giovedì 2 gennaio 2020

Dammi corda, ci riprovo!

È tutto a posto.
Hai avuto il tempo di esclamare "blocca!" al tuo compagno, nel momento stesso in cui l'appiglio scivola via dalla presa delle tue dita. Ed ecco la gravità che ti ghermisce e ti afferra per tirarti nuovamente a sè, un abbraccio che da secoli l'uomo sogna di controllare ma dal quale non si può sfuggire e che ti fionda rapidamente verso il basso.
Dura tutto meno di un istante: il tuo fidato compagno, che non aveva staccato gli occhi da te nemmeno un momento, è già in posizione e allora la corda si tende con uno scatto e arresta il tuo volo.
Ecco siamo a questo momento. Il momento in cui hai le braccia e le gambe libere di ciondolare nel vuoto, l'imbrago teso da un insolito fibroso cordone ombelicale che ti regge letteralmente per la vita; hai la facoltà di guardare in basso e il tuo compagno di cordata ti sorride di rimando con un'espressione che pare voler dire "ti tengo, sei mio." e ti rendi subito conto che nell'attimo della caduta non hai dubitato neppure per un brevissimo istante delle mani del tuo assicuratore.
Fai un rapido controllo: nessun danno, nessuna pietra caduta, quindi focalizzi nuovamente la tua attenzione sulla tua nuova attuale condizione.
Sospeso, osservi in alto il punto in cui tutto è cambiato. Il punto in cui sei passato da una presa sicura a una presa mancata. Il punto da cui intendi immediatamente ripartire.

Ovviamente, una volta raggiunto di nuovo il punto critico, il tuo movimento cambierà: si farà più cauto, più attento. Sarà diverso; e quando raggiungerai la fine, ti renderai conto di aver acquisito maggiore consapevolezza delle tue potenzialità e delle tue forze. Ti accorgerai di non aver dubitato non solo del tuo assicuratore ma neppure della tua capacità di riprenderti, di non mollare, di voler sperimentare questa relazione così pura e totale con la pietra fino in fondo, senza sconti né tantomeno vie d'uscita facili.

È passato un altro anno. Un anno per me di considerevoli cambiamenti nel quotidiano e nella relazione con la montagna. Un anno di progressi ma anche di cadute, sempre necessarie per riprendere e migliorare, per riconsiderare passaggi che richiedono più attenzione e che troppo spesso vengono affrontati con leggerezza.

Era il 2013 quando, con "La Voce delle Cime", ho cominciato a valutare l'idea di pubblicare su un blog la mia relazione con la montagna e con l'ambiente delle Terre Alte. 
All'inizio l'idea ha vissuto, come tutte le idee, una sua fase embrionale, poi ha preso gradualmente consistenza, si è sviluppata secondo alcuni passaggi che hanno sempre cercato di migliorarne i contenuti, la forma o più semplicemente la fruizione per i lettori.
Ora sento di essere arrivato ad una svolta, sento di essermi imbattuto in un passaggio che mi ha costretto ad un volo, ad una rivalutazione, ad una ripartenza, sento di aver raggiunto un punto che richiede un altro approccio.
Non dubito del mio assicuratore, come non dubito di chi in questi sette anni ha deciso di seguirmi.

È giunto quel momento, il momento in cui esamini il percorso e in cui intendi ripartire ma con una carica differente. Il momento in cui, dopo aver compiuto il tuo volo, dopo un rapido scambio di sguardi con il tuo assicuratore, dopo aver osservato il passaggio chiave, ritendi ancora la mano sulla parete e riparti. Non mancava molto alla catena ma non è ciò che più conta ora. Ora ripartire ha un significato più importante: significa che intendi dare ancora più te stesso in questa ascensione, significa dare la giusta importanza a quello che stavi facendo e che adesso intendi portare a compimento.

