domenica 10 marzo 2024

Miti e leggende del Mombracco

"Mombracco è un oscuro rilievo che emerge sulla pianura saluzzese, come ultima propaggine del gruppo del Monviso, quasi a bloccare la valle obbligando il Po a deviare il suo corso verso Sud.
Montagna dalle molte facce e realtà. Le leggende l'avvolgono e l'indifferenza la relega ad un rilievo di poco conto, troppo bassa e facile per l'alpinista, poco paesaggistica e remunerativa per l'escursionista, senza attrazioni mondane per il villeggiante.
Montagna religiosa e sacra; l'ambiente stesso appartato, silenzioso e raccolto lo permette, quasi lo richiede nell'economia del paesaggio. Ogni punta ha una croce, visibile da lontano, a testimonianza di una religiosità intensa, lontana e passata. E poi le chiese silvane disseminate sulle sue pendici emergenti dalla coltre arbusticola come oasi per lo stanco viandante o costruite addosso alla roccia quasi per formare una stretta simbiosi fra la realtà e la divinità, fra preghiera e duro lavoro. La toponomastica stessa è religiosa: Pian delle Monache, Pan del Fra, Fontana e Meira dell'Eremita. Poi le croci impresse sulle rocce e le misteriose figure scolpite sulle pietre, impregnate di sacralità antica, ancestrale, giustificano il titolo di montagna sacra."

[Pasquale Natale - Mombracco montagna sacra]

Nel passato, un passato neppure così tanto remoto, vivere sul Mombracco significava affrontare un ambiente duro ed impegnativo. Donne e uomini dovevano svolgere diversi lavori per sopravvivere: estrazione della bargiolina nelle cave, (una quarzite dal colore chiaro, molto usata per pavimentazioni e rivestimenti esterni di chiese e palazzi) allevamento e pastorizia, produzione del carbone di legna. Le fatiche erano intense e quotidiane, ma nelle sere invernali, quando le giornate più corte riducevano le ore di lavoro, ci si ritrovava a vegliare nel caldo delle stalle: momenti di condivisione in cui si narravano storie legate alle credenze locali.
Questa tradizione, piuttosto comune in tutto il Piemonte rurale e non solo, ha fatto diffondere molte storie ed il Mombracco si distingueva per la ricchezza di queste narrazioni suggestive, i giovanissimi nelle stalle ascoltavano incantati e alle volte persino intimoriti.
Eccone alcune...

Un giovane pastore stava guidando il bestiame lungo una strada che sale ai pascoli del Mombracco, quando incrociò una anziana signora che non ricambiò il suo cenno di saluto.
Lungo la strada di ritorno venne aggredito da un cane randagio inferocito, il pastore usò il suo bastone per difendersi ed evitare di essere morso e colpì con violenza la bestia ferendogli una zampa. Il cane fuggì via zoppicando.
Il giorno seguente il giovane, ripercorrendo la stessa strada, vide nuovamente la vecchia ma notò con stupore che ella zoppicava malamente.
La fine della storia permetteva ai giovanissimi di trarre autonomamente le loro conclusioni. Si possono trovare molte storie simili che alludono all'esistenza delle masche, figure misteriose dotate di poteri magici come appunto quello di potersi trasformare a piacimento in animali pericolosi o altri esseri demoniaci. Si diceva anche che le masche potessero "fare la fisica", vale a dire i sortilegi, e che da queste spaventose e potenti figure fosse molto importante stare attenti a non cadere nelle loro grinfie.

Un'altra leggenda molto nota descriveva il Mombracco come un antico vulcano.
La cima era in realtà una caldera da cui fuoriusciva un fumo irrespirabile. A volte faceva tremare la terra, altre volte riversava lava incandescente che minacciava i paesi ai piedi della montagna.
Allora gli abitanti pregarono San Giacomo, al quale tutti erano molto devoti, ed il santo pellegrino intervenne personalmente: risalì la montagna, raggiunse la caldera e versò l'acqua della zucca che usava come fiaschetta per i suoi viaggi. Miracolosamente l'acqua della zucca di San Giacomo spense l'intero vulcano.
Ancora oggi, il 25 Luglio nella chiesa sul Mombracco, si celebra la festa di San Giacomo. Il giorno seguente è la festa di Sant'Anna e se in quei giorni piove allora i montanari ed i contadini recitano soddisfatti un vecchio proverbio: "San Giacu porta la buta e Sant'Ana la dëstupa" (San Giacomo porta la bottiglia e Sant'Anna la stappa) aggiungendo a volte che quella pioggia è l'acqua di San Giacomo che scende ancora per mantenere il vulcano spento.

