lunedì 31 gennaio 2022

Perla del mese - Gennaio

L’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve,
ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani,
è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.

[Paolo Cognetti]




sabato 15 gennaio 2022

I giorni della merla

Tratto dalla rivista Lepontica N° 15 di Gennaio 2022

Nella tradizione popolare del mondo contadino i "giorni della merla" sono gli ultimi tre di Gennaio.
Dovrebbero essere i giorni più freddi dell’anno, le giornate impercettibilmente si allungano e l’inverno è alle spalle; arriva il carnevale.

Da bambini andavamo a scuola imbacuccati in maglie e guanti di lana filati da mamme e nonne. Cantavamo: “Merla, merlascia … stria, striascia” (merla, merlaccia … strega, stregaccia).
Un mantra per combattere il freddo.
Poi erano scherzi: pacche sulla schiena che attaccavano biglietti con il disegno nero della merla. Un uccello che era quasi un Pesce d’Aprile.

Le tradizioni popolari italiane dicono che la merla non fu sempre nera.
Un tempo era bianca, ma per ripararsi dal freddo andò sul camino e divenne nera. Cosa non si fa per ripararsi dal freddo. Un freddo che non è detto sia ancora quello di una volta.

I vecchi raccontano che quando è freddo per i giorni della merla, la primavera sarà tiepida e precoce. Se fa caldo, arriverà in ritardo.

Oggi la scienza e i cambiamenti climatici ci obbligano a pensare al freddo come ad un ricordo, alla neve in pianura come memoria.
Gli eventi meteorologici estremi, possibili e che ci coglieranno sempre più alla sprovvista, ci ricorderanno di quanto, tutto sommato, fosse buono il freddo. 

Ringrazio Paolo Crosa Lenz, per l'articolo.


venerdì 31 dicembre 2021

Perla del mese - Dicembre

Gli alpinisti sono significativamente una forza della nazione e - diciamolo piano ma diciamolo - una categoria d'uomini privilegiati, che dalla vita hanno spremuto qualcosa, in fatto di gioie, di ebbrezze, di soddisfazioni interiori, che a nessun altro è dato conoscere. Gente che, sotto qualunque latitudine e in qualunque paese del mondo, si riconoscono istintivamente, da qualche segno misterioso, sia il colore della pelle, siano le rughe del volto, sia il modo di camminare, sia l'espressione dell'occhio abituato a scrutare i segreti della roccia e del ghiaccio.

[Massimo Mila]


domenica 26 dicembre 2021

Sella Morteis

Han tanto insistito per fare un'escursione. Nonostante non fosse esattamente il periodo migliore per me, ho dovuto cedere e anche se non propriamente con il mio consueto entusiasmo, ho preparato lo zaino, pensando che in fondo un po' di passi nella neve mi avrebbero aiutato a distrarmi dalle difficoltà personali che stavo vivendo.

L'escursione alla Sella Morteis non è assolutamente un'escursione impegnativa, si tratta di un percorso di tipo turistico con un dislivello complessivo che supera di poco gli 800 m.

Cosa occorreva fare prima di partire? Effettivamente poco: acquistare la Fraternali N° 16 (Val Vermenagna, Valle Pesio, Alta Valle Ellero e Parco Naturale del Marguareis), aprirla e cercare S. Bartolomeo, situata a metà circa della Valle Pesio.
Una volta rintracciata seguire con il dito il percorso che costeggia la destra orografica del Rio Paglietta, oltrepassarlo a quota 870 m, prendere a salire verso Combe a quota 1034, superare i due tornanti che separano da Rocca di Vinchiet a quota 1270 m e terminare lungo il tracciato in direzione dell'osservatorio fino a Sella Morteis a 1450 m di quota.

L'escursione è semplice come qui descritta. Poco potrei aggiungere alle descrizioni del percorso già esistenti sul web o alle immagini che ne mettono in risalto il valore panoramico con foto del Bisalta, dell'osservatorio che si protende su un'altura sopra il vallone del Rio dell'Oy, del boscoso Vallone Pittè o dell'ombrosa Comba Ruscun da cui siamo saliti.

