per ovviare al problema della bassa variabilità genetica delle varie popolazioni di stambecchi, vengono effettuate delle operazioni di traslocazione di esemplari (in particolare femmine) da una valle all’altra. Resta da considerare che tutti gli attuali branchi che popolano le nostre Alpi oggi discendono dal ceppo genetico dei sopravvissuti del Parco Gran Paradiso. Ciò significa che la preservazione della popolazione di stambecco, in particolare in quest’area, è di fondamentale importanza.
Negli ultimi vent’anni sono state registrate diverse apparizioni di esemplari frutto di ibridazioni tra stambecco maschio e capra domestica. Ciò è evidentemente provocato dall’incontro tra le due specie nei territori di pascolo dove le capre vengono lasciate o dimenticate sul finire della stagione estiva.
I giovani maschi di stambecco raggiungono dunque le capre per accoppiarsi, generando ibridazioni che costituiscono un problema per la conservazione della specie dello stambecco, che viene quindi contaminata. Queste ibridazioni, che si diffondono lungo tutto l’arco alpino, sono oggi oggetto di studi per capire quali possono essere le conseguenze, a breve e lungo termine, di questa contaminazione e di questo apporto di geni all’interno delle popolazioni di stambecco.

La vicinanza costante con gli esseri umani può avere conseguenze anche sul comportamento degli stambecchi. È bene ricordare che oltre ad essere vietata la caccia, è anche caldamente consigliato di non avvicinarsi troppo o tentare di toccarli perché lo stambecco, per quanto mansueto, non è un animale addomesticato e quindi non riesce a comprendere le nostre intenzioni. Farlo fuggire spaventato o infastidirlo costringendolo a tenersi in allerta per la nostra presenza potenzialmente minacciosa, sottrae tempo ed energie preziose alla ricerca del nutrimento; anche tentare di nutrirli è una mossa da evitare perché potrebbe abituare l’animale alla nostra vicinanza rendendo di fatto meno efficace la sua autonomia nel procurarsi il foraggio di cui ha bisogno.

Occorre tenere sempre a mente che la nostra presenza all’interno del suo ambiente naturale può essere fonte di stress per l’animale. Cerchiamo dunque di mantenere una rispettosa distanza, di non agitarli con movimenti bruschi o suoni forti, teniamo i nostri cani al guinzaglio e prestiamo attenzione anche agli evidenti segnali che ci indicano lo stato d’animo dello stambecco: l’emissione di un breve fischio emesso dal passaggio dell’aria nel naso oppure un breve belato simile a quello della capra possono essere dei segnali che lo stambecco emette per allertare il suo gruppo. Un esemplare se messo alle strette o se ritiene necessario proteggere i piccoli è in grado di effettuare dei brevi scatti per caricare; per farlo abbassa la testa protendendo il corpo lungo la linea delle corna e occasionalmente si erge sulle zampe posteriori. Evitiamo tali atteggiamenti portandoci a distanze maggiori e se proprio desideriamo immortalare l’incontro sfruttiamo i sistemi d’ingrandimento dei nostri dispositivi fotografici per quanto possibile.

Ringrazio Valeria per le fotografie e le informazioni condivise nei suoi articoli.










































































































domenica 31 ottobre 2021

mercoledì 27 ottobre 2021

Lago del Vej del Bouc

Ho già avuto occasione, in precedenti post, di parlare della bellezza dei laghi in montagna.
Molti degli itinerari pubblicati sul Blog hanno un lago come meta finale o come tappa intermedia di un percorso.
Questo perchè i laghi in montagna per me hanno il potere di incantare chiunque li osservi. È difficile comprendere cosa ci sia di così intrigante in una massa d'acqua bloccata tra alture, che non può scorrere da nessuna parte, che resta (almeno in apparenza) immobile ed immutata nel tempo, il cui compito sembra quello di mostrarci un riflesso capovolto del mondo quotidianamente sotto i nostri occhi.
Eppure fin dalla notte dei tempi numerosi laghi hanno generato straordinarie leggende: sono dimora di mostri preistorici, sono spettatori di duelli mitologici, sono abitati da creature incantate benevole che aiutano sovrani e cavalieri oppure maligne che ghermiscono fanciulle o trascinano nei limacciosi fondali tesori inestimabili.

