mercoledì 31 luglio 2024

Perla del mese - Luglio

Una montagna è come l'istruzione:
quanto più alta l'ascesa, tanto più esteso il panorama.

domenica 14 luglio 2024

La leggenda di Ribba

In un remoto passato, gruppi di donne e uomini intrapresero la risalita a piedi delle profonde e selvagge valli interne della Val San Martino, spinti dalla necessità di individuare un luogo sicuro in cui stabilirsi.
La loro migrazione li condusse in una conca naturale caratterizzata dalla presenza di alcuni piccoli laghi glaciali, un ambiente geograficamente favorevole che offriva spazio, riparo e risorse.
In quest'area, decisero di edificare un insediamento alla testa della valle, nella zona immediatamente sottostante i laghi, oggi denominata Ribba.
I primi abitanti di questa regione, sebbene ancora legati a forme di vita arcaiche, avevano acquisito competenze significative nell'ambito della pastorizia, attività che costituiva il fulcro della loro sussistenza.

Durante una giornata dedicata alla custodia del bestiame, furono testimoni dell'apparizione di un uccello dalle piume multicolori, il cui canto, per quanto indecifrabile, evocava la modulazione della voca umana. Tale evento fu interpretato dai pastori come un presagio: un segno che preannunciava l'imminente manifestarsi di un fenomeno
straordinario.

In seguito all'apparizione dell'uccello multicolore, gli abitanti si radunarono in un prato per deliberare sul significato del prodigio. Fu allora che l'animale riapparve in volo, avvicinandosi agli uomini e articolando suoni che, questa volta, risultarono chiaramente intelligibili. Con stupore, essi udirono parole pronunciate in una lingua a loro comprensibile: "Fuyez, fuyez, que le lac de la carotte s'élarguerà!" un monito inequivocabile che prefigurava l'imminente tracimazione di uno dei laghi sopra Ribba.
La comunità comprese subito la gravità del presagio e si affrettò a raggiungere la conca dei tredici laghi, in alto. Lì, con sgomento, osservò la rapida fusione del ghiaccio e della neve sui versanti che si elevano verso il Monte Cournour e il Passo del Roux. Il disgelo alimentava copiosamente i piccoli torrenti che confluivano in un bacino lacustre dalla peculiare forma di carota, minacciando di provocarne lo straripamento.

Presi dal panico, gli abitanti di Ribba discesero precipitosamente verso le loro dimore, raccogliendo in tutta fretta quanto fosse possibile salvare e conducendo le mandrie verso i pascoli più elevati, fuori dalla portata dalla furia delle acque. Il lago, ormai fuori controllo, riversava enormi masse d'acqua a valle, trascinando con sé tronchi, fango e massi di dimensioni colossali che devastarono ogni struttura sul loro percorso, incluse le abitazioni dei poveri montanari.

La piena si riversò nel torrente Germanasca, il quale, pur gonfiandosi oltre misura, riuscì a contenere l'impeto distruttivo delle acque. Gli abitanti della valle di Ribba furono così risparmiati dalla catastrofe. In seguito, ricostruirono le loro abitazioni nel medesimo luogo in cui avevano trovato rifugio, conferendo al nuovo villaggio il nome originario. La Ribbo, nella parlata locale, sopravvive ancora oggi come ultima borgata del comune di Prali, posta al limite degli alpeggi ed è un ottimo punto di partenza per numerose escursioni ed itinerari nel verde, come ad esempio l'escursione al Lago Bout du Col.

Un ringraziamento ad Enrico Bertone, autore del libro che ha ispirato questo breve post.

domenica 30 giugno 2024

venerdì 21 giugno 2024

La necessità di “raccontare” la montagna

Articolo a cura di Marco Blatto

Il tema: “Comunicare e raccontare la montagna” può sembrare banale, addirittura scontato per un’accademia come la nostra, che da quasi cento anni restituisce il mondo delle altezze e delle terre altre attraverso la letteratura, la pittura, la fotografia, il cinema, la scienza e l’alpinismo vissuto come esperienza ideale e totalizzante.
I tempi che viviamo, tuttavia, ci dimostrano che non è per niente un tema scontato e che è proprio la comunicazione di montagna a mostrare segni di sofferenza. La diffusione delle riviste cartacee, un tempo vero pilastro dell’informazione e veicolo di cultura alpina e dell’alpinismo, ha ceduto il posto al variegato e capillare mondo del web.