Perché dunque scrivere del Sella Morteis?
Personalmente per un avvenimento verificatosi lungo la via del ritorno: già pronto a riprendere il sentiero appena effettuato per ripercorrerlo a ritroso mi viene posta la domanda "cambiamo tracciato e chiudiamo un anello?"
Può sembrare assolutamente naturale, nulla di sorprendente. Numerose escursioni si sono rivelate anche molto interessanti prendendo in considerazione l'idea di effettuare un giro differente per ritornare al punto di partenza.

Ciò che mi ha maggiormente colpito è stato scoprire che questa, invece di essere un'occasionale alternativa, per alcuni è una chiara scelta da mettere in atto ogni volta che si rivela possibile.
E così, mentre raggiungevamo Rocca di Vinchiet e piegavamo a sinistra per addentrarci in una macchia boscosa all'ombra del crinale e quindi coperta da uno strato ancora abbondante di neve, raggiungevamo Stalle Ciccioni prima e Tetti Ciccioni poi, scendevamo lungo un fianco incassato del Bric Ciccioni (1162 m) sciando su di un tappeto di foglie così abbondante da nascondere per intero i miei scarponcini, non potevo fare a meno di pensare a quante occasioni di stagnazione nell'ultimo periodo della mia vita avrei forse potuto evitare se solo avessi avuto il coraggio di valutare maggiormente l'opzione di cambiare totalmente percorso.
Invece di focalizzarsi sulle modalità (già note) per raggiungere un obiettivo, concentrarsi unicamente sull'obiettivo finale, dopodiché ignorare la strada già percorsa in passato e azzardare un itinerario nuovo, mai provato, ancora inesplorato.

Pensare di aver fatto tutto il possibile per arrivare dove siamo, ci porta a pensare che la strada intrapresa sia la migliore e la più sicura e induce a credere che ogni altra alternativa non sia da considerare. Ma cambiare mentalità, ragionare sulle possibili alternative, tutte le possibili alternative, anche quelle che non sono state vagliate in partenza, anche quelle che ci sembrano solo un inutile spreco di tempo, risorse ed energie, e decidere di rischiare, non occasionalmente ma di frequente, di mettere il piede su una strada innovativa, di muovere i passi su un terreno vergine, inedito, rivoluzionario, potrebbe essere in molti casi, il modo migliore per reinventarsi, per uscire dall'idea di aver già tentato tutto (tanto più se i risultati ottenuti hanno deluso le aspettative o non ci sono parsi soddisfacenti) e di non avere più alcuna scelta.

Potrebbe essere necessario adattarsi ripetutamente, scoprire di dover imparare ancora qualcosa, apprendere ed abituarsi a vedere le cose da una prospettiva diversa, obbligare noi stessi a ricordarci che ci sono più soluzioni, che esistono più strade, che le possibilità possono essere più numerose di quel che si pensa.

Il 2021 è stato un anno provante e difficoltoso. Ostico e complicato.
Non mi pento delle scelte fatte nè delle decisioni prese. Ma spesso mi sono domandato se fosse il caso di tornare sui miei passi, se fosse necessario riconsiderare il percorso effettuato e fare un passo indietro. Raramente però avevo pensato che per tornare indietro si potesse cambiare radicalmente strada, andare da un'altra parte, aggirare così gli ostacoli incontrati all'andata, magari incontrarne di differenti ed imparando qualcosa di nuovo anche da essi, memorizzando posti e volti nuovi, e ricordando che anche quando penso di non avere alternative, c'è sempre una nuova strada possibile da percorrere. 

Il tracciato al Sella Morteis mi ha colpito per la sua semplicità e per la sua bellezza, ma soprattutto ha rinnovato in me il proposito di impegnarmi a non lasciare spazio alla rassegnazione e a valutare più sovente che ogni strada nuova, ogni volto nuovo, ogni persona che decide di camminare al nostro fianco può essere l'aiuto giusto per raggiungere il nostro obiettivo, per arrivare al risultato cui ambivamo, o più semplicemente per vedere un nuovo angolo di mondo.

