domenica 4 marzo 2018

Parete della Morena al Rifugio Paolo Daviso

Ci troviamo di fronte a ciò che resta della morena del Ghiacciaio Martellot. Qui durante il Pleistocene, ma anche durante una delle più recenti glaciazioni avvenuta tra il 1350 e il 1850, il lavoro di pulsione e di erosione del ghiacciaio ha modellato una porzione di gneiss tramutandola in una parete, a poca distanza dal Rifugio Paolo Daviso, che alterna tratti verticali, strapiombanti e in appoggiata, ideale luogo di interesse per gli arrampicatori.

La Parete della Morena si raggiunge in 20 minuti dal Rifugio Daviso seguendo il cartello e i bollini rossi in direzione della morena del Ghiacciaio Martellot. Le vie sono state aperte salendo dal basso da M.Blatto, R.Rivelli, F.Chiarottino, S.Cordero, U.Lardieri nel Giugno e Agosto 2017.
Difficoltà dal 5a al 6b. Materiale 10 rinvii.
Si tratta di un'area di arrampicata posta strategicamente vicina al Rifugio ed ha come principale obiettivo quello di permettere ai frequentatori del Daviso di sperimentarsi nell'arrampicata  godendo di una suggestiva visuale del vallone sottostante prodotto dal millenario lavoro di erosione del Ghiacciaio Martellot e del Torrente della Gura.

Per raggiungere il Rifugio Daviso si parte da Forno Alpi Graie, si oltrepassa il ponte dietro l'Albergo Savoia e si prosegue sul largo sentiero sotto le falesie.
Il sentiero poi piega a sinistra e si inoltra nel bosco di betulle ed ontani e sale con una discreta pendenza fino a Gias Roccetta a 1650 m.
Il sentiero si stringe leggermente, si raggiunge un alpeggio denominato "alpe delle tome" (baita di stagionatura de prodotti caseari) a quota 1768 m e si prosegue a Rua Piana a 1800 m.
Qui occorre prestare un po' di prudenza per oltrepassare una pietraia e guadare il Rio Bramafam e il Torrente Gura su un paio di passerelle di metallo.
Si prosegue sul sentiero ora più stretto e circondato da pendii erbosi fino a raggiungere tre differenti alpeggi: Gias di Mezzo (1898 m), Gias Milon (1993 m) e Gias Gran Pian (2132 m). 
Il sentiero sempre ben evidente qui è meno tracciato a causa delle mandrie al pascolo che cancellano la traccia con il loro frequente passaggio. Tuttavia si procede in modo sufficientemente intuitivo fino a una ripida cresta, ultimo tratto prima di raggiungere il Rifugio Paolo Daviso.

Dal Rifugio è individuabile il Rifugio della Gura dedicato in seguito a Eugenio Ferreri, posto a quota 2235 m e raggiungibile tramite un impegnativo sentiero (il n° 316) che sale dal Torrente della Gura, oppure dal Daviso attraversando con un traverso il vallone scavato dal Ghiacciaio Martellot.

Riporto l'articolo di Marco Blatto, pubblicato sull'annuario del C.A.I., che descrive nel dettaglio la storia di questa parete morenica e la sua trasformazione in una suggestiva area di arrampicata a pochi metri dal Rifugio Daviso.