"La Voce delle Cime" sta vivendo un mutamento. È rimasto per un po' in sospeso, a seguito di una caduta, ed ora sta valutando come ripartire.
Non posso dire con precisione quando questo mutamento sarà terminato e quali saranno le nuove modalità con le quali si andrà avanti. Mi scuso per questo.
Ma so che andrà avanti, che l'intenzione è senza dubbio quella di tendere nuovamente le mani sulla parete e ricominciare.

Spero di poter contare sul sostegno di chi legge le mie parole (e intende continuare a farlo) e di chi, durante questi anni, ha arrampicato e camminato al mio fianco, condividendo con me emozioni forti a quote elevate.
Non mi resta che ripartire. "Dammi corda, ci riprovo!"

martedì 31 dicembre 2019

Perla del mese - Dicembre

La cima di un monte è come un'isola nell'aria, ci si trova confinati a meno di discenderne.


domenica 15 dicembre 2019

La leggenda del Lago dell'Uomo

C'è una curiosa leggenda che ha per protagonista uno dei 13 Laghi dell'altopiano omonimo situato sopra il centro abitato di Prali e Ribba.
Si racconta che il più ricco proprietario di mandrie della zona avesse una bellissima figlia. Questa dolce ragazza aveva numerosi spasimanti ma nessuno era stato abbastanza coraggioso da spingersi ad intraprendere la sfida che il padre della ragazza aveva posto come vincolo per poterla corteggiare: egli aveva deciso che solo il più coraggioso e forte ragazzo della valle potesse chiedere la mano di sua figlia e perciò aveva stabilito che soltanto chi fosse riuscito ad attraversare il più grande dei laghi del piano avrebbe potuto sposarla.
Soltanto pochi giovani avevano tentato l'impresa ma le acque gelate del lago li avevano fatti desistere, al punto che la giovane temesse di restare senza marito per tutta la vita.
Un giorno giunse un bel giovane, robusto, bello ed attraente, che decise di tentare l'impresa ponendo solo una condizione: avrebbe attraversato il lago in compagnia del suo robusto caprone che lo seguiva ovunque; il padre della ragazza accetto e la sfida venne seguita da molti valligiani, curiosi di sapere l'esito della prova.
Il giovane, in groppa al suo caprone, partì veloce e raggiunse subito il centro del lago, ci fu un breve momento di esitazione ma dopo uno sforzo l'animale ed il giovane cavaliere riuscirono nell'impresa. La folla esultava ed anche la  bella ragazza era entusiasta ma tutti furono enormemente sorpresi quando il ragazzo risalì sul caprone e tentò una seconda traversata per dare prova della sua straordinaria resistenza. 
La follia sembrava averlo pervaso perché, non soddisfatto di aver superato la prova ben due volte si preparò per una terza traversata.
Il caprone però questa volta, stremato per la fatica cedette ed i due annasparono esausti in mezzo al lago fino a sprofondare nelle gelide acque.
Da quel momento il lago fu noto come "Lago dell'Uomo", un uomo che aveva tentato la sorte con troppa presunzione e che la natura aveva punito per l'eccessiva spavalderia.
Qualcuno ancora ritiene di essere certo di aver occasionalmente intravisto, nelle buie acque del lago, il giovane uomo ed il suo caprone.





sabato 30 novembre 2019

Perla del mese - Novembre

Se uno sta scalando una montagna altissima che mette a dura prova tutte le sue forze, nulla può affaticarlo di più che gettare sguardi verso la vetta; e nulla lo incoraggia di più che guardare verso il basso. La vetta sembra non avvicinarsi mai, il percorso compiuto si allontana velocemente.


sabato 16 novembre 2019

Elogio al passo lento

Chi accetta di salire in montagna senza fretta è come chi sfoglia un libro prezioso, pagina dopo pagina, e ne carpisce il sapere.
Il passo lento, quel passo che non misura la distanza percorsa sulla nostra carta 1:25000 ma misura l'intima relazione che intercorre tra il nostro corpo e il sentiero, è guardato con sospetto nel mondo di oggi, schiavo del cronometro e del profitto in breve tempo, inseguito come durante una caccia alla lepre, e tuttavia quel passo custodisce un notevole rispetto per noi stessi ed elargisce dignità al nostro respiro; una restituzione graduale e cadenzata al nostro corpo di un ritmo dimenticato ma essenziale, oggi più che mai.

