mercoledì 18 giugno 2014

La via della felicità

Il gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), geologo e paleontologo, divenne noto per i suoi scritti sull’evoluzione della specie e per la sua visione del mondo nella quale sosteneva che la felicità dell’uomo è inscritta nella vita del mondo e si armonizza nella sapienza e nel ritmo della creazione. La felicità piena può essere vissuta attraverso la creatività, l’amore e l’adorazione.
Nel 1942, Teilhard de Chardin era esiliato in Oriente e scrisse una meditazione sulla felicità.
Gli uomini, secondo il gesuita, si dividono in tre gruppi che partono per scalare una montagna…
“Immaginiamo un gruppo di escursionisti partiti alla conquista di una vetta difficile, e guardiamoli alcune ore dopo la partenza.
Alcuni rimpiangono di aver lasciato l’albergo. Le fatiche, i pericoli sembrano loro senza proporzione con l’interesse del successo. Decidono di tornare indietro.
Altri non sono dispiaciuti di essere partiti. Il sole risplende. Il panorama è bello. Ma perchè salire ancora? Non sarebbe meglio godersi la montagna dove si è, in mezzo ai prati o in pieno bosco? E si sdraiano sull’erba od esplorano i dintorni aspettando l’ora del picnic.
Altri, infine, i veri alpinisti, non staccano gli occhi dalla vetta che si sono giurati di conquistare. E riprendono la salita.”
Gli stanchi, i buontemponi, gli ardenti. Tre tipi di uomo, che ciascuno di noi porta in germe nel profondo di sé stesso, e fra i quali, da sempre, si divide l’umanità che ci circonda.
In questo brano vengono definite in buona sostanza tre categorie di persone che raggiungono la loro felicità in maniera diversa.
I primi, gli stanchi, i pessimisti, i pigri, tendono ad abbandonare l’impresa prima ancora di averla realmente cominciata. Si pongono la domanda “Ne vale la pena? A che scopo?”
Cedono e abbandonano lo sforzo in favore della via semplice dell’essere meno, o addirittura non essere affatto, prediligendo non fare niente col pretesto che non si può fare tutto.
Anche questa può essere definita a suo modo una felicità: quella di essere in grado di non aver bisogno di mettersi alla prova, di non aver bisogno di raggiungere traguardi, di non desiderare nulla per essere felici, ma di certo un pensiero così vicino a quello di santi così essenziali come San Francesco che diceva “desidero poco, e quel poco che desidero lo desidero poco” rischia però di sfociare nell’accidia e nell’indolenza piuttosto che nella gioiosa essenzialità.
I secondi, i buontemponi o gaudenti, prediligono essere piuttosto che non essere. Ma essere può avere molte sfaccettature e il senso dell’essere, del vivere la felicità per questa categoria di persone assume un significato ben preciso: godersi il presente. Assaporare ogni momento di ogni cosa, gelosamente, senza perdere nulla. Nessun rischio, nessuna incertezza, nessuna ansia per il futuro, nessun timore di dover rinunciare perché ciò che si desidera, la felicità, è a portata di mano. Subito. Edonismo forse, oppure semplice opportunismo.
E infine gli ardenti.
Ardire significa diventare forte e resistente. Per queste persone la felicità altro non è che un sottoprodotto dello sforzo; non si raggiunge con il traguardo ma soprattutto con la scoperta e con l’ascensione. Per gli uomini che formano questa terza categoria, non si può non essere, occorre essere, occorre vivere ma soprattutto occorre essere e vivere per ambire a diventare qualcosa di meglio.
Si possono deridere o denigrare questi uomini, trattarli da ingenui o trovarli noiosi. Ma secondo lo scritto di Pierre Teilhard sono loro che preparano la Terra di Domani.
Individui che trovano la felicità in uno slancio verso il futuro e l’avvenire pur con le sue incertezze ma anche con i suoi indimenticabili tesori che aspettano chi vuole raggiungerli. Traguardi lontani forse, difficili da raggiungere magari e sicuramente impegnativi. Ma unici e irrinunciabili per chi ha appunto l’ardire di camminare e non fermarsi. E non basta che sia un cammino verso un cambiamento qualsiasi perché non c’è felicità in un cambiamento che non sia in meglio.
La felicità quindi non va cercata, ma si trova lungo il percorso per raggiungere la pienezza nel punto più alto ed estremo di noi stessi.

sabato 31 maggio 2014

Perla del mese - Maggio

Durante un’ascensione di un paio d’ore, si possono sperimentare sensazioni
che in altre condizioni non si proverebbero forse in un’intera settimana.
I sensi sono totalmente all’erta, si sente, si odora, si respira ogni cosa,
e ci si sente vivi come non mai.