Rifugio Daviso 2280 m – Parete della Morena
Quante volte siamo passati sotto la morena del Ghiacciaio Martellot diretti verso la grande parete della Punta Martellot e dei Dômes . In quest’angolo selvaggio e severo di Alpi occidentali abbiamo scoperto che dopo quasi 200 anni di storia dell’alpinismo, per primi avevamo salito in estate la parete est di quella che i francesi chiamano Roc du Mulinet 3452 m. Un itinerario complesso che sa di antico. Poi, nelle estati seguenti, sempre per mano nostra “cadevano” anche: il secondo spigolo – pilastro del Dôme Blanc 3337, e il terzo, più defilato, dove la roccia delicata è moneta corrente. L’alpinismo tradizionale classico, alberga tra queste grandi montagne, dove un passaggio aleatorio di A2 sospesi sulle staffe o un tiro di VII grado poco proteggibile, dialoga con facilità con canali sospesi, fughe di placche, spigoli di roccia incoerente. Così è l’alpinismo. Qui, tenere delle tacche di pochi millimetri serve a poco: bisogna sapersi muovere ed essere disposti a lunghi e non facili rientri. Salivamo la morena dell’ormai riducendo ghiacciaio e spesso ci chiedevamo come mai, a fronte di pareti così alte e di roccia metamorfica delicata, spuntassero qua e là affioramenti di gneiss ghiandone solidissimo. Peccato fossero alti spesso solo pochi metri, demoliti, fresati e ribassati dalle antiche glaciazioni. No, il Rifugio Daviso non sarebbe mai stato il punto di appoggio per comode arrampicate al sole protetti da solidi spit. Poi, un giorno, di ritorno da quelle alte montagne abbiamo osservato con occhi diversi un affioramento di questa “roccia madre” un po’ risparmiato dall’inesorabile discesa di grandi ghiacciai pleistocenici, di cui oggi conserviamo solo i segni.
Un po’ più elevato degli altri, era stato protetto in qualche modo dalla morena di sponda laterale del Ghiacciaio Martellot, anche se i segni di più antiche erosioni erano 

evidenti. 

Posta a soli venti minuti dal rifugio, non ne avrebbe certo soddisfatto le velleità “arrampicatorie” in senso sportivo, tuttavia, avrebbe valso una mezza giornata di scalata al sole, su roccia magnifica e al cospetto delle grandi montagne, rilassando la mente e tonificando il corpo prima di un’ascensione “d’avventura” il giorno seguente. Grazie al materiale offerto dalla Sezione del C.A.I. di Venaria Reale (tutto inox) è venuta così alla luce (si fa per dire) la “Parete della morena”. Placche levigate e compatte, fessure di “quarzo” e muri con piccole tacche, sempre al posto giusto, hanno così regalato piacevoli linee tutte aperte salendo dal basso con il trapano. Il rifugio è vicino, il posto è incantevole, il “salvataggio” di una giornata incerta è garantito, i gradi contenuti (max 6b), terminando magari con una buona polenta. Che si vuole di più?


Riferimenti tecnici: le vie sono state aperte salendo dal basso con il trapano con il contributo economico della sezione e sono tutte equipaggiate con spit inox da 10 mm. Soste con anelli di calata da collegare. Casco consigliato. 

  1. Alzo le mani  L1 5b - L2 5b
  2. La topomobile  L1 5b - L2 5c
  3. Stambecco curioso  L1 6a - L2 6b
  4. Silvia ed Egle  L1 6a - L2 6b
  5. Les montagnards sont là (friend o,75 – 1 e 3 BD)   5c
  6. La rage du glacieriste 5c
  7. Dolce vento 5a
Con immenso piacere descrivo due delle vie praticate, rendendole ufficialmente la prima ripetizione effettuata dal giorno dell'inaugurazione. Si tratta di due vie prevalentemente in appoggiata, levigate dal ghiaccio e dall'erosione, molto simili tra loro ma differenti dal resto della Parete della Morena, più verticale ma mitigata da crolli e frammentazioni schistose, avvenute nel corso degli anni:
DOLCE VENTO 5a
Approcciarsi a destra per raggiungere il primo spit posizionato poco sotto una faglia inclinata, sfruttabile per raggiungere e rinviare il secondo spit. Spostarsi quindi a sinistra su una placca liscia ma facilmente affrontabile procedendo in appoggiata fino a raggiungere una pancia della roccia appena accentuata. Superata la pancia, passando a sinistra e sfruttando un lieve appoggio per i piedi, il percorso torna semplice fino alla sosta.

LA RAGE DU GLACERISTE 5c
Una faglia inclinata verso sinistra viene sfruttata prima per le mani e successivamente per i piedi e permette di riviare i primi due spit. Con equilibrio, senza cercare disperatamente appigli per issarsi ma bilanciando il peso del corpo si raggiunge il terzo spit, dopo il quale si trova una spaccatura della roccia che offre numerose possibilità di movimento per salire fino al un ripiano erboso. Dopo il ripiano la via torna semplice appoggiata fino alla catena.