Camminare lentamente in montagna significa sottrarsi alle convenzionali regole di efficienza e di raggiungimento del traguardo ad ogni costo. È un gesto politico, che si oppone all'idea di velocità divoratrice di record e di risultati da mettere in evidenza per gli altri, non appena scesi a valle dove la connessione torna a funzionare.
È una forma di rinuncia, ma non quel tipo di rinuncia che ti lascia senza nulla di valore, bensì quella che ti offre qualcosa di insospettato e di straordinario in cambio: è in grado di riportarti, un passo dietro l'altro, ad un accordo tra il battito del cuore con quello più recondito delle pietre, dei larici, dei ruscelli e della brulicante vita che popola il sottobosco.

E in quel passo lento avviene una trasformazione: il paesaggio con tutto ciò che ci circonda lungo il cammino smette di essere semplice scenario e diviene interlocutore privato e personale.
I boschi non si attraversano ma si ascoltano. I pascoli non si percorrono ma si respirano. Le pietraie non si oltrepassano ma si conoscono. Le vette non si conquistano ma si attendono.
Ciò che per l'impaziente è soltanto una quinta sbiadita all'interno della quale egli compie il suo movimento, buona al massimo per scatti fotografici da consegnare in pasto alle piattaforme social il prima possibile, acquisisce un'anima ed apre i suoi varchi più segreti solo a chi sa rallentare fino al limite del ritmo di un eco lontano del battito cardiaco della Terra stessa.
"Pole pole" come ripetevano sovente in swahili le guide ed i portatori lungo il tracciato per la vetta del Kilimanjaro.

Rallentando così il passo accade qualcosa di straordinario: si riscopre che la lentezza non è un difetto, non lo è mai stato, ma una forma di prodigiosa conoscenza del nostro rapporto con il tutto.
È la quintessenza della combinazione tra propriocezione (capacità innata di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo e degli arti nello spazio, nonché il movimento e la forza muscolare, senza l'uso della vista; definita spesso come un "sesto senso", è fondamentale per il mantenimento dell'equilibrio, la coordinazione dei movimenti e la stabilità posturale) ed esterocezione (l'insieme delle funzioni sensoriali attraverso cui il sistema nervoso riceve e interpreta stimoli provenienti dall'ambiente esterno).
Nel silenzio del sentiero, lambito soltanto dal suono del respiro e scandito dallo scricchiolare delle pietre sotto gli scarponi, il passo lento ci consegna ciò che la vita quotidiana crudelmente ci sottrae: la misura del tempo, che non è quella degli orologi o delle campane o delle suonerie o dei timer, ma quella delle nuvole che volano e dei prati che ondeggiano, quella dei torrenti che incedono e delle rocce che non hanno fretta di divenir polvere.

Solo così acquisisce senso raggiungere alla fine la vetta, senza trionfalismi, per naturale conseguenza, comprendendo che a trasformarci non è il traguardo raggiunto ma il percorso vissuto.

Qual è stata la tua ultima o più significativa esperienza di passo lento? Condividila nei commenti.



giovedì 31 ottobre 2019

Perla del mese - Ottobre

L'equilibrio, se pur mai sarà raggiunto, verrà ottenuto molto lentamente, e l'importanza di ogni cambiamento in un sistema dipende interamente dal ritmo con cui è compiuto.
Non c'è cambiamento che turbi, o, in altre parole, che abbia importanza, se viene compiuto con sufficiente lentezza, mentre nessun cambiamento è abbastanza piccolo da non turbare quando giunge repentino.
Possiamo scendere una scala alta centinaia di metri se lo facciamo gradino per gradino, ma una caduta improvvisa di un paio di metri può ucciderci.
L'importanza, quindi, non sta tanto nel cambiamento, quanto nella velocità con cui viene effettuato.