[Jochen Hemmleb]



venerdì 23 maggio 2014

Il bosco

Fin dai tempi antichi il bosco e le foreste sono state il luogo della produzione di una delle principali materie prime naturalmente rinnovabili e prodotte senza emissioni inquinanti: il legname.
Edilizia, mobilifici, produzione di carta e cellulosa, combustibile, materiali per falegnameria, fino ad arrivare alle produzioni artigianali di pregiati strumenti musicali. Questi sono solo alcuni dei principali enti che attingono dal bosco, molto spesso anche con poca parsimonia.
Ma il bosco non è solo questo e non può essere visto unicamente come fonte di risorse da sfruttare.
Il bosco è un delicato e complesso insieme di organismi vegetali e animali di varia entità che vive secondo articolati cicli biologici tutti in interazione tra loro. L'interazione è molte volte anche simbiotica e quindi ancora più stretta. Eliminare un anello di questa catena potrebbe compromettere una larga parte di questo sistema che la natura ha formato con una lenta ma costante evoluzione.

Le piante che costituiscono un bosco si possono distinguere in tipologie anche molto differenti tra di loro: dagli alberi secolari che possono raggiungere anche svariate tonnellate di peso ai soffici tappeti verdi di muschi che crescono meno di un centimetro. Dalle alte piante che si sviluppano in verticale alla ricerca della maggiore esposizione solare possibile, ai bassi arbusti del sottobosco che invece prediligono di gran lunga aree fresche, umide ed ombreggiate.
Dai vegetali privi di strutture rigide e che quindi si sostengono rivestendo il fusto di altre piante in grado di mantenere una posizione eretta, alle delicate piante che invece crescono all’interno di specchi d’acqua e piccoli stagni.

Con il variare delle stagioni e del clima, un gran numero di piante mostra variazioni nell’aspetto, nel colore, nei fiori e nelle foglie. Altre invece, come un gran numero di conifere resinose, rimangono con un aspetto approssimativamente invariato per tutto l’anno. Proprio l’osservazione delle conifere può fornire dati importanti per effettuare un’analisi delle variazioni del nostro ambiente e dell’ecosistema in generale. Pini, abeti e larici sono le principali specie di conifere presenti in Piemonte, ma le conifere hanno origini antichissime facendo la loro comparsa sulle terre emerse del nostro pianeta quasi 300 milioni di anni fa e sviluppandosi nel periodo del Giurassico e del Cretaceo.

Tra le conifere troviamo quindi gli esseri viventi più vecchi del nostro pianeta, ma queste piante stanno vivendo una fase di regresso (in un arco temporale di centinaia di milioni di anni) diminuendo nel numero in favore delle latifoglie, piante con maggiori capacità di affermazione.
Si calcola che le conifere, al massimo del loro splendore, fossero rappresentate da almeno 2000 specie differenti. Oggi si sono contratte a meno di 600 specie ed alcune disseminano già in forma estremamente ridotta denunciando una rinnovazione stentata e difficile. Le latifoglie che invece si sono imposte in tempi successivi costituiscono oggi i 9/10 della vegetazione delle terre emerse.



Le differenze sostanziali tra le conifere e le latifoglie non si presentano solamente nella loro distribuzione nell’ambiente o nelle caratteristiche dell’aspetto, ma anche nella tipologia di flora subordinata che vive in relazione con esse. Nei boschi di conifere infatti la scarsa luce che penetra nel sottobosco favorisce solo selezionate specie di piante e funghi. Nei boschi di latifoglie invece il sottobosco è molto vario, prevalgono piante dalle fioriture vistose che non rifuggono la luce.
Sono però molto frequenti, a diverse altitudini, boschi misti che sono spesso il frutto di un secolare intervento dell’uomo. Questo tipo di ambiente ha favorito significative variazioni nella flora subordinata. Nei vasti boschi di querce per esempio non è raro trovare il pino silvestre, il ginepro ed ancora aceri, frassini, noccioli e carpini neri. Nei boschi dei castagni, che in Piemonte si sviluppano anche fino a 1000 mt. di altitudine, si possono trovare alte concentrazioni di mirtillo nero, felci, rovi e orchidee selvatiche.