Ringrazio ancora Elena e Silvia per avermi accompagnato lungo il tragitto, Marco e gli altri partecipanti all'evento Val Grande in Verticale e Federica per la compagnia sulla via del ritorno.
Un ringraziamento speciale anche a Carlo Soldera, Presidente del C.A.I. di Venaria, sostenitore di iniziative ed attività di notevole interesse per gli appassionati di montagna e di arrampicata.


















sabato 10 febbraio 2018

Emozioni in foto

Si può esprimere l'emozione della montagna con un testo, un dipinto, una musica, una poesia...
C'è anche chi riesce con una fotografia. Può forse sembrare più facile, ma saper cogliere l'istante giusto da catturare, il momento esatto in cui la luce e gli elementi si combinano insieme alla perfezione, è un'arte complessa che si padroneggia con la pratica costante e con la pazienza.

È il caso di Giovanni Rovedatti, tessera numero 17 del Club4000, alpinista e fotografo per passione che in meno di 30 anni ha raggiunto la cima di tutte le ottantadue 4000 delle Alpi.
Si tratta di un traguardo prestigioso e in Italia pochi sono i detentori di tale primato.
Giovanni, con le sue fotografie, ci presenta quelle cime maestose da un'altra prospettiva, non soltanto da un punto di vista meramente topografico, ma anche da un punto di vista più emotivo e profondo: le montagne raccontano qualcosa della loro storia e della loro grandezza a chi le sa osservare ed ascoltare, le foto di Giovanni rendono più comprensibile e chiaro questo dialogo, permettendoci di osservare, con dovizia di particolari, ambienti straordinari delle nostre Terre Alte.

Qui di seguito pubblicherò alcune delle foto che Giovanni ha generosamente condiviso.
Pochi scatti di alcune montagne, ma sufficienti a trasmettere in modo vivido un'intensa esperienza di relazione con queste suggestive cime delle Alpi.




















mercoledì 31 gennaio 2018

Perla del mese - Gennaio

Continua ciò che hai cominciato e forse arriverai alla cima, 
o almeno arriverai in alto ad un punto che tu solo comprenderai non essere la cima.

[Seneca]


giovedì 25 gennaio 2018

Monte Bianco - Le modifiche del confine

Sono passati poco più di tre mesi dalla pubblicazione del mio post sul confine errato in vetta al Monte Bianco, rapidamente consultabile selezionando il seguente link.


Nuova visuale della mappa
Clicca per ingrandire
Qualche giorno fa uno dei miei lettori mi ha contattato per segnalarmi l'apparizione di una modifica sulle carte multimediali di Google Maps: è ora visibile una doppia linea tratteggiata lungo i confini messi nuovamente in discussione anche dai recenti avvenimenti che hanno attirato l'interesse mediatico non soltanto dei cartografi e degli alpinisti.
La netta marcatura che rappresenta il confine italo-francese si tratteggia e si biforca per rappresentare il confine secondo le tesi italiana e francese.

Cerchiamo di fare chiarezza con l'aiuto della pubblicazione di Enrico Martinet su La Stampa della Valle d'Aosta del 06/01/2018:
Riporto qui di seguito l'articolo del giornalista di Courmayeur:

Tutto come prima, ognuno interpreta i confini sul Monte Bianco come pensa sia giusto, ma nella realtà c’è un patto perfino scritto di quasi un anno fa in cui Francia e Italia concordano che «non ci possano essere iniziative unilaterali». Ma la frontiera resta com’è, con quell’«orecchia» del tricolore francese che scende fino a Punta Helbronner, sul ghiacciaio del Gigante. Internet però accoglie i confini all’italiana e rettifica le sue mappe ponendo la frontiera italo-francese sullo spartiacque, dividendo a metà la vetta della montagna più alta del continente europeo. In realtà Google prende come legge i confini della NATO: le mappe del Patto Atlantico indicano lo spartiacque come confine. Per logica e non per «amor di patria». Dopo la disputa (l’ennesima) sui confini alpini scaturita dall’incredibile decisione del sindaco di Chamonix, Eric Fournier, di far mettere a due guide di Chamonix i lucchetti al cancello che si apre sul ghiacciaio del Gigante per chi transita al Rifugio Torino.