Il massiccio del Mombracco, incastonato tra le valli del Piemonte occidentale, custodisce un vasto patrimonio di cavità naturali, le cosiddette "balme" o "barme", che hanno svolto un ruolo significativo nella storia insediativa e nella mitopoiesi locale. Alcune di queste grotte, come Balma Boves presso Sanfront, testimoniano forme di abitazione rupestre protrattesi fino agli anni Sessanta del Novecento. Altre, come la Balma di Bertoldo e la Barma ëd Giotu nel territorio di Barge, sono legate a figure emblematiche: rispettivamente il brigante Bertoldo, protagonista di racconti popolari, e l'eremita Giotu, ultimo abitante solitario della zona deceduto nel 1964.

Questi luoghi, immersi in un paesaggio boschivo e impervio, sono stati teatro di narrazioni folcloristiche che evocano la presenza di entità misteriose e sovrannaturali.
Tra esse spicca la figura del Ravàss, descritto come un essere peloso e terrificante, con sembianze umanoidi e testa animale, dimorante in una cavità nota come 'l Përtus dël Ravàss. La sua leggenda si intreccia con altre tradizioni piemontesi, come quella del Luv Ravàss nella Valle di Susa, dove si credeva che alcuni uomini, nati sotto influssi arcani, si trasformassero in lupi al calar del sole, per poi riacquistare forma umana all'alba.

Il Ravàss del Mombracco incarna l'archetipo del mostro liminale, temuto dalla comunità montana che, per placarne la furia, gli offriva cibo lasciandolo all'ingresso della sua tana. La narrazione culmina in un episodio eroico: un giovane coraggioso, armato di spada, affronta la creatura e la decapita con un sol colpo. La testa mozzata rotola lungo un declivio fino a fermarsi tra le pietre dove venne eretta l'antica chiesa della Madonna della Rocca, suggellando il passaggio dal mito alla sacralizzazione del territorio.

Il folclore del Mombracco, montagna ricca di suggestioni, conserva quindi come evidenziato in precedenza un immaginario popolato da creature fantastiche e misteriose: masche, sarvan, fuochi fatui (come Luciu bel, descritto come una sfera di fuoco che illuminava la notte ed accompagnava i viandanti lungo le strade nei boschi) ma soprattutto le faje. Queste ultime, pur nominalmente assimilabili alle fate dei paesi nordici, si distaccano radicalmente dalla figura eterea della tradizione europea.

Le faje sono descritte come esseri femminili minuti e pelosi; notturne e dispettose, emergono dalle fenditure tra le rocce ed interferiscono con la vita umana, attraverso sgarbi e dispetti.
Svolgono la loro vita come gli umani ma spesso le narrazioni la segnano come bizzarra o miserevole. Un esempio su tutti è il bucato: quando le faje stendono il bucato mostrano un vestiario pietoso e di infima qualità e lo stendono disordinatamente e senza cura. Questo è detto "la lëssia d'le faje".
Quando qualche massaia frettolosa e poco abile stende male il suo bucato allora le altre donne del vicinato le domandano scherzando "Hai fatto la lëssia d'le faje?"
La presenza delle faje è particolarmente viva nella frazione di Occa, dove le narrazioni tramandate oralmente le dipingono come invidiose della bellezza dei bambini umani, al punto da sostituirli nottetempo con i propri piccoli, sgraziati e sgradevoli nell'aspetto.
Uno dei racconti più emblematici restituisce una visione ambivalente delle faje: invidiose ma comunque materne e premurose nei confronti dei loro piccoli. Si racconta che una delle faje era riuscita a sostituire il suo figlio con un neonato che abitava in una casa ai margini del paese. La madre umana, al vedere l'essere bruttino nella culla al posto di suo figlio, urlò per lo spavento. Disperata, chiese consiglio alla donna più anziana del villaggio che, grazie all'esperienza maturata nella sua lunga vita, sapeva che le faje non avrebbero comunque lasciato il loro piccolo nelle mani di genitori cattivi e quindi le consigliò di non nutrire il piccolo esserino in modo da indurlo a piangere il più forte possibile.
Così fece la giovane mamma, la creatura lasciata senza cibo iniziò a piangere forte finché la faja da lontano lo udì e mossa da compassione recuperò suo figlio e restituì il neonato.
La morale sottesa è chiara: le faje non sono malvagie, ma creature capricciose, forse incomprese, che incarnano il confine tra umano e selvatico.