Ringrazio Cristina, Eleonora, Marcella, Marco e Valeria per avermi portato con loro lungo questa escursione.



domenica 21 novembre 2021

Lo stambecco

Aveva rischiato l’estinzione all’inizio del 1800, scomparendo quasi totalmente dalle nostre Alpi, salvato successivamente da un divieto di caccia emanato dalla casa reale di Savoia e da una graduale reintroduzione negli ambienti alpini, riportando così fuori pericolo gli esemplari che ora popolano le montagne dall’Italia alla Francia, per finire anche in Svizzera ed Austria.

Lo stambecco (Capra ibex) è considerato uno degli animali simbolo delle Alpi, caratterizzati da un corpo massiccio che in alcuni esemplari maschi può raggiungere facilmente i 180 cm di lunghezza, 90 cm di altezza al garrese e un peso di 100 kg.
Le femmine hanno generalmente dimensioni e peso ridotti rispetto ai maschi ma sono comunque dotate di una corporatura massiccia ed adattata perfettamente all’ambiente roccioso dei pendii montani.
Il loro proverbiale equilibrio e la loro straordinaria abilità sulle rocce scoscese sono sempre motivo di stupore e meraviglia.

Questi ungulati vivono prevalentemente in alta montagna ma la quota può variare in base a differenti fattori come ad esempio la stagione, la presenza abbondante di risorse nutritive, la densità di popolazione e il clima.
Seguono tendenzialmente un comportamento gregario di branchi monosessuati, riunendo insieme esemplari maschi e femmine durante il periodo riproduttivo, ossia nei mesi di Dicembre e Gennaio.

L’alimentazione è caratterizzata prevalentemente da erba, germogli, muschi e licheni.
Lo stambecco, similmente alla capra domestica, integra nella sua alimentazione anche il sale che scarseggia nella vegetazione di cui si nutre. È occasionalmente possibile individuarlo mentre ricerca sali minerali sulla superficie di rocce saline.

Lo stambecco è dotato di corna robuste e ricurve, che a differenza dei palchi dei cervi, sono permanenti e non vengono perdute con il procedere delle stagioni.
L’accrescimento annuo del corno viene interrotto a novembre, per riprendere nel mese di maggio; questo comportamento nasce dalla necessità di risparmiare le proprie energie per la riproduzione e la sopravvivenza al lungo inverno.
L’arresto della crescita lascia sul corno una netta incisione anulare, molto utile per determinare l’età dell’animale, sia nei maschi sia, con maggiore difficoltà, nelle femmine.
Nei maschi le corna sono lunghe e imponenti e possono raggiungere il metro di lunghezza. Le femmine, al contrario, sono dotate di corna molto più piccole che raramente superano i 25 o 30 cm di lunghezza e mancano delle nodosità caratteristiche della parte anteriore dei corni maschili.
Tuttavia le femmine risultano in ogni caso mediamente più longeve dei maschi.

Lo stambecco ha sovente fatto affidamento ad una strategia di difesa dai predatori molto semplice: basandosi sulla sua straordinaria abilità sui terreni rocciosi accidentati, lo stambecco si ritira fuggendo e portandosi a distanza. Di conseguenza si intuisce facilmente come il rischio maggiore per lo stambecco di avvicinarsi all’estinzione si sia presentato con la diffusione del fucile da caccia, rendendo invalida tale tecnica difensiva. A peggiorare le cose furono le false convinzioni dei prodigiosi poteri curativi delle sue corna e delle sue interiora, utilizzate come rimedi nella medicina popolare.

Oggi un pericoloso nemico per la sopravvivenza degli stambecchi è certamente la smisurata antropizzazione degli ambienti montani, che riduce drasticamente le aree disponibili per questi straordinari artiodattili ai soli parchi naturali, oppure causa una maggiore presenza dell’uomo negli ambienti frequentati dagli stambecchi, favorendo sempre più contatti e inducendoli ad essere sempre meno intimoriti dalla presenza degli esseri umani.