La commissione diplomatica tra Italia e Francia che si è riunita a Parigi lo scorso anno ne era stata la conseguenza. C’erano anche i tecnici, cioè i rappresentanti degli Istituti geografici dei due paesi. La soluzione ufficiale non c’è, la Francia vuole tenersi la vetta del Bianco e mantenere inalterata l’«orecchia» sul versante sud, cioè italiano, del massiccio. E l’Italia, al contrario, ricorda il trattato del 1862, quello che sancisce la Savoia come francese. Trattato che cancella il confine di prima, dettato da esigenze militari. Come ricordano i coniugi Laura e Giorgio Aliprandi, cartografi milanesi, l’enclave sul versante sud, cento metri più in basso della vetta del Bianco, era un confine «basato sul concetto strategico di cresta militare».

Il confine che scendeva dalla vetta deriva dall’armistizio di Cherasco del 1796, quando vennero definiti i confini tra Piemonte e Francia. L’unità del Regno d’Italia (1861) e il trattato del 1862 hanno cancellato quell’eredità napoleonica. Ma non per i francesi. Tre anni dopo il trattato di annessione della Savoia alla Francia il confine che era sullo spartiacque ritorna quello del 1796 (armistizio di Cherasco e successivo trattato di Parigi). Per decisione unilaterale dei francesi (ecco perché l’accordo dello scorso anno vieta ora decisioni unilaterali). È il 1865 quando il capitano dello Stato Maggiore francese Mieulet sposta, con un tratto di penna, il confine verso l’Italia. E tutto torna come in epoca napoleonica, mappe catastali comprese. E Google Map ha seguito l’indicazione francese fino ad oggi.

La NATO, al contrario, aveva recepito il trattato del 1862 e cancellato l’anacronistico confine militare. Per la Francia l’operato del capitano Mieulet è invece incontestabile, tanto che negli archivi di Stato non v’è traccia del trattato del 1862. Tuttavia esiste un altro documento, come ricordano gli Aliprandi: una lettera del 3 Maggio del 1860 scritta da Napoleone III al conte Francesco Arese che mette ordine sui confini di Stato ricordando che sono «quelli amministrativi di oggi». Frontiera stabilita da due cartografie del Regno Sardo nel 1823 e nel 1845 e che fa risalire la linea di confine in vetta al Bianco.

Il patto firmato l’anno scorso a Parigi è un compromesso che lascia «ballerino» il confine, ma che esclude ingerenze. Convenienza comune, anche perché metà della funivia francese tra Punta Helbronner e l’Aiguille du Midi, «orecchia» o non «orecchia», è in territorio italiano. I francesi ritengono che il Rifugio Torino faccia parte del territorio di Chamonix, ma sul versante francese c’è ancora una disputa tra i Comuni di Saint-Gervais e Chamonix per il territorio della vetta del Bianco. Insomma un guazzabuglio. La competenza amministrativa sul versante sud del Bianco è del Comune di Courmayeur, sul versante nord di Chamonix e di St-Gervais: questo l’accordo. Così come quanto riguarda la funivia francese è di competenza della Francia. Intese di buon vicinato.

Queste forse potranno apparire questioni insignificanti a chi non nutre interesse per la montagna, ma ribadisco ancora una volta quanto io creda fermamente che sia importante invece evidenziare i fatti e rendere l'argomento di interesse pubblico, affinchè tutti possano pensare alla montagna non come ad un territorio di contesa inutile e ostinata ma come a un dono da tutelare e preservare.
La montagna è di tutti ed è un prezioso tesoro che trascende limiti e confini delineati.

martedì 23 gennaio 2018

Pania della Croce

Con il termine pania si intende descrivere una sostanza collosa estratta dalle bacche del vischio e utilizzata per catturare piccoli volatili. Lo scrittore e poeta italiano Giovanni Boccaccio utilizza questo termine come figura retorica per descrivere le lusinghe d'amore, che attraggono e fanno rimanere invischiati in una relazione: "...Nelle panie amorose s'invescò."

Più probabilmente la montagna denominata Pania della Croce, di 1858 m di altezza, deve il suo attuale nome a "Pietrapana" come veniva chiamata in passato per via della presenza degli Apuani (Petrae Apuanae), un antico popolo di origine ligure che abitò queste montagne per molti secoli.