C'è un lago, tra i tanti che adornano le nostre montagne, per il quale nutro un affetto speciale, per la leggenda che descrive la sua origine ma soprattutto per le bellissime atmosfere che rievoca nei miei ricordi quando ammiro le sue sponde. Il Lago del Vej del Bouc.

Al lago è associata la leggenda del Vej del Bouc ("il vecchio del caprone"), che narra di un vecchio saggio ritiratosi a vivere quassù, in compagnia di un caprone, dopo una agiata vita in città. Morto l'animale, unico amico e conforto, poco dopo si spense anche il vecchio. Il Torrente Gesso, impietosito dai due corpi inanimati, li ricoprì con le sue acque dando origine al lago. Ed in effetti fece un bel lavoro, considerato che il Lago del Vej del Bouc è uno dei più estesi della Valle Gesso di Entracque, con una lunghezza di oltre 450 metri ed una larghezza massima di 200 metri.

La prima volta che raggiunsi questo lago ero un ragazzino. Mi affascinò moltissimo la sua posizione, le ripide sponde laterali, le sfumature verdi del fondale, le rocce che sbarravano il percorso dell'emissario prima di permettergli una lunga successione di salti verso il fondo della valle in direzione di S. Giacomo e del lago artificiale di Entracque.
A quei tempi non disponevo di una fotocamera e col passare del tempo il ricordo del lago era diventato gradualmente meno nitido, dovendo fare affidamento unicamente alla mia memoria e a poche fotografie ormai perdute.

Cogliendo quindi l'opportunità di percorrere nuovamente quell'itinerario ho preferito ricorrere all'aiuto di qualcuno in grado di immortalare quel leggendario specchio d'acqua meglio di quanto io potessi mai essere in grado di fare.
Partiamo dunque (decisamente in ritardo a causa della mia scarsa preparazione) alla volta di Entracque, rallentati anche dal traffico sostenuto lungo le strade, e prendiamo a salire alla volta di S. Giacomo dove troviamo esiguo spazio di parcheggio tra le numerose autovetture nei pressi dell'area pic-nic e del ponte sul Torrente Gesso della Barra.
Lasciamo l'auto e iniziamo a camminare alla volta della Casa Reale e delle ex-palazzine di caccia reali di S. Giacomo, dietro le quali troviamo una magnifica fontana.
Ci assicuriamo di avere abbondante scorta d'acqua e procediamo nel bosco fino al Prà del Rasur dove troviamo ad accoglierci una famiglia di camosci. Il sentiero procede ora sulla destra orografica del torrente, fino al Gias sottano del Vej del Bouc dove un cartello indica di prendere il sentiero a sinistra che sale con maggiore decisione in direzione di un paio di macchie boscose, a circa 1500 e 1600 m di quota, ottime per un ristoro all'ombra degli ultimi alberi che troveremo fino alla nostra destinazione finale.

Il sentiero procede lungo il fianco del vallone con numerosi tornanti che si avvicinano gradualmente allo scrosciare del torrente.
Mentre salgo non posso fare a meno di rievocare nella mente i ricordi di quello stesso sentiero molti anni fa. Sembra così diverso eppure così uguale: il sole colpisce impietoso allo stesso modo, c'è più silenzio fatta eccezione per i fischi delle marmotte e per il passaggio occasionale di un elicottero, probabilmente diretto al Rifugio Soria-Ellena, nascosto alla nostra vista da un prolungamento del Gélas (3143 m), le rocce del Passo Carboné, sopra le nostre teste, sembrano più logore e stanche, ma forse si tratta di un riflesso delle attuali condizioni del mio spirito provato da questo lungo difficile periodo. Cerco dunque di trarre forza dal torrente che invece pare non aver perso neppure un barlume del suo vigore e con rinnovata energia aumento il passo.
Intorno ai 2000 m di quota i tornanti cessano di farsi tanto insistenti e il sentiero perde pendenza, il cielo sopra di noi prende spazio come se avesse forzatamente separato le cime sopra di noi ed ecco più avanti palesarsi il lago. Incantevole come lo ricordavo, gli sorrido come farei rivedendo un vecchio amico.