Tale vicinanza comporta inevitabilmente il verificarsi di un altro problema: la comparsa di ibridazioni tra stambecco e capra domestica.
Come accennato in precedenza lo stambecco ha rischiato l’estinzione sulle Alpi, salvato quando ormai gli esemplari rimasti in vita risultavano un esiguo numero sulle montagne del Gran Paradiso. Da questo ridotto numero è stato possibile reintrodurre lo stambecco, grazie ad un lungo ed accurato lavoro, anche nelle aree in cui non vi era più rimasta traccia. Il lavoro di ripopolamento, iniziato negli anni Venti del precedente secolo, è in corso ancora oggi dove, per ovviare al problema della bassa variabilità genetica delle varie popolazioni di stambecchi, vengono effettuate delle operazioni di traslocazione di esemplari (in particolare femmine) da una valle all’altra. Resta da considerare che tutti gli attuali branchi che popolano le nostre Alpi oggi discendono dal ceppo genetico dei sopravvissuti del Parco Gran Paradiso. Ciò significa che la preservazione della popolazione di stambecco, in particolare in quest’area, è di fondamentale importanza.
Negli ultimi vent’anni sono state registrate diverse apparizioni di esemplari frutto di ibridazioni tra stambecco maschio e capra domestica. Ciò è evidentemente provocato dall’incontro tra le due specie nei territori di pascolo dove le capre vengono lasciate o dimenticate sul finire della stagione estiva.
I giovani maschi di stambecco raggiungono dunque le capre per accoppiarsi, generando ibridazioni che costituiscono un problema per la conservazione della specie dello stambecco, che viene quindi contaminata. Queste ibridazioni, che si diffondono lungo tutto l’arco alpino, sono oggi oggetto di studi per capire quali possono essere le conseguenze, a breve e lungo termine, di questa contaminazione e di questo apporto di geni all’interno delle popolazioni di stambecco.

La vicinanza costante con gli esseri umani può avere conseguenze anche sul comportamento degli stambecchi. È bene ricordare che oltre ad essere vietata la caccia, è anche caldamente consigliato di non avvicinarsi troppo o tentare di toccarli perché lo stambecco, per quanto mansueto, non è un animale addomesticato e quindi non riesce a comprendere le nostre intenzioni. Farlo fuggire spaventato o infastidirlo costringendolo a tenersi in allerta per la nostra presenza potenzialmente minacciosa, sottrae tempo ed energie preziose alla ricerca del nutrimento; anche tentare di nutrirli è una mossa da evitare perché potrebbe abituare l’animale alla nostra vicinanza rendendo di fatto meno efficace la sua autonomia nel procurarsi il foraggio di cui ha bisogno.

Occorre tenere sempre a mente che la nostra presenza all’interno del suo ambiente naturale può essere fonte di stress per l’animale. Cerchiamo dunque di mantenere una rispettosa distanza, di non agitarli con movimenti bruschi o suoni forti, teniamo i nostri cani al guinzaglio e prestiamo attenzione anche agli evidenti segnali che ci indicano lo stato d’animo dello stambecco: l’emissione di un breve fischio emesso dal passaggio dell’aria nel naso oppure un breve belato simile a quello della capra possono essere dei segnali che lo stambecco emette per allertare il suo gruppo. Un esemplare se messo alle strette o se ritiene necessario proteggere i piccoli è in grado di effettuare dei brevi scatti per caricare; per farlo abbassa la testa protendendo il corpo lungo la linea delle corna e occasionalmente si erge sulle zampe posteriori. Evitiamo tali atteggiamenti portandoci a distanze maggiori e se proprio desideriamo immortalare l’incontro sfruttiamo i sistemi d’ingrandimento dei nostri dispositivi fotografici per quanto possibile.

Ringrazio Valeria per le fotografie e le informazioni condivise nei suoi articoli.