Piante cresciute in questo ambiente armonizzato dipendono l’una dall’altra. A seguito infatti di un incontrollato abbattimento, magari in zone chiuse ed ombrose, si verifica nella stagione primaverile immediatamente successiva una intesa crescita di specie vegetali che prediligono la luce, a scapito di altre piante che non sopravvivono a forti esposizioni solari e destinate quindi a soccombere.
Ecco quindi che l’intervento dell’uomo si rivela ancora una volta pericoloso se non gestito e controllato da un piano di sostenibilità, ma soprattutto se non affiancato da un lavoro di rimboschimento adeguato.

sabato 10 maggio 2014

Come scegliere la scarpetta da arrampicata

Nell'ultimo ventennio la scelta dell'attrezzatura tecnica adeguata per praticare attività in ambiente montano è diventata determinante. I produttori di articoli per discipline come l'arrampicata sportiva, elaborano prodotti sempre più performanti e con materiali sempre più all'avanguardia per migliorare le prestazioni dello scalatore e garantire la sua sicurezza riducendo i fattori di rischio.
La scelta della scarpetta ad esempio è fondamentale, in quanto rappresenta il più importante punto di contatto con la parete e permette di affrontare punti della via anche molto impegnativi. È importante considerare alcuni fattori, primo tra tutti: la conformazione del piede.
Ogni scalatore ha una propria conformazione del piede, che spesso differisce anche tra un piede e l'altro; quindi diventa necessario provare entrambe le scarpette e verificarne la tenuta e l’aderenza. Quasi tutte le scarpette tendono a cedere nella tenuta con il tempo e l’utilizzo.

La misura corretta è sempre stato nodo cruciale e punto di discussione tra gli specialisti in quanto alcuni suggeriscono anche due misure più piccole della propria taglia per migliorare le prestazioni. È consigliabile però privilegiare una scarpetta comoda, non esageratamente stretta o arcuata per evitare fastidiosi dolori e inutili crampi alle dita del piede, che offra il giusto compromesso tra sensibilità e comfort, specialmente per i neofiti e gli scalatori alle prime armi.
Inizialmente è preferibile una scarpetta della taglia giusta per poi scendere successivamente con la misura fino a trovare quella adeguata.
La scarpetta deve in definitiva calzare come un guanto. Indossando la scarpetta dovrete sentire il piede fasciato con le dita che premono leggermente in fondo alla scarpa.

Esistono sul mercato diversi modelli di scarpetta con differenti tipologie di chiusura: elastica facilmente rimovibili, con fascette di velcro opposte per una migliore tenuta, con lacci per una regolazione ottimale sulla forma del piede. Occorre provare diversi modelli per trovare quello più soddisfacente.

Le suole più o meno flessibili in funzione del tipo di utilizzo, sono generalmente in Vibram.
Vibram è un marchio italiano che prende il nome del fondatore dell’azienda Vitale Bramani, uno dei primi alpinisti ad aver concepito e sperimentato la suola in gomma vulcanizzata su modelli di scarpe per l’arrampicata. Esistono differenti tipologie di suole: rigide e resistenti, morbide e flessibili. All’aumentare della difficoltà della parete da affrontare è consigliabile scegliere una suola morbida e flessibile per una maggiore aderenza e sensibilità anche su appoggi molto piccoli. Le scarpette con una suola più rigida possono invece, migliorare le prestazioni su vie molto lunghe grazie al notevole sostegno che forniscono al piede a scapito però della sensibilità.

Anche la forma spesso varia in funzione del livello tecnico richiesto e del tipo di utilizzo. Quelle con forma particolarmente asimmetrica e suola più inarcata, garantiscono ottima presa e massima precisione e sono adatte all'arrampicata sportiva su pareti impegnative, quelle con forma più convenzionale e suola più piatta sono adatte a scalate in falesia su più tiri e per lunghe permanenze in parete.

Un ultimo consiglio: dopo l'uso le scarpette vanno pulite e asciugate. È meglio tenerle lontano da fonti di calore, mentre la suola potrà essere spazzolata con uno spazzolino di ferro, avendo cura di spazzolare sempre in una sola direzione, e pulite con uno straccio inumidito con acqua o alcol per mantenere l'aderenza.
 

mercoledì 30 aprile 2014

Perla del mese - Aprile


Io credo che le pietre respirino.
Non riusciamo a percepirlo con le nostre brevi vite.
 
[Teeton Lakota – Capo Sioux]