Consapevole del suo potere magnetico sapevo in cuor mio che non avrebbe lasciato indifferente la mia compagna d'escursione, la quale infatti, nonostante l'orario e l'appetito, mette mano alla macchina fotografica prima che al pranzo al sacco.
Accanto a noi sulla sponda altri escursionisti sono in silenziosa contemplazione come pellegrini in preghiera. Dopo il pranzo lasciamo loro rispettosamente un po' di spazio incamminandoci in direzione dell'immissario dall'altra parte del lago, dove aggiriamo una zona di torbiera e troviamo anche uno spazio adeguato per sistemare la tenda.
Con la graduale diminuzione della luce solare il lago muta sfumature, il verde smeraldo passa alle tonalità degli aghi di pino, al verde opaco delle bottiglie dimenticate troppo a lungo nelle cantine.
Al sopraggiungere del buio purtroppo il cielo si vela di nuvole lattiginose impedendo alle stelle di specchiarsi sulla superficie del lago che invece si fa scuro come una palpitante creatura d'inchiostro.

Al mattino ci accolgono le nuvole che ora si sono addensate tagliando tutte le montagne sopra le nostre teste ed avvolgendo il lago conferendogli l'aspetto di uno specchio appannato.
Decidiamo dunque di smontare rapidamente prima del sopraggiungere della pioggia e scendiamo rapidamente di quota, non prima di una breve tappa alla parte terminale del lago. Poco lontano infatti si trova una spianata erbosa dove ricordo di aver montato la tenda da ragazzo, anni fa, la prima volta che raggiunsi questo posto. Ma ciò che trovo è decisamente diverso da quello che ricordavo: nella parte più alta, proprio nei pressi di alcune rocce montonate, è stato eretto un casotto di sorveglianza di realizzazione abbastanza recente a giudicare dall'aspetto. Nella parte più bassa il prato è stato rimpiazzato da una torbiera di ampie dimensioni. 
Tento vagamente di fissare nella mente i fluttuanti ricordi di quel tempo, ma non riuscendo nell'impresa sospiro e mi volto di nuovo verso il lago, ora sempre più contornato di nubi basse. Lascio perdere i ricordi, in fondo non è così importante tornare a quei giorni. 
Sono tornato al Lago del Vej del Bouc, era ciò che desideravo fare da diverso tempo, e tanto mi basta.
Sistemo gli spallacci dello zaino e si riparte per la discesa.

Lungo la via del ritorno ci imbattiamo in qualche marmotta incuriosita dalla nostra presenza, cogliamo l'occasione per immortalarle prima di raggiungere l'auto e riprendere la strada verso casa.
Il Lago del Vej del Bouc resta una piacevole destinazione per un'escursione, consiglio di effettuarla in tarda estate, con giornate non troppo torride, e munendosi di abbondante scorta d'acqua.

Ringrazio Chiara per la compagnia lungo il cammino e per le fotografie condivise in questo post.
























































































giovedì 30 settembre 2021

Perla del mese - Settembre

NEL REGNO DELL'INFINITO

Sulla vetta, che la neve ricopre, candida come l'innocenza, sublime come l'amore, lucente come l'ideale, l'infinito ha assorbito l'essenza e ha lasciato la materia...
La materia è terra... l'anima è il soffio di Dio che a Dio ritorna...
Una luce che non è di questa vita vive nel nostro intimo...
«Male vincetis, sed vincite» (Ovidio).
Nell'ebbrezza che ci pervade esce dal cuore esultante, l'esclamazione del soldato romano: «Hic manebimus optime»...