Possiamo senz’altro affermare che i temi alpini siano oggi diventati alla portata di chiunque.
Un cambiamento che offre indubbi vantaggi avendo però sovente come contraltare una banalizzazione e una superficialità diffuse, un giornalismo generalista sempre di più alla ricerca del sensazionalismo e, mal celatamente, contento di alimentare un dibattito sempre polemico e poco competente. La diffusione dell’idea di una “montagna per tutti”, corrisponde altresì a una maggiore attenzione che la “società” riserva a questo nostro mondo rispetto a un tempo. Purtroppo, quest’attenzione è accompagnata da una semplificazione etica spicciola, per esempio riguardo al tema “sicurezza”, con gli incidenti che sono in costante aumento.

Se da un lato questa crescita è fisiologica, dall’altro si finisce col trasformare un “fenomeno sociale” in un “allarme sociale”, scandito dai giudizi talvolta impietosi di schiere d’opinionisti sempre più estranei alla montagna, dall’invocazione di divieti, regole e sanzioni. Una situazione che è strettamente collegata al tema delle libertà e che rischia di condurre a conseguenze negative per tutti. 
Anche gli appassionati “tradizionali” di montagna, che utilizzano i social media, sono diventati parte di questo meccanismo e si sono adagiati alla necessità di una comunicazione maggiormente basata sull’immagine.  
“Storie” e “reel” hanno sostituito la narrazione, la condivisione delle emozioni attraverso le parole, con la scusa che i social non sono fatti per dilungarsi nella scrittura. Ci si sofferma all’impatto visivo, all’apparenza, spesso ricorrendo a fotografie che non hanno neppure più un gran valore semantico. Certamente lo scopo è di procurare il consenso immediato di amici virtuali.

Una certa resistenza culturale è offerta dai web journal di montagna e dai blog, che si sono inseriti nel vuoto editoriale cartaceo, continuando a puntare sulla competenza e proponendo contenuti di altissima qualità. Vi è poi il fenomeno delle “community alpinistiche”, piattaforme di utile scambio d’informazioni – in tempo quasi reale – sulle condizioni delle vie in montagna, del ghiaccio, della neve, dove però è necessario creare una progressiva rete di fiducia con chi sta dall’altra parte di uno sconosciuto nickname e senza che questo tipo d’informazione si sostituisca del tutto alla necessaria valutazione personale.

Quale ruolo per il G.I.S.M. - Gruppo Italiano Scrittori di Montagna - in un mondo in così continua evoluzione?
Da sempre il nostro gruppo, più di qualsiasi altra associazione o istituzione alpina, ha fatto del racconto della montagna il perno centrale della sua esistenza, nel segno di un ideale e nella convinzione che la conoscenza sia il cardine di ogni processo evolutivo.
Il nostro compito è continuare a farlo essendo i protagonisti e i promotori di una comunicazione “etica”. Non solo affrontando i temi a noi cari e le sfide cui saremo chiamati a rispondere con competenza ma promuovendo un “rinascimento alpino”, contro ogni tentativo di banalizzare la montagna, di trasformarla in un mondo senza ideali e asservito alle logiche del mercato.
Una dimensione in cui si fa largo la rissa mediatica ed è in incubazione la tentazione del controllo e della “norma”. L’annuario “Montagna”, che oso definire una rivista di cultura alpina a tutto tondo, è la sintesi di questa volontà di accettare la sfida dei nostri tempi forti dei solidi ideali del passato.

Laddove si sentirà il bisogno di raccontare la montagna, il G.I.S.M. ci sarà.

Marco Blatto

venerdì 31 maggio 2024

Perla del mese - Maggio

Ël bòsch
D'Istà ël bòsch a t'ancanta:
l'erba dij pra a l'é brilanta,
le feuje vërde, fòrt j'odor,
le fior at sorido con ij sò color,
j'erbo vestì a stërmo 'l cel,
a smija na fàula, a l'é tant bel,
a svaniss ël mond con ij sò magon,
ma sta atent, a l'é n'ilusion;
it treuve 'dcò 'l luv malandrin
e, pen-a fòra, a të speto ij tò sagrin.

Il bosco
D'estate il bosco t'incanta:
l'erba dei prati è brillante,
le foglie verdi, forti gli odori,
i fiori ti sorridono con i loro colori,
gli alberi, vestiti di foglie, nascondono il cielo,
sembra una favola, è tanto bello,
svanisce il mondo con i suoi problemi,
ma sta attento, è un'illusione;
trovi anche il lupo malandrino
e, appena fuori, ti aspettano i tuoi fastidi.