Storie come queste, ancora vive nella memoria popolare collettiva, non solo preservano un patrimonio immateriale molto importante, ma riflettono tensioni profonde tra natura e cultura, tra protezione e vulnerabilità. Il Mombracco, con i suoi sentieri a volte impervi e le sue grotte ed i suoi precipizi, diventa così non soltanto una montagna ricca di storia, leggenda e folclore, ma spazio simbolico dove l'umano si confronta con l'ignoto, oggi e nel passato.

giovedì 29 febbraio 2024

domenica 4 febbraio 2024

Il giorno dell'Orso

Racconto ispirato dalla leggenda dell'Orso Marino del Rocciamelone, narrata da Enrico Bertone in Leggende e credenze delle Alpi piemontesi

Sono nato a Urbiano, proprio dove il Rocciamelone scende a toccare le prime case della valle. Da bambino, quando alzavo gli occhi verso la montagna, mi sembrava che questa respirasse. Gli anziani dicevano che là sopra, tra le rocce e i nevai, si aggiravano spiriti antichi, e che un tempo nessuno osava salire per paura di non tornare più. Il timore per gli spiriti e gli animali delle montagne e delle foreste, influenzava tutti, senza distinzioni e fin da giovanissimi si insegnava a portare il rispetto dovuto ad ogni creatura del bosco situato sopra il villaggio.
Ogni anno, però, c’era un giorno in cui la paura diventava festa: la prima domenica di febbraio, la festa dell’Orso. E io, come tutti, la aspettavo con un misto di eccitazione e curiosità.
Ricordo bene la prima volta a cui riuscii ad assistere interamente all’evento avvenuto durante il mio undicesimo compleanno, il paese era in fermento nonostante l’inverno fosse stato straordinariamente duro. Le notti erano così fredde che il fiato si poteva vedere. Da settimane si parlava dell’orso: qualcuno giurava di averlo visto vicino ai pascoli, altri dicevano che fosse solo una storia per spaventare i bambini. Ma le urla...quelle le avevamo sentite tutti.  

Quando i cacciatori del villaggio decisero che l’incubo doveva finire, il paese intero li accompagnò fino al limite del bosco. Io ero tra i ragazzi che correvano dietro a loro, fingendo coraggio. Le madri trattenevano i più piccoli per il braccio, ma quelli sgusciavano via come il sapone al lavatoio.  

Passarono alcuni giorni senza notizie. Ogni mattina guardavamo la montagna, sperando di vedere qualcuno scendere. Poi, una sera, mentre il sole calava dietro le creste più severe dell'alta valle, un movimento tra gli alberi fece trattenere il respiro a tutti.
Erano loro. E trascinavano l’Orso.
La bestia era enorme, incatenata, furiosa. Ruggiva, scalciava, e gli uomini facevano fatica a tenerla. Io ero terrorizzato, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Sembrava più un demone che un animale, come quelli delle storie che i vecchi raccontavano nelle stalle d’inverno.
Il corteo entrò nel paese, e noi bambini ci attaccammo alla lunga corda che seguiva l’orso, urlando e ridendo. Era il nostro modo di dimostrare che non avevamo paura, anche se il cuore batteva forte.
L’Orso veniva deriso, colpito con un bastone, e costretto a bere vino da un imbuto. Una scena crudele, forse, ma per noi era il rito che segnava la fine dell’inverno, la vittoria dell’uomo sulle forze oscure della montagna.
Quando arrivammo nella piazzetta, però, accadde qualcosa che non avevo mai visto. 
La musica iniziò; una melodia allegra, di quelle che senti solo nelle feste di paese.
E l’Orso...cambiò.
Si fermò, smise di ringhiare, e guardò la folla come se si svegliasse da un incubo. I cacciatori gli sciolsero le catene, e lui, invece di scappare, levò il folto cappuccio lanoso che copriva il suo volto umano, sorrise e tese la mano alla ragazza più bella del paese. Lei rise, e insieme iniziarono a danzare. 
In quel momento capii ciò che gli anziani ripetevano da sempre: l’Orso non è solo una bestia. È la parte selvaggia di noi, quella che l’inverno incupisce e che la primavera libera.

La piazza esplose in un applauso. Io guardavo la scena con emozione, senza sapere perché. Forse perché, per la prima volta, sentivo che anche dentro di me qualcosa si stava sciogliendo, come la neve sui pendii quando il sole torna a scaldare.
Da allora, ogni anno, quando arriva febbraio e il vento porta l’odore dell’erba nuova, io torno nella piazza. Non mi perdo questa festa da anni, e ogni volta, mentre l’Orso danza, penso alla montagna che ci guarda dall’alto, antica e silenziosa, e a come noi, piccoli abitanti alla sua base, continuiamo a raccontare la stessa storia da secoli.
Una storia che parla di paura, di coraggio, e di un uomo che, almeno per un giorno, torna a essere Orso.


Verga d'Oro Comune

Solidago Virga aurea
ASTERACEAE

Questa specie è piuttosto variabile e comprende diverse sottospecie abbastanza simili che possono svilupparsi in ambienti diversi.