In desiderio d'immensità e d'azzurro il Gran S. Pietro lancia la sua piramide verso l'alto...
Di fronte a Lui ogni altro è secondo!... S. Andrea, S. Orso, e i Patri o Padri della Chiesa...
In muta preghiera di protezione, oggi come ieri... si stringono al fratello maggiore...
L'anima montanara li ha salutati con il nome augurale di "Apostoli"...

M'immagino l'ignoto battezzatore di questi picchi, un asceta pervaso da alto sentimento religioso... forse un umile trovatore valdostano... Fede e poesia... binomio clarificatore della nostra gente alpina...

Tra poco assisteremo allo spettacolo grandioso del tramonto... Poi ridiscenderemo di alcuni metri la vetta... il primo anfratto di roccia che vorrà accoglierci ci ospiterà questa notte... Domani riprenderemo in pieno Paradiso il nostro pellegrinaggio che per la punta Sud del S. Andrea e un'ardita cresta di neve e lastroni, ci porterà a salutare il Grande Santo, il portiere del cielo...

Eccolo il sole ormai... che sta per andarsene... Gli effetti sopra queste guglie incantate non hanno riscontro che sugli eterni orizzonti del mare: sono veli di fuoco, screzi di luce dorata sui picchi e sui ghiacciai, tremolanti bagliori irraggiati sulla limpidezza cristallina di un cielo purissimo...
Lentamente la costiera degli Apostoli assume l'aspetto di un rogo immenso... le guglie della tormentata cresta di Money sono gli immani candelabri di questa gigantesca cattedrale della terra... Dinnanzi a questo spettacolo che ha del divino, dell'ultraterreno, ripeto anch'io il grido entusiastico del poeta Lamartine, rapito nel vedere in un chiaro mattino dal capo Montenero, il Mediterraneo tutto incendiato dai raggi del sole: È lui, è la vita!... Sì! la vita... La vita che se ne va... ma che domani ritornerà per rinnovare e ringiovanire questo mondo fantastico...
Il rosso delle vette, trascolorando in una gamma di luci evanescenti è scomparso... I ghiacciai, che conservano il segreto di quelli che vi morirono, già dormono il loro sonno millenario...
Atomi di umanità, soli davanti a tanta grandezza, sentiamo come non mai la presenza di Dio...
Mirabilis in altis Dominus!...

E mentre discendiamo mi avviene di ripetere fra me e me l'invocazione di quel purissimo esteta della montagna che fu Jean Coste, perito giovanissimo alla Meije: «Montagne, pourquoi es-tu si belle!»

Dal nostro aereo bivacco sulla cresta nord-est giunge la voce sonora dei torrenti invisibili che scendono a valle, e l'eco degli ultimi campani d'armenti dagli alti pascoli di Teleccio... È questa per gli innamorati dei divini silenzi, l'ora degli inebrianti colloqui con la coscienza rinata nella purità delle nevi eterne... Il grande silenzio della Natura... in questi istanti in cui il Creato pare adagiarsi in una calma grandiosa, mi porta al cuore, con la prima sensazione di tepore che si sprigiona dal sacco a pelo, un gran fremito di bontà e dolcezza...
...L'infinito mi assorbe, è in me, esso è l'eternità stessa del mio essere...
Io sento che le profonde distrazioni sull'infinito sono come un approccio familiare con la morte... L'animo abituato alle grandi meditazioni, giunge ad essa tranquillamente cosciente... E quando il nostro spirito, il nostro vivere pericolosamente, sapranno avvicinarsi con giusto equilibrio al limitare delle due vite, saranno quelli i momenti più degni d'esser vissuti della nostra esistenza...
Cerco invano di prendere sonno... non so se per la giornata laboriosa, ricca di emozioni, o per il pensiero del domani che prevedo allettante, il mio cuore è ripieno di una ineffabile gioia; nonostante la posizione forzatamente scomoda, nonostante il senso di freddo che la roccia repulsiva e gelida comunica al mio corpo, mi viene quasi voglia di gridare: «Fra Leone, scrivi: qui è perfetta letizia...».