lunedì 21 aprile 2014

Roc Neir

Roc Neir è un rilievo di 1541.7 m che si erge sopra il centro abitato di Varisella, non lontano dal Passo della Croce.
Insieme ad altre cime crea una cresta che separa la Val Ceronda dalla Val di Viù ed è noto per il notevole panorama che concede sulla piana torinese e sulle montagne ad Ovest in direzione di Viù e Fubina.
Il percorso che porta in cima è abbastanza impegnativo e richiede una discreta preparazione e un buon tempo atmosferico.
Per raggiungere Roc Neir occorre lasciare l'auto a Vallo Torinese, non lontano dalla Chiesa di San Secondo e dirigersi lungo la strada che porta alla Cappelletta di San Rocco. È possibile proseguire ancora con l'auto lungo la strada asfaltata fino a un piccolo piazzale dopo la Cappelletta ma suggerisco di fermarsi prima per attingere acqua dalla fontana dietro la struttura, all'ombra di un bellissimo bosco di castagni.
Si procede in salita fino ad oltrepassare uno stretto ponte di pietra sopra il Rio Tronta. Da qui il sentiero diventa prima lastricato e poi sterrato e, mentre la vegetazione si riduce a bassi cespugli e lecci, è già possibile osservare in alto il Passo della Croce, a 1254 m prima tappa di questa escursione.
Dopo un piccolo tornante si presenta un bivio, la strada per il Passo della Croce è ben indicata a sinistra sul sentiero 090 e poco più avanti un'altra indicazione ci permette di raggiungere con una minima deviazione un'altra fonte d'acqua: la Fontana d’Minigin.
A quota 750 m un bivio ci fa abbandonare la sterrata per una stretta mulattiera in salita sulla destra. Il percorso è marcato con tratto bianco-rosso e nonostante le piogge dei giorni precedenti è facilmente percorribile.
Sopra le nostre teste una linea elettrica dell'alta tensione ci accompagnerà fino alla cresta. Il sentiero procede spedito e con pochi tornanti affiancandosi in più occasioni a un corso d'acqua, mentre attorno a noi si mostrano ancora evidenti sui tronchi d'albero i segni dell'incendio del 1999.
Salendo ancora si raggiunge una deviazione sempre a sinistra per Fontana d’Munt Bas posta a circa 850 m di altezza.
A quota 1000 m un'altra deviazione ci permette oltrepassare il greto del torrente e di raggiungere Fontana Fredda e poco più in alto, sempre sul sentiero troviamo la Fontana A.I.B. Vallo, entrambi validi punti di sosta e fornitura d'acqua.
Gli ultimi 200 metri serpeggiano con qualche tornante fino al pianoro erboso del Passo della Croce.

Davanti a noi la croce e la bianca statua della Madonna, a destra una tettoia di recente realizzazione concede riparo in caso di improvviso maltempo. Il Passo della Croce, utilizzato in passato durante la Resistenza dai partigiani della Val Ceronda, offre una notevole vista su Torino e sui centri abitati limitrofi: Vallo e Fiano, Nole, Ciriè e San Maurizio più a sinistra, il Lago Risera, Robassomero e i piccoli specchi d'acqua del campo da golf, Il parco La Mandria e la Reggia di Venaria, Caselle e il suo aeroporto, la collina torinese e l'inconfondibile sagoma della Basilica di Superga.
Dall'altra parte è visibile il sentiero che scende verso Ovest costeggiando il Rio Maddalene fino a Mombas. Risalendo con lo sguardo la Stura di Viù si possono ammirare i comuni di Fubina e Viù. Tra le montagne possiamo notare le creste del Civrari, le cime innevate dell'Uja di Calcante, Punta Lunelle e il Gran Paradiso. Verso di noi il Monte Bellacomba, Punta d'Aprile, Rocca Giaia, Punta Losera e Monte Combanera.
Dietro il capanno il sentiero 101A ci porta in meno di trenta minuti sulla cima del Turu a 1355 m da dove possiamo ammirare il centro abitato di Germagnano e le montagne alle sue spalle.
Dall'altra parte, proprio sotto i tralicci dell'alta tensione, si sviluppa una cresta selvaggia ricca di vegetazione e rocce difficile da percorrere ma impossibile da perdere. Questo itinerario segnato sporadicamente da tratti bianchi e piccoli ometti di pietra porta prima alla cima Druina e successivamente sul Roc Neir.
Se il percorso fino al Passo della Croce si può classificare come un E, questo breve tratto invece risulta un impegnativo percorso EE: si segue la dorsale evitando con brevi spostamenti la vegetazione più fitta (consiglio il versante a Nord-Ovest) ma è necessario prestare molta attenzione sugli sfasciumi instabili per non perdere l'equilibrio, rimanere all'erta per la presenza di vipere e stare attenti quando si posano le mani sulle rocce o tra gli arbusti per il notevole numero di processionarie.
In cima al Roc Neir un curioso modellino di rifugio ci indicherà la metà raggiunta. Più oltre la cresta continua fino al Monte Colombano, non lontano dal Colle Lunella.
Il percorso del ritorno è identico a quello dell'andata, a meno che non si desideri scendere lungo la cresta del Carmine fino a Ramai e successivamente dirigersi verso Vallo Torinese sulla strada asfaltata che attraversa il piccolo comune di Varisella.
Il Roc Neir è una cima molto particolare che è stata in grado di donarmi emozioni intense. Nel silenzio assoluto il suo paesaggio senza tempo è in grado di catapultarti in un mondo fantastico dove l'avventura della scoperta è ancora viva e forte. Itinerari poco frequentati e tutti da scoprire a pochi passi dalla città.