La Verga d'Oro è una pianta erbacea perenne che fiorisce da luglio ad ottobre. Erbacea con rizoma cilindrico e obliquo, di colore bruno rossastro all'esterno e bianco cenere internamente, dal quale possono svilupparsi numerosi fusti. Questi sono eretti, alti da 10 a 80 cm e striati nella parte superiore. Le foglie sono alterne, grandi fino a 8x15 cm, quelle inferiori hanno lamina lanceolata con i margini dentellati e che proseguono lungo il picciolo, quelle del fusto sono progressivamente più piccole e prive di picciolo. I fiori, di colore giallo dorato, sono raccolti in capolini sostenuti da peduncoli pubescenti a loro volta raggruppati in infiorescenze fogliose a forma di pannocchie a volte ramificate all'ascella delle foglie. Quelli posti internamente al capolino sono tubolari, mentre quelli esterni hanno la corolla caratterizzata da un vistoso prolungamento simile ad un petalo (ligula) grande circa 6-10 mm.
Il frutto è un achenio cilindrico con coste longitudinali.

Cresce solitamente nei suoli aridi, nei boschi radi e nei pascoli a quote non superiori ai 2000 m di quota.
Le infiorescenze appena sbocciate si possono raccogliere per farle essiccare all'ombra; sono usate per preparare gradevoli tisane diuretiche, sovente unite ad altre erbe.

Il termine nel suo nome scientifico "solidago" deriva dal latino solidare che significa rendere sano, rinforzare, ma anche riparare e proteggere.


È molto utilizzata anche nei giardini dove, con le copiose infiorescenza gialle, riesce a decorare in breve tempo ampie superfici.
Nelle foglie alla base possiamo facilmente distinguere il rachide centrale e le nervature secondarie. Nelle foglie cauline, cioè quelle distribuite lungo il fusto, hanno come detto in precedenza un picciolo molto più breve o quasi del tutto assente, la loro forma rimane lanceolata anche se di dimensioni notevolmente ridotte.

Le Solidago venivano anche adoperate, in epoca medievale, per curare ferite. I medicamenti preparati con questa pianta servivano infatti ad evitare che le ferite si infettassero, ma la loro proprietà principale resta quella antinfiammatoria che agisce nell'apparato renale, anche per la prevenzione dei calcoli renali.

Questo articolo è stato redatto con l'ausilio di "Erbe delle valli alpine" di Mauro Vaglio.

sabato 20 gennaio 2024

Un giorno solitario

Risalgo un bosco in montagna, la neve scricchiola sotto i passi. Le mie orme si aggiungono a quelle di cervi e caprioli. Sto a casa loro, passo sulle tracce della loro notte.
Trovo l'impronta nitida di un lupo, se ne va dritta nella mia stessa direzione, le cammino accanto. Immagino che sia anziano, isolato dal branco con il quale ha vissuto la sua vita. Arriva il tempo di non appartenere più a niente. Deve esistere una tristezza da lupo, altrettanto proverbiale come la sua fame. Salendo, sale pure il giorno, il bosco si dirada. Resta la roccia e su di essa il peso dell'inverno. Aggiungo i ramponi alle suole, ora i passi lasciano un segno di denti. 
Non ci sono altre impronte, non ci sono odori. Mancasse il vento, sarei l'unica cosa che si muove.
Leggo "Il volo del corvo timido", il racconto di Nives Meroi sulla salita all'ultima montagna di ottomila metri. In coppia con Romano Benet le ha raggiunte tutte, alla loro maniera: sobria e indipendente. Da cosa? Dalle bombole di ossigeno che abbassano la quota, dai portatori al di sopra del campo base, che trasportano gli zaini agli alpinisti, attrezzano la salita, preparano la piazzola e la tenda, cucinano pure. Indipendenti infine da fanfare e da fanfaronate che accompagnano salite e spedizioni.
L'ultima cima che mancava al raccolto dei bordi più alti della terra, l'Annapurna, già tentato da loro, la più pericolosa di quelle montagne, con il peggior rapporto tra scalate riuscite e alpinisti morti. Il suo Annapurna è un manuale completo dei rischi in alpinismo. Sui suoi versanti sono accumulati al massimo livello.
Fa bene a me, scarso praticante una lezione da parte di chi li ha praticati tutti senza poterne ammansire uno, perché non possono essere addomesticati. Accosto il mio granello di stanchezza di un giorno solitario in montagna, al suo granaio di oltre venti anni di Himalaya e Karakorum.
Così mi viene in mente la storiella della mosca sul naso del bue che sta trascinando l'aratro. Un'altra mosca le chiede cosa stia facendo lì. Lei risponde: “Non vedi? Stiamo arando”. 

[Erri De Luca]