L'assopimento mi vince mentre sto ricordando nella preghiera che unisce i Morti ai vivi, nella Comunione dei Santi, i caduti della montagna: quelli di tutti i luoghi e di tutti i tempi... domani forse cadremo noi, noi che abbiamo raccolto la loro sete di altezza e di eroismo con la stessa passione e lo stesso cuore... Ci daremo così la mano e faremo anelli d'una catena, affinché l'amore grande e smisurato della montagna non s'interrompa mai...
Così pochi giorni or sono... su queste montagne... quattro fiorenti giovinezze stroncate dalla morte in agguato sulla punta Patrì... due ufficiali e due sottufficiali della scuola militare d'alpinismo di Aosta... quattro corpi martoriati sul ghiacciaio di Money... quattro barelle scese giù a Cogne e ad Aosta - e una folla immensa che li ha salutati eroi, e la cui preghiera risaliva lenta e tacita, su su verso il cielo...
Tenente Giovanni Dal Lago, aspirante ufficiale Federico Busancano, allievi sottufficiali Mario Briasco e Antonio Forlano... quattro nomi aureolati di luce e di grandezza per il loro ardimento che li spronò a non temere alcuna audacia.

«Alba di sole... sole... tanto sole... sole sulle creste addentellate... sulle loriche di ghiaccio che rivestono i fianchi delle cime... sole nell'anima... Abbiamo ripreso il cammino...».
«Sostiamo ancora un poco sulla vetta» dico al compagno. «È così dolce e bello vivere quassù... soli... in piena serenità di spirito e semplicità».

«Gente che scende dal S. Orso» mi dice egli...
Una cordata di quattro, marcia infatti velocemente verso di noi... Sono ufficiali della Scuola d'Alpinismo d'Aosta... le giubbe a vento spiccano sulle rocce brune come macchie di neve... Per la comune passione che subito affratella gli animi... con un grido cerco di richiamare la loro attenzione... Nessuno risponde... l'eco sola della mia voce che si ripercuote tra le gole vicine... La misteriosa cordata sorda ai miei richiami, si ferma per un istante sull'esile crestina di neve tra le due torri del S. Andrea e del S. Orso... poi con passo veloce... come un fantasma... prende a divallare per la ripida china del ghiacciaio di Money... Mi porto sulla cresta... Non li vedo più... Grido nuovamente... ancora una volta la mia voce si perde nel bianco del silenzio...

Ma il cuore s'arresta... le ginocchia si piegano... in fondo al canalone presso la crepaccia terminale i quattro della cordata, giacciono, i corpi sfracellati, l'uno all'altro legati... L'urlo di raccapriccio che esce dalla mia bocca... mi riporta alla realtà, svegliandomi...
L'incubo è cessato... Il mio compagno - beato lui - ficcato in un buco continua il suo sonno placido... Fortunata gioventù...
L'eternità dei minuti ricomincia il suo tormento... È notte alta... Dalle seraccate della Tribolazione e della Valnontey giungono a trati zaffate d'aria gelida che fan rabbrividire... Tutt'intorno i picchi e le torri, sentinelle di questa coorte di giganti, vigilano nel grande mistero che li avvolge...
Il cielo s'è improvvisamente imbronciato... nuvoloni bigi vagabondano per l'aere fosco con un mareggiare pigro di turbe stanche... Ma tra il Gran Paradiso e la Montandayné in un lembo d'azzurro leggermente recinto di nebbia occhieggiano le stelle di questo regno fiabesco... Sono due... tre... ma ecco ne compare una quarta... Ed io che da fanciullo, nelle veglie nostalgiche di una tiepida stalla, ormai lontana nel tempo, ho appreso come l'anima santa di ogni uomo diventi dopo la morte una stella, che ogni sera si accende vivida in cielo, penso che quella quattro stelle, in quello squarcio d'azzurro siano le anime buone delle quattro giovani vite spezzate dalla Patrì, che aleggiano sulla gelida distesa, sugli abissi di questi giganti nuovamente in mezzo ai vivi... come per il passato...
Ecco perché in montagna non si muore mai!...

[Tratto da Don Piero Solero, Cappellano del Gran Paradiso]