[Beppe Sinchetto, Il bosco (frammento)]


mercoledì 22 maggio 2024

Sarvan e Sarvanot

Secondo numerose leggende che circolano, in particolare nel territorio piemontese, i Sarvan sono piccoli esseri magici e misteriosi, abitatori di boschi e foreste di montagna. Il loro carattere viene descritto a volte come allegro e giocoso, altre volte invece come bisbetico e vendicativo. A volte risultano amichevoli e cortesi con le persone che hanno la fortuna di ricevere le loro attenzioni, altre volte invece paiono dispettosi ed indisponenti nei confronti degli uomini che cercano di scacciarli.
Nell'aspetto ricordano spesso l'Om Sarvaj: camminano in posizione eretta su un paio di zampe simili a quelle di caprone, hanno il corpo ricoperto da folta peluria, preferiscono muoversi di notte col favore del buio per non essere avvistati, possiedono delle abilità straordinarie che permettono loro di svolgere molti lavori in poco tempo, ma anche di compiere burle e malefatte di ogni sorta.
Spesso, proprio per evitare di scatenare le loro malignità, l'uomo cercava di trattarli con rispetto evitando ad esempio di invadere o danneggiare gli spazi che si credeva fossero le loro dimore nei boschi: grotte, pertugi tra le rocce, tronchi cavi ed anfratti sotto le radici degli alberi.
In altri casi invece, si riteneva che i Sarvan avessero un debole per le belle fanciulle ed erano disposti a fare tutte le faticose faccende domestiche di notte mentre le ragazze riposavano. Così se una giovane al risveglio trovava il bucato lavato e steso, il fieno tagliato, la lana cardata e filata...significava che certamente un Sarvan si era invaghito di lei e si adoperava per aiutarla nei lavori quotidiani per corteggiarla.
Esistono anche nel resto d'Europa delle creature magiche, simili nei comportamenti ai Sarvan appena descritti, sovente paragonate a troll, gnomi o folletti, ma il loro aspetto è differente, secondo l'immaginario comune.

A colpire sono le numerose leggende giunte fino ai giorni nostri, tramandate sia oralmente che attraverso brevi scritti.
Proviamo a citarne alcune:
La prima leggenda attribuisce l'arte di creare il formaggio, più precisamente il delizioso formaggio Raschera, ad un Sarvan che abitava in una grotta in Valle Corsaglia. Secondo la leggenda alcuni giovani seguirono il Sarvan in una grotta dove lo videro rimescolare del latte posto in un grande paiolo sul fuoco.
Osservando in silenzio l'affascinante procedimento per molto tempo, i giovani appresero l'arte di quel Sarvan nella produzione di quel formaggio che ancora oggi delizia il palato dei più golosi.

Un'altra leggenda vede i Sarvan interagire con gli animali nei pascoli e nelle stalle degli uomini.
In Val Maira una famiglia possedeva un mulo con una bella e folta criniera. Curiosamente una mattina i proprietari del mulo trovarono la criniera dell'animale acconciata in lunghe trecce perfettamente pettinate.
Si pensò inizialmente ad uno scherzo, ma dato che ogni notte il fenomeno si ripeteva il padrone decise di vegliare una notte nella stalla insieme ad alcuni uomini.
Chiusero ogni accesso e vegliarono a turno ma verso la fine caddero tutti addormentati, quando si risvegliarono trovarono il mulo con la criniera perfettamente raccolta in lunghe trecce. Così decisero che quella era certamente opera di un Sarvan e lasciarono il mulo così.

Nell'ultima leggenda narrata i Sarvan interagiscono con gli uomini, in una modalità più avvezza a dispetti e piccole vendette.
In Val Varaita un Sarvan viveva in una grotta nei pressi di un piccolo borgo dove abitava un bambino.
I due erano diventati amici al punto da mangiare insieme: a mezzogiorno il bambino usciva di casa con la sua scodella di minestra, incontrava il Sarvan e condivideva il pasto.
Quando il padre del bambino li vide in cortile a mangiare la minestra dalla ciotola sul terreno come due cani si arrabbiò e cacciò il magico essere dei boschi che fuggì rapido nella sua grotta. Vedendo l'ingresso della grotta l'uomo decise di murarlo dentro, ma non sapeva che la grotta aveva un'uscita secondaria; così giorni dopo il Sarvan uscì dalla sua grotta e si avvicinò nuovamente alla casa dove vide la moglie dell'uomo che stendeva il bucato. Per vendicarsi decise di rubare tutta la biancheria.
L'uomo seppe del furto del bucato dalla moglie e quando vide i panni del Sarvan nel bosco lo ripagò con la stessa moneta sottraendo tutti i piccoli panni del Sarvan. Quella notte il Sarvan, infuriato, prese a lanciare pietre contro la casa dell'uomo che rimbombava per le sassate come sotto una grandine estiva.
L'uomo dalla finestra propose una tregua con la reciproca restituzione del maltolto. Il Sarvan accettò, ricevette indietro la sua biancheria e la mattina dopo la donna trovò nuovamente tutto il suo bucato steso esattamente come era il giorno del furto.