Mi piace pensare però che il nome Pania derivi anche dalla sua capacità di attrarre gli escursionisti col suo fascino e che il suo meraviglioso aspetto sia in grado di indurre chi la vede a desiderare di conoscere ancora più a fondo questa cima soprannominata, sicuramente non a caso, "la Regina delle Apuane".



Per raggiungere la cima del Pania della Croce occorre partire dal centro abitato di Levigliani e salire lungo la strada che conduce all'ingresso dell'Antro del Corchia, un complesso di grotte di notevole interesse turistico. Dopo l'ingresso delle grotte la strada asfaltata termina e si può vedere, sulla destra, il sentiero n° 122 che sale a Mosceta, punto di partenza di questa escursione.
Si sale su questo ripido sentiero fino al Passo dell'Alpino a quota 1080 m circa. Lungo la salita ci si imbatte in una particolare formazione rocciosa che costituisce parte del cosiddetto Sentiero delle Voltine e che può far ben comprendere la stratificazione dei sedimenti che milioni di anni fa hanno formato le rocce metamorfiche sulle quali stiamo camminando.

Superato il Passo dell'Alpino e la cappella si affronta un lungo e molto panoramico tratto a mezza costa molto semplice che termina nella gradita ombra di una macchia boscosa a 1200 m.
Terminato il bosco ci si imbatte in una seconda cappelletta e in un cippo posto in una privilegiata posizione d'osservazione di uno dei più bei versanti del Pania.
La cappelletta, in memoria di Stefano Messerini, è frutto di un recente restauro, come riporta la targa posta all'interno, nell'anno 2017 per iniziativa e con i fondi delle comunioni dei beni comuni di Pruno Volegno e Levigliani in segno di amicizia, con il patrocinio e il contributo del Parco Regionale delle Alpi Apuane, nonchè con l'aiuto e il sostegno di Mario e Virgina Messerini (Mosceta 28 Maggio 2017)
Alle spalle della cappelletta un sentiero lungo circa 260 metri porta al Rifugio del Freo e ad un sentiero che conduce in vetta al Monte Corchia (1677 m), a destra invece proseguiamo sul ben evidente Sentiero delle Saette.

Salutiamo l'ultima ombra boscosa a quota 1318 m circa e saliamo su un ripido sentiero di rocce così bianche e chiare da risultare quasi abbaglianti alla luce del sole; con una decina di tornanti raggiungiamo la stretta sella di congiunzione tra il Pania della Croce e il Pizzo delle Saette.
Da lassù la vista è spettacolare. Si ha una perfetta veduta del Monte Sumbra (1765 m), del Fiocca (1711 m) e del Bosco del Fatonero: una fitta ed ombrosa faggeta a 1400 m circa di quota, carica di leggende e storie curiose.
Più in lontananza sono ben visibili anche il Tambura (1895 m) e il Pisanino (1946 m).
A valle si intravede Isola Santa ed il suo lago artificiale e poi più vicino il Monte Rovaio e il Vetricia dalla forma arrotondata, la distesa erbosa attorno al Rifugio Rossi, il Monte Uomo Morto dal curioso profilo e il pendio che scende fino a Fornovolasco.
Riprendiamo la salita su un sentiero che cambia "consistenza" con una pietraia a tratti leggermente insidiosa. Superiamo a 1800 m circa una targa dedicata all'appena dodicenne Nico e proseguiamo sulla cresta fino a raggiungere la vetta del Pania. 
La visuale spazia dalle selvagge montagne dell'appennino, nei pressi di Pistoia, al mare di Viareggio e Forte dei Marmi, dalla cresta del Monte Forato alle montagne della Liguria e non stento a credere che, in assenza di foschia, sia visibile anche parte delle più alte vette delle Cozie.

Il Pania della Croce si è rivelata una cima davvero sorprendente, per la sua posizione ed il panorama offerto, per la sua conformazione e le sue caratteristiche geologiche, per il fascino che suscita in chi la frequenta, che fa comprendere come numerosi altri poeti e scrittori della storia l'abbiano menzionata nelle loro opere.

Ringrazio Anselma, Claudio, Ezio, Roberto e Stefano per la piacevole compagnia durante il cammino.